Alfabeto verticale

"Il rischio è uno degli aspetti dell'alpinismo più difficili da spiegare a chi non lo pratichi."

In queste parole, Franco Brevini, professore universitario di Letteratura italiana con la "passion predominante" della montagna, sintetizza la scommessa del suo Alfabeto verticale. La montagna e l'alpinismo in dieci parole (Il Mulino, Bologna, 2015, 16 €): avvicinare alla montagna chi ne è lontano.
La letteratura alpinistica non aiuta il lettore non alpinista. Prodotti da chi ha compiuto imprese leggendarie, magari sopravvivendo a un tragedione omerico, questi libri raccontano di solito avventure davvero memorabili, ma insistono sul dato tecnico e presuppongono l'esperienza alpinistica del lettore, che diviene troppo spesso l'unica chiave per la condivisione delle emozioni. Il modello è, appunto, la tragedia classica o l'epica, di cui si conosce o si capisce subito il finale: eroi e destini maledetti che tengono in sospeso il lettore nella vana speranza, ben descritta da Eco, di un inceppamento del meccanismo che porta inevitabilmente al disastro. È un modello che può conquistare il lettore, se instilla il fascino dell'avventura o fa scattare l'emulazione; ma lascia agli altri tutte le loro perplessità e le loro opinioni, la principale delle quali è che gli alpinisti siano matti.
A questo modello sfuggono pochi libri, tra i quali i migliori mi paiono Montagna vissuta di Reinhard Karl, Il limite della vita e Spostare le montagne di Reinhold Messner e Confessioni di un serial climberdi Mark Twight (merita un cenno la cognizione della rabbia che l'alpinista americano riesce a trasmettere grazie a una straordinaria originalità stilistica, che non ha nulla da invidiare agli scrittori di professione).


Bernini per alcuni aspetti potrebbe essere affiancato a questi happy few, che per altri aspetti sono invece incommensurabili. Il libro è suddiviso in dieci capitoli imperniati su altrettante parole chiave: Altezza, Arrampicata, Bufera, Dolomiti, Ghiaccio, Gran Paradiso, Immensità, Rischio, Scialpinismo, Tunu (termine con il quale gli Inuit chiamano la costa est della Groenlandia: significa 'didietro').
Una scelta che anche chi si sia fatto un'idea della montagna solo da fondovalle riconosce per non ovvia e che consente di tracciare un percorso ricco di spunti e di stimoli. Ma siamo lontani dalle cime tempestose: è lo stile dell'affabulazione dell’autore che è capace di far condividere al lettore la sua lunga esperienza alpinistica, in se stessa di buon livello ma non certo di punta. In questa montagna in cui tutti possono riconoscersi, le cime restano quello che sono: una grande bellezza, spesso sullo sfondo del discorso.
Brevini sceglie di iniziare i capitoli con l'esperienza personale, soprattutto nei suoi aspetti emozionali:
"Il giorno che caddi in un crepaccio c'era un tempo magnifico.

 

Mentre precipitavo nel baratro azzurro... il solo pensiero che mi accompagnasse era: che peccato un incidente in una giornata così bella... Intanto la discesa continuava e lo strappo che avrebbe dovuto arrestarla, tardava. Ma non ero terrorizzato come a questo punto avrei dovuto essere. Mi sentivo completamente sconnesso da quel corpo scagliato dentro le viscere del ghiacciaio e aspettavo solo incuriosito di vedere come sarebbe andata a finire... Le pareti del crepaccio appaiono meravigliosamente striate di ghiaccio vetrificato. Sembra di trovarsi in un prezioso sepolcro di alabastro blu e verde. Nonostante la precarietà della situazione, non posso fare a meno di osservare con ammirazione lo spettacolo cristallino delle strapiombanti viscere della Tribolazione. Secoli di precipitazioni si sono accumulati in questi muri ondulati e lucenti, disegnati da fantastici ologrammi. È un'enigmatica stratigrafia e io ne sono il primo sbigottito spettatore dall'inizio dei tempi... La corda subisce un nuovo strappo e il mio corpo riprende a precipitare. Ho il cuore in gola e grido per il terrore. Per fortuna la caduta è subito bloccata.... Dall'alto sento che tirano. Il ritorno a casa è cominciato".


