Verso un'economia della condivisione?

Il futuro della sharing economy

Abitate in città e vi serve una macchina per spostarvi, per fare la spesa, per accompagnare i bambini in piscina, o per una ragione qualsiasi. Potete chiamare un taxi. Ma non è detto che lo troviate subito, e poi se arriva, ha già il tassametro avviato. Normalmente in Italia sono molto cari. Adesso c’è la soluzione. Si chiama Car2Go ed è un sistema di mobilità on-demand che mette a disposizione centinaia di auto parcheggiate su tutto il territorio urbano, per ora solo a Milano.

 

Per usufruire del servizio è sufficiente scaricare una app, iscriversi e controllare quali auto ci sono nelle vicinanze attraverso una mappa georefernziata. Costa pochi centesimi al minuto, molto meno di una macchina a noleggio, e la potete lasciare dove volete, e cercane, quando ne avrete bisogno subito un’altra. Nella città lombarda ha collezionato oltre 50.000 iscritti nei primi due mesi di apertura, con oltre 100.000 noleggi.

 

 

Volete fare un viaggio, andare in un’altra città? Airbnb è una piattaforma online che mette in relazione domanda ed offerta di posti letto, stanze o interi appartamenti per brevi periodi. Nata nel 2008, ad oggi ha permesso oltre 4 milioni di pernottamenti in 33.000 città di 192 paesi. Le offerte coprono tutto lo spettro possibile, dalle soluzioni economiche per viaggiatori zaino in spalla a quelle extra-lusso. Car2Go è una sussidiaria della Daimler, mentre Airbnb è una tipica start up digitale californiana. Ciò che le accomuna è il fatto di far parte della nutrita serie di imprese che stanno sviluppando  un modello economico della condivisione da parte di più utenti di beni o servizi: la cosiddetta Sharing Economy, l'economia della condivisione. Quasi ogni settimana nascono nuove piattaforme che mirano a mettere in contatto gruppi o individui sulla base di interessi o necesstà specifiche, dal giardinaggio al trasporto, passando per la lettura e le attività del tempo libero.

 

Non è un fenomeno nuovo, ma fino a tempi recenti gli utenti di servizi di questo tipo erano pochi e prevalentemente circoscritti e relativamente di nicchia. Nascono da esisgenze pratiche ma anche da idee generali come quella della decrescita, influenzata dagli scritti di Serge Latouche. Questo tipo di pensiero ha avuto un ruolo importante nei movimenti sociali dei primi anni 2000 che hanno dato vita alle reti dei Gruppi di Acquisto Solidale (GAS): gruppi di consumatori che si autorganizzano e stabiliscono relazioni dirette con i produttori di cibo, accorciando la filiera della distribuzione e controllando direttamente la qualità. Sebbene i GAS godano di ottima salute, tuttavia la laboriosità dei meccanismi di partecipazione ha fatto sì che la loro diffusione al di fuori di alcune cerchie fosse piuttosto lenta; funzionava il passaparola, la cooptazione.

 

L'avvento di massa della Sharing Economy, al contrario, sembra essere in grado di coinvolgere  persone appartenenti ai gruppi sociali più disparati, grazie all'utilizzo di piattaforme digitali che mutuano il design dell'interazione dei social network ed a una pianificazione tipicamente aziendale. Il punto di svolta è arrivato con le tecnologie “mobile”, con la georefenziazione delle risorse e la possibilità di essere aggiornati in tempo reale sulla disponibilità e la posizione dei beni o dei servzi che si intende utilizzare.Sono molte le conseguenze interssanti di questo fenomeno.

 

 

Dato che l'interazione sociale con gli altri utenti è alla base stessa delle Sharing Economy, si stanno sviluppando metriche di reputazione sempre più raffinate in grado di dire molto sull'affidabilità degli sconosciuti con i quali ci si accinge a condividere qualcosa. Sono puntuali? Si comportano in modo appropriato? Sono informazioni fondamentali se ci si accinge ad un viaggio in macchina di molte ore con degli sconosciuti (come nel caso del servizio di Car Sharing BlaBlaCar, si chiama così perché decidi tu quanta conversazione vuoi fare con il conducente), o ad un pernottamento di qualche giorno nella loro stanza degli ospiti.

