Fotografia – Festival Internazionale di Roma

Quasi inevitabile quest’anno la scelta di Fotografia – Festival Internazionale di Roma alla sua undicesima edizione, curata da Marco Delogu e come sempre allestita negli spazi del MACRO a Roma, di portare l’attenzione sul tema del lavoro. In tempi di crisi economica, un soggetto scontato ma anche difficile da realizzare nella sua complessità. Lavoro, al giorno d’oggi, significa tutto e niente: il lavoro che c’è, che non c’è, il lavoro che ha perso la dignità di potersi chiamare tale, il lavoro che toglie lavoro e partecipa attivamente alla crisi, e non ultimo, il lavoro stesso del fotografo, che non è semplice artista, ma anche professionista con impegni da portare a termine.

 

Chris Killip, Netting Seacoal Lynemouth, 1983, inkjet print 50 x 40 cm. Courtesy l’artista

 

C’è dunque in Fotografia: Work un numero enorme di volti, dai lavoratori migranti di Ulrich Gebert agli avvocati immersi nei contratti di Lars Tunbjörk, ma soprattutto c’è lo spazio, lo spazio della terra colonizzata e trasformata in piantagione, uffici stracolmi di carte, le piazze occupate dalla protesta sociale, i manifesti affissi ai muri e i pranzi veloci abbandonati sui tavoli. Le miniere e le fabbriche di Josef Koudelka, e le zone industriali dove muoiono gli operai. Sono le case apparentemente benestanti, tranquille, fotografate in esterni da Raphaël Dallaporta, dentro cui apprendiamo, da piccoli testi affissi accanto ad ogni istantanea, essersi svolto il dramma della schiavitù secondo tante piccole storie di ingenui immigranti rinchiusi a lavorare ad orari e paghe disumane pena reiterate violenze fisiche. Il lavoro necessita di spazio, ma poi lo spazio rimane a parlare del lavoro, anche in tempi di disoccupazione; perfino dopo un terremoto. Se l’uomo vive nello spazio, allora il lavoro stesso è vita, vita che permane anche nell’abbandono, come un ricordo. Una volta la fotografia raccontava i mestieri nel loro ambiente, distese aperte e fabbriche claustrofobiche; oggi che il lavoro non c’è, le immagini dei luoghi di lavoro si trasformano in tanti vuoti diversificati, prodotti dal buco della crisi che lacera e trascina via con sé ciò che prima era abitudine, routine, esistenza comune. Ora lo spazio, lentamente, si svuota delle persone: il modo più semplice per raccontare il senso della disoccupazione.

 

Lars Tunbjörk, Stockbroker Tokyo, 1999, inkjet print 50 x 40 cm. Courtesy l’artista

 

Allora la fotografia deve interrogare anche se stessa, il senso di quello che non è solo istinto artistico ma anche impegno professionale, perché il fotografo che documenta gli spazi in cui operano le persone vi entra fisicamente esso stesso, mutando l’ambiente e la propria individualità; ma non la Storia. This is not a Office è una riflessione sul mestiere di reporter di guerra, sulla frustrazione di esserci e non esserci, vedere e non partecipare, insinuarsi nello spazio senza viverlo. Stanley Greene, Tim Hetherington, Jeroen Kramer, Marco Vernaschi si interrogano in maniera diversa sul senso della testimonianza, per poi optare per una comune conclusione, l’espressione di quei sentimenti repressi che la professionalità del racconto bellico chiedeva di lasciar da parte. Se lo spazio non può mai definirsi neutro, sensibile com’è alla presenza e all’occhio umano, allora nessuna fotografia può mantenersi indenne nei confini del documentario. Non solo non può; non deve, pena un’immagine caricaturale di una realtà che non si configura mai come pienamente oggettiva. In secondo luogo, l’oggetto finale dello sguardo fotografico è un prodotto, e come tale viene consumato. Il cinismo insito nella produzione e nel consumo dell’immagine, con l’implicita ricerca di quelli elementi pari alla pubblicità per la capacità di catturare l’attenzione, è il paradosso, nonché dilemma morale del reporter fotografico; bisogna masticare, cannibalizzare la realtà per ottenerne qualcosa, strapparlo dal tempo per fermarlo in un solo istante. Ma cosa comporta questo quando si lavora in una realtà già aggredita dagli eventi storici? Cosa differenzia il fotografo dal carnefice, se fotografare – to shoot – significa, pari a una pistola, prendere la mira e colpire?

 

Roger Ballen, Gardener sitting on woman’s bed, 1999, silver Gelatin Print 40 x 40 cm. Courtesy l’artista e Massimo Manini

 

Fotografia: Work propone una doppia analisi: una sul lavoro e una sull’atto stesso di documentare il lavoro al giorno d’oggi. Fin dai tempi di Walker Evans e Dorothea Lange la fotografia sociale nasconde una vena narrativa che al pari di un racconto di Zola non vuole privare la nuda immagine di una certa partecipazione emotiva ben orchestrata. Ma nel presente, quali emozioni permangono nello sguardo di chi rappresenta la crisi del lavoro? Oggi c’è l’orrore della quotidianità, come nelle fotografie di Roger Ballen, i cui visi ricordano le facce grottesche di Diane Arbus. Una quotidianità spaventosa nel suo continuare a esistere, giorno, dopo giorno, banalmente. Perché si continua a lavorare, o a cercare lavoro, o a perderlo, senza sosta, senza alcun cambiamento significativo; malgrado tutto, dai miliardi di euro bruciati in borsa fino alla concrete esplosioni di palazzi nelle opere di Andrea Botto nella sezione Il Paese è reale. La tragedia del presente è talmente innervata negli interstizi del reale che ha perso ogni risonanza emotiva, per scorrere davanti ai nostri occhi indifferenti con implacabile indolenza.

 

Lorenzo Durantini, Vada a bordo, cazzo!, 2012, inkjet print 188 x 150 cm. Courtesy l’artista

 

E la mostra al MACRO riecheggia di questa calma vacuità dell’esperienza. Luoghi, facce, storie, si succedono pazientemente davanti al pubblico senza pretendere gli uni più attenzione, o partecipazione, degli altri. Ciò che può fare la fotografia è fermare i dettagli inutili, invisibili, i piatti ripieni di cibo vicino ai computer e le borse abbandonate negli angoli degli uffici. Con la consapevolezza che tutto continuerà anche quando sarà finito: si perderà il lavoro, si bruceranno altri milioni, si svuoteranno le fabbriche e i negozi, ma lo spazio continuerà a vivere, a produrre senso, testimonianza, ricordo, a raccontare, nel proprio semplice esserci, ciò che è stato, e che rifiuta di cessare; come una sorta di particolarissima resistenza contro la catastrofe della società odierna.

Jackie Nickerson, Chipo Farm, 1997, digital C-print 150 x 120 cm. Courtesy the artist and Brancolini Grimaldi

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