Ma dall'esperienza personale, il discorso si estende alle implicazioni storiche e culturali che la montagna e il discorso su di essa comportano. Frequenti sono i ritorni all'indietro nel tempo, non privi a volte di momenti umoristici (come il racconto delle guide di Julius von Payer che nel 1864, sul ghiacciaio dell'Adamello ancora inesplorato, pretendevano una sosta per cucinarsi la polenta).
L'origine dell'alpinismo è dotta, anzi scientifica, nel secondo Settecento. Brevini, per esempio, rievoca con ammirazione Horace-Bénédict de Saussure, naturalista di Ginevra, che nel 1792 misurò l'altezza del Cervino con una catena di ferro e un sestante, eccedendo soltanto di 26 metri. E ricorda che, prima di allora, la montagna paradigma si chiamava Mons Silvus, poi Servinus; divenne Cervino per errore: un cartografo francofono scambiò la s con la c.
La motivazione sportiva viene solo molto più tardi. Dopo la conquista di tutte le cime delle Alpi, è la volta delle pareti, poi di una loro variante, fino a giungere ai tempi nostri in cui si parla di concatenazioni e discese estreme con gli sci o in deltaplano dalle cime più alte del pianeta (conquistate ormai tutte da qualche decennio).


Imprese impossibili senza il supporto della tecnologia dell'abbigliamento e dell'alimentazione, a cui l'alpinismo ha contribuito in maniera determinante. A questo proposito Brevini non manca di celebrare, tra gli altri, Vitale Bramani, l'inventore delle suole di gomma, che tutti portiamo. Nel 1935, l'alpinista milanese assistette alla morte di sei alpinisti che calzavano le pedule di corda (allora normali per arrampicare su roccia). Ci pensò su e, con il supporto di Leopoldo Pirelli, costruì le prime suole di gomma vulcanizzata e scolpita a carrarmato, e le chiamò Vibram. Due anni dopo, nel 1937, le battezzò con successo nella prima ascensione della parete nord-ovest del Pizzo Badile, compiuta insieme a Ettore Castiglioni, che resta ancora oggi una signora salita.
L'evoluzione sportiva e tecnica è stata sempre accompagnata dal discorso sull'etica dell'alpinismo.

 

Qui Brevini è addirittura parte in causa, perché già negli anni Settanta fu con Ivan Guerini, Jacopo Merizzi, Giampiero Miotti e altri ancora, tra i primi climber italiani, cioè coloro che recepirono lo spirito di libertà, ricerca interiore e gioia del gesto dagli scalatori americani. Si trattò di una specie di rivoluzione culturale, perché intendere la montagna come scoperta di sé equivaleva a scontrarsi con la retorica dell'eroismo e della sofferenza allora (e, in parte, ancora) sostenuta dal CAI e fatta proprio dalla gran parte degli appassionati. Poco prima di suicidarsi per disperazione e protesta nel 1983, Miotti scrisse: "Il free-climbing, inteso non tanto come nel senso di arrampicata libera ma in quello più ambizioso e filosofico di libero arrampicare, pareva essere nato come espressione di libertà e di assoluta disinibizione. Ahimè... ora ci si va accorgendo che invece ha portato gli alpinisti a schiavitù, dogmi, imposizioni, divise da portare, fazioni, provincialismi, miti e mitucci dell'uomo-muscolo alla Bronzo di Riace... un quadro forse peggiore di quello dell'alpinismo di ieri".

 

Lo stato dell'arte lo si ritrova nelle bellissime pagine, in forma di dialogo con Eugenio Pesci, sull'etica-estetica del rischio, che discende dal bello e dal sublime di Hume e Kant, che viene citato direttamente (Critica del giudizio): "Le rocce che sporgono audaci in alto e quasi minacciose, le nuvole di temporale che si ammassano in cielo tra lampi e tuoni... riducono ad una piccolezza insignificante il nostro potere di resistenza... Ma il loro aspetto diventa tanto più attraente per quanto più è spaventevole, se ci troviamo al sicuro; e queste cose le chiamiamo volentieri sublimi, perché esse elevano le forze dell'anima al di sopra della mediocrità ordinaria, e ci fanno scoprire in noi stessi una facoltà di resistere interamente diversa, la quale ci dà il coraggio di misurarci con l'apparente onnipotenza della natura".
Lo scalatore, però, va nell'insicuro, passa dalla contemplazione all'azione. Questo passaggio sarebbe folle, se l'io, come suggeriva Freud, non pensasse alla morte per reimmetterla nel circolo della vita, e ritrovarne l'intensità. Del resto l'alpinista è appeso a un filo in modo tutt’altro che metaforico, ed è questa consapevolezza che fa dire a Brevini, in parole che costituiscono la sintesi migliore del senso di questo volume: "Per me l'alpinismo è questa presenza totale a un mondo spietato e avvincente, questa partecipazione alla vita che mobilita mente e corpo, scrollandosi di dosso l'artificio in cui siamo in ogni istante immersi".

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Franco Brevini,