Olivo Barbieri. Ersatz Lights

Il venire alla luce delle immagini

Stiamo assistendo a un momento di notevole attenzione nei confronti dell’opera di Olivo Barbieri. Innanzitutto, da fine maggio scorso, il MAXXI di Roma ha intrapreso un percorso lungo sei mesi (dal 29 maggio al 15 novembre 2015) e oltre trent’anni, intitolato appunto Olivo Barbieri. Immagini 1978 - 2014. Il viaggio retrospettivo è curato da Francesca Fabiani e si alimenta di oltre 100 opere, diverse per temi e obiettivi, ma accomunate da quella che, in qualche modo, sembra l’egida estetica che illumina tutto il lavoro di Barbieri, e per parole sue: "Non mi ha mai interessato la fotografia, ma le immagini. Credo che il mio lavoro inizi laddove finisce la fotografia."

 

L’evidenza di questo paradosso sta nel fatto che a renderlo tale sarebbe l’autore della sua affermazione, vale a dire un fotografo. E allora, forse, abbiamo già individuato la ragione che fa il paradosso così prezioso o, perché no, tutt’altro che un paradosso: dovremmo provare, ci dice Barbieri, a non accontentarci della definizione di fotografo, a invertire la direzione, quasi lasciando perdere l’autore e badando a ciò di cui egli si interessa, le immagini, appunto. Singolare davvero il limite che le parole citate tratteggiano tra fotografia e immagini: dove finisce una iniziano le altre. Queste parole campeggiano anche sulla soglia di un’altra esposizione dedicata, in questi mesi, a Olivo Barbieri.

 

 

Nell’ambito di una delle manifestazioni periodiche dedicate alla fotografia tra le più importanti, Fotografia Europea a Reggio Emilia, Ersatz Lights - case study#1 east west è rimasta aperta dal 22 maggio al 26 luglio 2015, nei locali dei Chiostri di San Pietro. Seguendo il coordinamento scientifico di Laura Gasparini, la mostra esplora nel dettaglio una delle traiettorie di ricerca decisive dell’artista nato a Carpi: la fotografia urbana o di paesaggio in condizioni di luce artificiale. «Per “Ersatz Lights” si intende tutto ciò che abbiamo inventato come sostituto della luce naturale, surrogati della luce solare» ci suggerisce la presentazione all’ingresso della prima stanza. E ci bastano pochi altri passi per avere l’ennesima conferma di una sensazione che da anni accompagna gli appassionati di mostre di fotografia: le location spoglie, in edifici antichi ristrutturati solo in parte, o magari derivate da contesti industriali, comunque tutt’altro che lucide e asettiche e perlopiù non nate per accogliere mostre, si rivelano quantomai adatte per allestimenti dedicati alla fotografia, come accade in questo caso sotto i nostri occhi.

 

 

Ersatz Lights si compone di 199 fotografie scattate nell’arco, di nuovo, di oltre trent’anni e se il bacino temporale è ampio, quello spaziale non è da meno, aderendo plasticamente alla tendenza di Barbieri di girare i quattro angoli del mondo alla caccia delle immagini che desidera. Le pareti sono scandite da gruppi di quattro fotografie ciascuna. Un quartetto, poi un altro, e una consapevolezza vivida si affaccia subitanea al nostro sguardo; vivida essa come vividi sono i colori delle immagini che abbiamo incontrato, straordinari nel senso proprio del termine: la ragione per cui li notiamo immediatamente è proprio il loro disattendere le aspettative che avevamo, approcciandoci alle foto con l’atteggiamento abituale dello spettatore abituato. E, pure, dovremmo fare di questa eccezione abitudine, per arrivare in fondo alla mostra. Così, è subito manifesto il protagonista più eclatante di questa raccolta: il colore, appunto.

 

Un interrogativo istantaneo si leva, portando con sé, a onor del vero, la sua quasi piccata risposta:

«Le luci artificiali, cavalcate a briglia sciolta dall’intenzione del fotografo, gli permettono di ritrarre una realtà che non risponde a se stessa ma, invece, a un artefatto non autentico?» azzarda il primo, giusto il tempo per sentirsi ribattere: «Dove starebbe questa supposta autenticità violata? Nel fatto che questi colori non ti colpiscano gli occhi quando guardi direttamente questi spazi? Non è la “realtà” – ammesso che ne esista una – che ti è stata offerta qui, bensì delle immagini. Esse appaiono, quindi sono naturali, vedi di goderne per quanto puoi».

 

 

Ulteriori protagonisti, in seconda battuta ma non meno importanti, sono chiaramente i luoghi, i mondi innumerevoli ritratti da Barbieri nel corso dei suoi viaggi: il discorso geografico si complica attraverso molteplici sentieri, infiniti vien da dire. Tuttavia, ne saltano all’occhio alcuni con maggiore urgenza: c’è una relazione sentimentale molto intensa tra l’occhio fotografico e i luoghi dell'estremo oriente; una relazione decennale, che porta su di sé i segni della propria evoluzione, e quei segni sono tutti nelle fotografie. Ci sono le grandi città asiatiche degli anni ’90, colme di evocazioni che si abbracciano con quelle d’infanzia di chi scrive, cullate dai miti televisivi dei cartoni animati, i celebri e celebrati anime. Quella realtà si illumina di proiezioni future ma, soprattutto, futuribili che raccontano di un mondo altro dal nostro, un mondo che “avremmo voluto che, ma invece” e, pure, qui ci è testimoniato con la forza dell’ineluttabilità. Il racconto prosegue con le rappresentazioni di Pechino o di Singapore vent’anni dopo, oggi, l’atmosfera di un futuro occidentale tecnologicamente compiuto che in oriente, invece, si è fatto presente. E decadente. Nella stessa composizione di fotografie, infatti, l’allestimento sceglie di associare l'evoluzione sfrenata e la miseria, la disfatta e il trionfo. Anche nei confronti degli Stati Uniti avvertiamo la pulsione a raccogliere, in un’occhiata, queste contraddizioni e la luce delle immagini sembra sussurrarne un’interpretazione metaforica che insista sulla convivenza di futuro luminoso e ombrosa decadenza.

 

 

L’Europa, invece, e l’Italia in particolare, sono nostalgiche visioni. Piccoli paesi al confine franco-belga. Cittadine di provincia come Pegognaga, Montagnana, Alberobello. Barbieri non dimentica Roma e Milano, ma non tralascia, soprattutto, le costitutive differenze che coesistono in questi tessuti e li animano dall’interno quasi misteriosamente; le luci artificiali non si limitano, qui, a delinearne un contesto ma, piuttosto, ne portano in scena il fascino commovente, irresistibile, quasi fosse sempre di un’altra epoca pure se certamente odierno. Quando l’attenzione mira al monumento, all’immortale opera architettonica o al simbolo religioso, ci accorgiamo con ancor maggiore ammirazione della capacità di leggere e utilizzare gli impalpabili linguaggi luminosi e vien da lasciarsi andare a un’affermazione che suoni all’incirca: “In queste foto il solenne e il sacro brillano di luce nuova”.

 

La luce, allora, da piano di ricerca di questo progetto si rivela essere anche chiave interpretativa della dichiarazione iniziale di Olivo Barbieri. La fotografia, in un vero e proprio processo generativo, si fa veicolo della nascita delle immagini, utilizzando la luce per scriverle, crearle: la fotografia, letteralmente, fa venire alla luce le immagini. E se infinitamente molteplici sono le luci di cui disponiamo o siamo testimoni – ci dice Ersatz Lights – infiniti saranno anche i mondi cui verranno le immagini. Eccoli, messi in mostra.

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