Al di là dell’in-quadratura

Nel 2009 con Patrizia Giordano, educatrice di Poggioreale ed esperta di biodanza, abbiamo deciso di mettere a punto un progetto per i detenuti. Abbiamo pensato a un progetto fotografico che, articolato in tre mesi di lavoro da svolgersi all’interno del penitenziario , mirasse a dare la possibilità ai partecipanti di imparare a scattare una foto e di ritrovare, con l’ausilio della danza, una maggiore padronanza del corpo in un luogo di chiusura/clausura quale è un carcere. Alla conoscenza base della tecnica fotografica si univa così il corpo nei suoi movimenti più semplici e naturali. Due discipline si fondevano in un unico linguaggio.

 

Durante il percorso di studio ed apprendimento della materia fotografica, particolare rilievo è stato dato a due figure: Caravaggio, fotografo ante litteram, e Paolo Pellegrin, fotografo in prima linea. Identità Sensibili, il nome del progetto, approvato e realizzato, si è concluso con una mostra del lavoro dei partecipanti intitolata Intra/Vedere, tenutasi presso la galleria fotografica Giù-box (un box auto che invece di ospitare macchine e motori è adibito a galleria fotografica – a Napoli succede anche questo) di Michele Del Vecchio.

 

 

Uno status quo è stato rovesciato: da sempre in Italia i detenuti sono stati fotografati ma mai sono stati fotografi della loro stessa realtà. Le intelligenze “dormienti” che hanno partecipato al corso hanno messo in scena parti del loro percorso di vita, delle loro esperienze più intime, si sono donati all’immagine senza riserve. Fotografandosi a vicenda, in uno spazio che a tratti rasentava lo squallore, hanno imparato a conoscersi e a diventare un vero e proprio gruppo di lavoro. In armonia e prestando attenzione alle esigenze di tutti, ne è venuto un corpus di immagini chiare, esplicite e mai banali.

 

 

La scelta delle immagini da mettere in mostra è stata collettiva e concorde, così come la decisione di non inserire didascalie alle foto per non condurre/condizionare lo spettatore e lasciarlo andare verso una libera visione, e soprattutto di non mettere il nome dell’autore dello scatto, perché il collettivo aveva preso il posto del singolo. Dai dieci partecipanti al corso è emersa un’unica parola chiave: intra/vedere, appunto, ovvero lasciar entrare un po’ alla volta, intra/vedere l’essere, il poter essere e ancora l’essere, intra/vedere l’autenticità, il riemergere, il prendere per un po’ le distanze da un luogo totalizzante, proprio come se si fosse liberi.

 

 

Le immagini interne portate fuori, inizialmente latenti, sono emerse con grande sensibilità, ma anche con la consapevolezza che si sarebbe tornati alla dissolvenza, al nascosto, al non visto, al chiuso, benché certi che anche quando ci sarà di loro dimenticanza, saranno loro a non dimenticare, perché, come essi stessi hanno detto, “loro c’erano” e sapevano cosa volevano comunicare, ma soprattutto cosa hanno vissuto dentro… Il tempo ha così inevitabilmente assunto un valore “altro”, il valore fotografico per eccellenza: l’attimo!

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