Urge confronto tra impresa sociale e tecnologica

Quanti hanno nelle loro tasche uno smartphone? Quanti nelle ultime ore hanno utilizzato un device connesso alla rete? Hanno interagito online con una app o una community? Nell’ultimo anno hanno speso del denaro per acquistare prodotti tecnologici? Hanno installato nelle proprie case dispositivi per la domotica o il risparmio energetico? L’attuale disponibilità tecnologica è tanta e tale che le nostre vite e i nostri ambiti di azione ne sono totalmente informati. Agisce certamente sul piano della funzionalità d’uso ma contemporaneamente fa leva sulla capacità di solleticare la nostra vanità. Come C-3PO e R2-D2 di Guerre Stellari (Lucas, 1977) è collaborativa, disponibile, generosa, servizievole. Se da un lato si presenta quindi come grande risorsa per ridefinire le nostre possibilità (il nostro potere), dall’altro non smette mai di sollecitare in noi quella che possiamo definire la sindrome di Frankenstein, cioè un complesso di percezioni che ce la restituiscono come qualcosa di lontano, incomprensibile e terrificante. A questa preoccupazione di fondo se ne aggiungono altre legate al tema della disumanizzazione e a quello dell’occupazione.

 

La prima tensione è ben rappresentata da un discorso pubblico che la eleva a principale, se non unica, determinante dell’innovazione, e proprio per questo posta al centro delle politiche globali. La seconda tensione, invece, agisce sul piano di una sorta di meta-critica al positivismo tecnologico. La domanda ‘le macchine sostituiranno l’umanità?’, anticipata in modo molto più complesso da Io, Robot (Asimov, 1950), riproposta da Vulcano 3 (Dick, 1960) e portata nei Blockbuster da Terminator (Cameron, 1984), è certamente affascinante e stimolante ma banalizza e nasconde una riflessione culturale e sociale molto più ampia, complessa e profonda. Dimentica infatti gli sforzi di analisi sulla codeterminazione dell’uomo e della tecnica, del sociale e del tecnologico, già presente nell’analisi delle pratiche di internamento e di lavoro coatto nell’Hopital General del ‘500 oppure nei lavori che negli anni ‘50 del Novecento sono stati condotti al Tavistock Institute di Londra.

 

Oggi, mentre decidiamo se e come affrontare questa riflessione, o peggio ancora mentre proseguiamo in lunghe e preliminari disquisizioni tassonomiche, il discorso sulla tecnologia prosegue inarrestabile, con coerenza ed efficacia. Nel frattempo, mentre discutiamo se discuterne, la stessa parola social ha assunto nuovi significati e nuove forme d’uso, fino ad arrivare a generare una necessità di disambiguazione in Wikipedia.

 

Monica Bonvicini

Monica Bonvicini, No Head Man, 2009

 

Quando Zandonai (Fenomeni/Vita, 2014) parla di “Pensiero indebolito del non profit” non ci parla dell’orsa Daniza ma dell’indebolimento della “capacità di cogliere i dati che rendono specifica una determinata situazione, ma sapendola ricollocare in un più ampio quadro di senso”. L’indebolimento di questa peculiarità storica del nonprofit lo espone all’incapacità di progetto e all’inevitabile bisogno di reagire a progetti altrui. Se ci pensiamo, un pezzo significativo della storia più recente del nonprofit è proprio questa: reagire, riprogettarsi, riconfigurarsi, riorganizzarsi… in funzione di scelte altrui (della politica, del mercato, dei consumatori…). A ben vedere, quella che spesso viene presentata come contingenza economica o politica è in realtà l’esito di una scelta che è stata lasciata nelle mani di altri.

 

Nei confronti della questione tecnologia corriamo ancora una volta lo stesso rischio. Senza la costruzione di un progetto, e quindi di una analisi puntuale e di un quadro di senso, rischiamo di assumerla aprioristicamente e acriticamente e, peggio, di farci sussumere in essa. In questa prospettiva l’esito è scontato e se ne intravvedono già i primi segnali nella maggior parte dei contesti dove si mettono assieme sociale e tecnologico: si discute di una tecnologia che abilita il sociale e che come tale viene acquistata e messa al lavoro; quando viene ignorata, o non si dispone delle risorse per comprarla, ha la forza e la peculiarità di sostituirsi abilitando direttamente l’utente finale. In quest’ottica non possiamo che aspettarci la costituzione di una catena di fornitura verticale che stresserà ancora di più l’impresa sociale.

 

La costruzione di un progetto, a fronte di uno sforzo di analisi, comprensione e relazione, si candida invece ad essere l’occasione di esercitare una scelta politica, che è anche economica e operativa, che potrà determinare un orizzonte di senso orientato alla cogenerazione di valore. La co-produzione diventa un potenziale terreno d’incontro tra due mondi che fino ad oggi si sono tenuti a distanza per ragioni culturali, per l’indisponibilità di capitali e per il basso rendimento dei business sociali. L’impresa sociale potrebbe giocare un ruolo cruciale sui fronti della customizzazione e della mediazione tra la disponibilità tecnologica e i suoi potenziali utilizzatori. L’impresa tecnologica potrebbe invece sviluppare o personalizzare prodotti hardware e software adatti a ridisegnare i servizi e i prodotti dell’impresa sociale. Non si tratta solo di chiederci se e come le tecnologie hardware e software possano generare un vantaggio competitivo per l’impresa sociale, ma anche di chiederci se l’impresa sociale, in quanto impresa fortemente relazionale, possa accreditarsi come mediatrice naturale tra l’emersione di nuovi bisogni e la disponibilità pressoché illimitata di tecnologie in grado di soddisfarli.


Per farlo dobbiamo essere volutamente e coscientemente strabici: dobbiamo guardare al passato, al presente e al futuro. Questo ci aiuterebbe a comprendere e interagire con il paradosso di forme emergenti di economia “social” che operano con pochi e confusi modelli “cooperativi” e che invece dichiarano di avere nello “sharing” il loro principio di regolazione. In questo modo possiamo tentare di scrostare un pezzo consistente della retorica sull’innovazione sociale e iniziare un lavoro sulla nuova imprenditorialità sociale vista come grande opportunità per generare processi di cambiamento.

 

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato su Racconti dell'innovazione sociale.

Thomas Schütte, Berengo Heads, 2011 @Francesco Allegretto

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10 Ottobre 2014