Foto al buio

C’è una singolare malinconia che costituisce il respiro ritmato di questa immagine. La luce azzurra – anzi blue, come gli anglosassoni dicono dell’atmosfera triste, malinconica, appunto – sembra situare la scena all’apice di una pulsazione di tipo pneumatico, in un momento sospeso nella discontinuità tra inspirazione ed espirazione.

 

C’è una protagonista, perché c’è una scena. O, forse, assistiamo a una scena proprio perché non possiamo non identificare una protagonista. Come in certi anime giapponesi, dove gli individui della folla non possiedono nemmeno i tratti stilizzati del volto, poiché sono un mero e anonimo contorno alla presenza singolare e solitaria del personaggio principale. C’è il silenzio, sembra che nessuno parli, come in molti film orientali, come fanno i due amanti nel celebre Ferro 3.

 

C’è lo sguardo. L’occhio fotografico. Il nostro occhio. Lo vediamo, come altrimenti non potremmo, perché ci accorgiamo che quell’occhio, quell’organo vedente è a sua volta – e innanzitutto – un organo visibile e visto. Il nostro sguardo si vede visto e, così, ci sentiamo osservati. È in questo istante che siamo occhi negli occhi con la donna in basso a destra; è in questo stesso istante che finiamo per rifuggire la sua curiosità, consapevoli che essa era già lì, su di noi, ben prima che noi ci accorgessimo di lei. E che sarà ancora lì, ogni prossima volta: studiosa, giudice, inesorabile.

 

C’è l’interno di un treno, probabilmente sotterraneo, dimensione sociale metropolitana che rivela la potenzialità politica di una prossimità che è, spesso, solo di membra e corpi che ne restano inconsapevoli. C’è gente intenta a studiare l’ambiente circostante, ma non i corpi o i volti, piuttosto i segni e le indicazioni, il percorso. E poi c’è Lei.

 

Lei, immobile nel fuoco della fotografia, ferma in piedi nel nucleo placido ma gravido di un brulichio che è quello della moltitudine, della fretta, della quotidianità. Verso quel nucleo, come magneticamente, il nostro occhio è chiamato e richiamato, sempre ricatturato. Perfino il contrasto tra la luce periferica, gialla e calda, e quella fredda e azzurra, nel cuore della scena, predica al nostro sguardo perché torni ancora a recarsi lì. Su di lei. Oppure no?

 

Brian Yen, A Node Glows in the Dark, Hong Kong

 

Non su di lei, in effetti. La traiettoria della nostra vista è calamitata piuttosto dall’oggetto della contemplazione della sua. Il suo atteggiamento assorto indirizza il nostro sul dispositivo che stringe nella mano destra. Lì scopriamo l’artefatto elementale di questa dimensione archetipica. La luce azzurra, così vivida e dominante, sembra misteriosamente scaturire proprio da lì, dallo schermo dello smartphone. Il gioco di forze degli sguardi che si rincorrono verso questo polo gravitazionale gli riconosce il rango di origine dell’intera messa in scena; esso è in qualche misura la venuta alla luce della foto stessa.

 

Quest’opera di Brian Yen, dall’efficace titolo A Node Glows in the Dark, è stata nominata nell’ambito del National Geographic Photo Contest 2014 come il miglior scatto nelle categorie Grand Prize e People. L’artista la accompagna con queste righe:

In the last ten years, mobile data, smartphones and social networks have forever changed our existence. Although this woman stood at the center of a jam-packed train, the warm glow from her phone told the strangers around her that she wasn't really there. She managed to slip away from "here" for a short moment; she's a node flickering on the social web, roaming the Earth, free as a butterfly. Our existence is no longer stuck to the physical here; we're free to run away, and run we will.

 

Negli ultimi dieci anni, i dati mobile, gli smartphone e i social network hanno cambiato per sempre la nostra esistenza. Nonostante questa donna stesse in piedi al centro di un treno affollato, la luce calda emanata dal suo telefono diceva agli stranieri intorno che lei non si trovava davvero là. Era riuscita a sfuggire dal “qui” per un breve momento; era un nodo, un punto fluttuante nel web, e vagava sulla Terra, libera come una farfalla. La nostra esistenza non è più legata rigidamente al qui fisico; siamo liberi di correre via, e via correremo.

 

Il corpo di questa donna, il suo esser-qui, è quello di ognuno in quel treno, di ognuno di noi, completamente esposto e senza ripari. Nella sua immanente esposizione, pure “she wasn’t really there”. E dov’era allora? Dov’era quel corpo, se la sua carne era qui, esposta allo sguardo fotografico, a quello dei compagni di viaggio pure ignari di lei, al nostro? A essere denudata, in questo scatto, non è la presenza di quel corpo, ma la sua assenza: messa a nudo per il fatto di non essere propriamente in loco, è mai possibile?

 

Quell’altrove, forse proprio quello stare non-qui, ha fatto entrare in scena d’acchito, proprio davanti (o forse dietro) ai miei occhi, l’analogia con un’altra fotografia. Scattata da John Stanmeyer, il suo repentino richiamo riavvolge spazio e tempo e ci trasporta da Hong Kong a Djibouti City nel tempo di un istante, anzi, di un’istantanea. Questa correspondance, esordisco chiedendomi, si tratteggia soltanto intorno alla centralità dei dispositivi mobili raffigurati? E se è così, qual è la ragione per cui essi mi appaiono simili al punto da rendere affiliate le due immagini?

 

Anche in questa seconda immagine appare lampante – è il caso di dirlo – una luce dominante, quella della luna, da cui origina tutta la scena (da cui essa viene alla luce). Diverse figure sono messe in ombra nei confronti dell’obiettivo proprio dalla luce generatrice, e in virtù di quella messa in ombra sono distinguibili; è il loro buio che ne permette la visione. Come assorte in un rito, le figure umane – anche stavolta vien fatto di pensarle in completo silenzio – sono alle prese con un’attività singolare. Alcuni di loro impugnano degli oggetti, gli stessi artefatti della prima fotografia, da cui emanano le stesse luci galleggianti. Quegli oggetti, i telefoni naturalmente, e quelle luci, i display, costituiscono il canale attraverso il quale gli uomini raffigurati si relazionano allo spazio aperto che li circonda, al mondo. Sono probabilmente intenti nella ricerca di campo per poter sfruttare la rete telefonica, ma il loro scopo ultimo è poco importante, molto più interessante è la disposizione indotta ai loro corpi dai dispositivi, appunto.

 

I volti di questi uomini, invisibili al contrario di quello della ragazza di Hong Kong, sono tuttavia ugualmente immersi negli schermi, espongono il desiderio di viaggiare attraverso di essi, di raggiungere l’altrove catturato e descritto da Brian Yen. Il bisogno di comunicare è volontà “di correre via”. C’è una sintesi straordinariamente riuscita del contemporaneo, in questa opera di Stanmeyer e nella prima che l’ha riportata vividamente dalla mia memoria visiva. Proprio tale sintesi, forse, spiega per quale ragione anche questo scatto sia stato riconosciuto come un’eccellenza, vincendo il primo premio come World Press Photo of the Year 2013 nella categoria Contemporary Issues.

 

Fotografie di luci che brillano fulgide ma fugaci, nel buio. Fotografie di corpi che attraverso quelle luci sembrano desiderare di fuggire, dal qui e ora. Fotografie che raccontano proprio il qui e ora, senza dire una parola.

John Stanmeyer for the World Press Photo of the Year 2013

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