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Saperi esperti e beni comuni

Se si rompe un rubinetto chiamo un’impresa idraulica e mi affido alla competenza di chi ci lavora. Se mi sento male, mi affido alla medicina – magari combino l’Aulin con un trattamento ayurvedico. O omeopatico. Wikipedia dice che Piero Angela ha sostenuto che l’omeopatia non fosse una cosa seria. Querelato, è stato assolto. Non so bene se credere a Piero Angela o agli omeopati. O a Wikipedia.

Il blog Terra dei Fuochi, che denuncia i luoghi e i processi criminali nello smaltimento dei rifiuti tossici in Campania è attivo da parecchio tempo. Però recentemente se ne discute di più. Le denunce video dei cittadini hanno avuto bisogno di essere sostanziate da prove diverse – il sapere degli abitanti ha un ruolo diverso rispetto al sapere degli esperti.

Gli esperti

 

Il dibattito sul ruolo dei “tecnici” nelle decisioni politiche ha una lunga storia, come le discussioni intorno ai rischi della tecnocrazia – cioè del governo di una “classe dirigente i cui processi di selezione e le cui basi di legittimazione s[o]no fondati sulle competenze tecniche e sulle capacità di gestione, piuttosto che sul principio della rappresentanza elettiva”, come dice la Treccani. Il principio di competenza è quello per cui la legittimità delle posizioni e delle decisioni si fonda, appunto, sulla competenza specifica nella materia del contendere.

 

Con la crisi di fiducia nei confronti della politica istituzionale (partiti, leader, processi elettorali e di governo), l’importanza del ruolo dei tecnici è tornata al centro del dibattito pubblico. Nel caso del “governo tecnico” in Italia ci si aspetta, per esempio, che dati degli obiettivi condivisi – sui quali è già stato raggiunto un accordo politico – persone con competenze tecniche specifiche siano in grado di raggiungerli nella maniera più efficace ed efficiente possibile. La certificazione della competenza tecnica si basa prevalentemente sui titoli posseduti – è un potere di autorità.

 

La valorizzazione della competenza come elemento dirimente è poi diffusa nel dibattito pubblico contemporaneo anche in un senso più ampio, nei casi in cui, per esempio, si valuta un candidato politico sulla base del suo essere o meno un buon “amministratore” o un buon “imprenditore”. In questo senso la competenza che si valorizza non è necessariamente “tecnica”: si tratta di un’expertise che valorizza l’esperienza gestionale, traslandola di settore (da un’azienda o da un ente pubblico al governo) o di scala (da una città al governo).

 

Infine, con l’introduzione dei processi di governance si valorizza un terzo tipo di competenze e di saperi, quelli delle persone coinvolte a vario titolo nella materia della decisione: per esempio i cittadini, se si tratta di governo urbano, le associazioni socio-sanitarie, se si tratta di politiche socio-sanitarie. A differenza dei primi due casi, la valorizzazione delle competenze di chi “è coinvolto” apre una serie di questioni. La prima riguarda la legittimazione di tali saperi. Nel caso dei tecnici la competenza è certificata da titoli; nel caso dei candidati politici la competenza ha criteri di legittimazione meno chiari ma pubblicamente discussi – o discutibili – ed è sancita da un processo elettorale. Nel caso dei saperi di chi è coinvolto, la competenza è certificata attraverso processi opachi di inclusione: pensando ai processi di riqualificazione urbana che coinvolgono i cittadini, per esempio, chi decide quali sono i soggetti collettivi con cui interloquire? Una seconda questione riguarda il fatto che chi “è coinvolto” in alcune materie è contemporaneamente portatore sia di saperi sia di interessi – allora, decidere chi coinvolgere nei processi decisionali collettivi implica non solo la valorizzazione di alcuni saperi e non altri, ma anche la legittimazione di alcuni interessi e non altri.

 

La terza questione riguarda il fatto che i saperi, prevalentemente esperienziali, di cui sono portatori i soggetti coinvolti nella materia spesso hanno bisogno di essere “tradotti” e, viceversa, i soggetti coinvolti si confrontano con saperi tecnici di non immediata accessibilità – che riguardano, per esempio, i flussi di traffico merci, l’analisi delle falde acquifere, i componenti chimici, la viabilità.

I beni comuni: la questione del sapere pubblico

 

La centralità del sapere nella società della conoscenza mette in luce, evidentemente, l’importanza dell’accesso e dell’analisi dei processi di produzione del sapere. Considerando il sapere in chiave trasformativa, il terzo elemento che viene messo in luce riguarda i processi di legittimazione e di valorizzazione del sapere: non solo da chi è prodotto, come e a quale fine, ma anche che cosa è sapere e quali saperi sono pubblicamente e – soprattutto – politicamente rilevanti.  

 

Produzione e legittimazione sono processi strettamente interrelati. Quando si parla di sapere scientifico, per esempio, i luoghi di produzione del sapere hanno un ruolo nella legittimazione della conoscenza: il sapere prodotto e trasmesso in un’università è – in quanto tale – dotato di un’autorità scientifica. In secondo luogo, ci sono forme più o meno legittime di produzione di sapere scientifico: un volume ha più autorità di un documentario. Rispetto ad altri tipi di sapere pubblicamente rilevante, la legittimazione si basa su prove diverse, che generalmente hanno comunque a che fare con la produzione – più precisamente con la reputazione o l’autorità delle fonti e con le “prove” prodotte a sostegno.

 

Quando si tratta di sapere con un potenziale trasformativo, la questione della legittimità del sapere – quale sapere è considerato pubblicamente e politicamente legittimo – assume un’estrema rilevanza. Di conseguenza, diventa rilevante anche interrogarsi su quali siano i processi e i soggetti che certificano tale legittimità. E, dall’altro lato, su quali siano i meccanismi e gli strumenti che permettono a forme di sapere non legittimate di assumere una voce pubblica, una visibilità. 

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07 Febbraio 2014