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L'istante di Ryan McGinley

Il 420 West Broadway, a Manhattan, è un indirizzo fondamentale per l'arte contemporanea. Qui, nel 1971, chiuso il capitolo Pollock, De Kooning ed espressionismo astratto, trasferiscono il loro quartier generale Leo Castelli e Ileana Sonnabend e, senza sbagliare un colpo, aprono le porte delle loro gallerie, per esempio, a Gilbert & George, Jeff Koons, Christo, Julian Schnabel. 
Ryan McGinley entra in questo edificio nel 1999, quando ormai non ci sono più le gallerie dei due italiani che hanno portato l'America in Europa, in realtà non c'è nulla, è un building in restrutturazione che Ryan McGinley occupa per la prima mostra pubblica delle sue stampe.

 

Ha 23 anni e del 420 West Broadway sono rimasti l'indirizzo e il mito, due dettagli che, con un po' di intuito, funzionano ancora molto bene. 
Ryan McGinley ha bruciato tutte le tappe senza mai bruciare sé stesso, a differenza dei suoi amici come Dash Snow. Quando arriva a New York dal New Jersey per studiare design, fotografa qualsiasi cosa, dai finestrini degli aerei al piatto in cui mangia, e naturalmente fotografa tutti i suoi amici. Con Dash Snow scattano dieci scatole di Polaroid al giorno. Le pareti della sua casa del Village sono tappezzate di Polaroid. Quando anni dopo le raccoglie e le archivia, ne escono fuori trecento volumi. 
Ma soprattutto, Ryan McGinley sa muoversi molto bene. A vent'anni capisce che l'aspetto privato della fotografia è importante, così come lo è la ricerca personale, ma per costruire progetti interessanti ha bisogno di denaro e reputazione. Insomma, contatti e mercato.

 

Dopo aver individuato l'indirizzo giusto per la sua prima esposizione, produce un libro con una selezione delle sue foto, lo intitola The Kids Are Alright, visto che agli Who e ad Art Kane con la stessa formula era già andata piuttosto bene, e prima ne vende 50 copie durante la mostra, poi ne spedisce altre 50 ad artisti e curatori influenti.


 

A 24 anni è così tra i più giovani artisti ad esporre al Whitney Museum: una copia del libro finisce tra le mani della curatrice Sylvia Wolf, che lo sceglie perché "i suoi soggetti, writers, skaters, gay di Downtown Manhattan, esprimevano al meglio la cultura contemporanea, sapevano perfettamente come essere fotografati, conoscevano bene i meccanismi della comunicazione per immagini. Ma, d'altra parte, erano anche attenti al fatto che la cultura non dovesse essere solo comunicata, ma anche creata". 

 

Dash Snow fotografato da Ryan McGinley

Dash Snow fotografato da Ryan McGinley

 



Tutti i fotografi cambiano ed evolvono, ma non alla velocità di Ryan McGinley. In pochi anni passa dalla documentazione dell'underground newyorchese alla composizione di scatti più complessi, set costruiti, modelli e modelle immerse nella natura. Il punto è che non ha mai voluto perdere tempo. "Non potevo aspettare che una fotografia mi si proponesse, dovevo farla accadere."
Nasce da questa impazienza il suo approccio cinematografico alla fotografia, addio documentari. Intorno al 2005, dopo la personale al Whitney Museum, chiama i suoi amici in una grande fattoria del Vermont, allestisce un trampolino in mezzo ad un prato, e per una settimana crea scene di uomini e donne immersi nella natura, è tutto spontaneo e tutto costruito. Ma è tutto fermo, il set è il prato di quella fattoria: per cambiare scena, fa quello che da 50 anni fanno gli americani per trovare storie, il coast to coast.

 

Nel 2006 e nel 2007 trascorre due estati attraversando gli Stati Uniti su due camper, da New York alla California, insieme ad otto modelli e modelle e due assistenti. Investe 100.000 dollari nell'operazione e per quattro mesi scatta da 20 a 30 rullini al giorno.

 

 



È la vita della comunità che lo interessa; d'altra parte Ryan McGinley ripete in ogni intervista di essere cresciuto da vero americano, ovvero sempre circondato da persone. 
Gli Americani di Ryan McGinley non sono The Americans di Robert Frank. Frank attraversa l'America per fermare l'umanità del momento, il suo modo di intendere l'istante decisivo, McGinley viaggia alla ricerca della stessa umanità, ma il suo mondo è di fantasia, non reale.

 

Sienna Miller fotografata da Ryan McGinleySienna Miller fotografata da Ryan McGinley

 

Il critico Jeffrey Kluger scrive che "le fotografie di McGinley fermano la rappresentazione dell'istante". Con Ryan McGinley, e con la generazione dei fotografi degli anni '90, la fotografia americana esce dalla pura documentazione, per cercare la rappresentazione della vita. Il mondo di Ryan McGinley è verosimile, non esiste, è una ricerca portata all'estremo nella fashion photography degli ultimi dieci anni, per esempio, da Tim Walker. 
"La celebrazione della vita, il divertimento, la bellezza" dice McGinley "fanno parte di un mondo non reale. È una rappresentazione fantastica e fantasiosa. Solo la libertà è reale, e si realizza solo dove non ci sono regole. È questa la vita che avrei sempre voluto vivere."

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