 

Dal punto di vista sociologico, si tratta di un balzo in avanti nella realizzazione di un'economia digitale della reputazione nella quale le forme di “capitale simbolico” (per dirla con Pierre Bourdieu) vengono convertite in capitale economico: ricevere una buona valutazione implicherà un maggior flusso di guadagni, o almeno un risparmio. Il successo della Sharing Economy assottiglia ulteriormente le barriere tra mondo online e mondo offline, nel momento in cui le pratiche di condivisione tipiche delle economie post-fordiste cessano di riguardare solo la sfera del digitale ed iniziano ad interessare anche la materialità della vita quotidiana. Questo cambiamento ha implicazioni dirette nelle abitudini quotidiane di milioni di persone. Il fatto che l'accesso possa essere molti casi un valido sostituto al possesso di un bene sta iniziando a divenire un elemento di senso comune, una parte dell'esperienza quotidiana di milioni di persone. Oggi avviene anche all'interno del sistema di regole del mercato tradizionale, e non solo in ambiti che sono alla ricerca di sistemi economici alternativi.

 

I conflitti che stanno già emergendo attorno a queste nuove pratiche economico-culturali, e che probabilmente si radicalizzeranno nell'immediato futuro, sono l'indicatore dela forza della trasformazione. Chi e come paga le tasse nella Sharing Economy? Sulla base di quali criteri? Qual'è il contesto giuridico più appropriato per inquadrare le piattaforme? E gli utenti?

 

 

Il 2013 è stato segnato da una serie di tensioni legali e politiche che hanno visto protagonisti l'amministrazione milanese guidata da Pisapia, i tassisti e l'azienda Uber (che mette in contatto persone che cercano un mezzo di trasporto “di lusso” e proprietari di macchine di alta gamma, che si offrono come autisti a tempo); tensioni che si sono concretizzate in petizioni e iniziative di protesta promosse da entrambi i contendenti, ma anche in aggressioni vere e proprie. Alcuni dei commentatori, al proposito, hanno affermato che questi conflitti sono lo specchio della tipica resistenza italiana al cambiamento. Indubbiamente c'è del vero, ma bisogna considerare la questione in un contesto più ampio e tenere in considerazione che anche negli Stati Uniti iper-liberisti si creano tensioni di questo tipo, come dimostra il dibattito parallelo che si sta svolgendo nello stato di New York su Airbnb.

 

Ad ogni modo, in un mondo avviato verso i 9 miliardi e mezzo di abitanti (questa la stima dell'ONU per il 2050), quello verso la Sharing Economy è un passaggio cruciale per una gestione sostenibile delle risorse a disposizione. Non è un caso se, negli Stati Uniti, associazioni ed aziende della Sharing Economy si sono riunite in Peers (“Pari”, un gruppo di base che ha molti tratti distintivi dei movimenti politici), con l'obiettivo di rafforzare le economie e le comunità locali, ridurre l'impatto dei rifiuti e studiare sistemi di governance per la condivisione. Qualcosa di molto diverso da quello che aveva in mente Latouche quando ha scritto Il pianeta dei naufraghi, nel 1991, ma sicuramente una visione interessante per l'immediato futuro.

 

 

Questi temi saranno approfonditi il 29 Novembre durante Sharitaly, la prima giornata d'incontri dedicata all'economia collaborativa in Italia, presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano.

 


 

Questo articolo è uscito in una versione ridotta su La Domenica del Sole 24 ore del 17 Novembre, nell'ambito dell'attività redazionale legata al premio da 100.000 euro per progetti d'innovazione culturale cheFare.



Bertram Niessen su Twitter

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