Beppe Grillo tra Sanremo e Roma

L'apparizione alla prima serata del Festival di Sanremo, il 18 febbraio, è un ottimo esempio dell'efficacia comunicativa di Grillo.

Il primo gesto avrebbe potuto compierlo qualunque cittadino, esercitando un proprio diritto. Infatti viene replicato da due disoccupati che interromperanno l'inizio dello show. Per diventare protagonista della serata inaugurale del Festival al leader del più importante partito politico italiano (almeno a giudicare dai sondaggi) basta infatti acquistare due biglietti per la platea del Teatro Ariston, uno per sé e uno per suo figlio. A quel punto tenerlo fuori dalla grande sagra nazional-popolare sarebbe un inaccettabile provvedimento poliziesco.

Il secondo passaggio - comunicare l'acquisto dei biglietti ai media - crea una nevrotica attesa che viene via via amplificata, in un crescendo di congetture che naturalmente giovano anche al lancio della manifestazione. Giornali e tv si chiedono, sempre più angosciati: “Che farà Grillo martedì sera?” Quell'acquisto presuppone un rovesciamento dei ruoli: sedendosi con il figlio su due poltrone di platea, ai posti 19 e 20 della fila 19, lo showman si riduce a spettatore. Ma nessuno pensa che non rinuncerà al proprio ruolo, sanno tutti che cercherà di riprendersi la scena.

 



Tuttavia nella platea di un teatro non tutti i posti sono uguali. Ci sono i posti privilegiati delle prime file, dove siedono in questo caso i maggiorenti della Rai e le star dello showbusiness, pronte a farsi coinvolgere dalle domande del presentatore. Poi c'è il posto del principe, con un punto d'osservazione privilegiato. Nei teatri lirici, sarà il palco reale, al centro del ferro di cavallo composto dai diversi ordini di palchi: un luogo da cui guardare, ma anche un luogo da cui farsi guardare. Senza dubbio Grillo calamiterà gli sguardi di tutti gli spettatori dell'Ariston, ma anche quello degli attori sulla scena, timorosi di una sua eventuale irruzione. Il primo a preoccuparsi deve essere Fabio Fazio, che per Grillo è lo “stuoino del pd-menoelle” che “annuisce sempre”, “una persona perbene, semplice, non dice parolacce, però non è un giornalista, è un programmista-regista che viene pagato 5,5 milioni di euro più 600 mila per Sanremo, e poi si prende i suoi registi, i suoi autori”.

Prima della serata, Grillo precisa però la sua posizione: “Non sono un disperato, non sono mica mica Cavallo Pazzo”, dichiara. Si riferisce a un pittoresco personaggio, Filippo Appignani, divenuto celebre per una irruzione all'edizione 1992 del Festival, condotta da Pippo Baudo: riuscì “per quale secondo a impadronirsi della scena per denunciare presunto brogli festivalieri, creando scompiglio e una gloriosa occasione per l'Auditel” (Aldo Grasso, Enciclopedia della televisione, Garzanti, Milano, 2003, s.v. “Festival di Sanremo”). Grillo tiene dunque a precisare di non essere un dilettante che irrompe come un lampo sulla scena mediatica per scomparire subito dopo e di non voler favorire gli indici d'ascolto di una trasmissione dell'odiata Rai con la sua gag.

Naturalmente non va a Sanremo da semplice turista, o solo per godersi l'imbarazzo del conduttore. Ma sceglie un'altra scena: quella del teatro di piazza (il red carpet davanti al Teatro Ariston) e del teatro mediatico (tutti i media rilanciano al telegiornale serale un paio di frammenti del suo minishow). Assediato da “truppe cammellate di giornalisti d'assalto”, si lancia in uno dei suoi soliti monologhi, appena adattato per l'occasione con un paio di attacchi alla Rai e al Festival: “Cos'è servizio pubblico? La Rai ha 13mila dipendenti, costa 1 miliardo e 700 milioni, ma dà 1 miliardo e 400 in appalti esterni. La Rai è il maggior responsabile del disastro politico ed economico di questo Paese”. La Rai ne ha fatto una star e l'ha cacciato nel 1986 per una battuta sui socialisti: da allora per Grillo è una bestia nera, e un facile bersaglio...Compresi nella gag prefestivaliera, i prevedibili attacchi a Renzi, Napolitano, De Benedetti, Berlusconi... Non manca neppure un “a parte” che evoca il Riccardo III di Shakespeare. A metà dell'affannato soliloquio, esclama: “Il mio regno per un bicchier d'acqua!”. Una battuta autoironica, la richiesta del bicchiere, e ripetuta anche il giorno dopo: ma in quella forma e anche un promemoria del proprio curriculum teatrale.

Ancora una volta, Grillo è stato abile ed efficace. In primo luogo, è riuscito a definire in diversi contesti scena e platea, trovando il proprio ruolo.

C'è il teatro vero e proprio: nella platea dell'Ariston si presenta come “spettatore qualunque”, “uno che ha comprato il biglietto”, a differenza di dirigenti televisivi, attori e attrici, giornalisti, politici, discografici, che rastrellano decine di ingressi omaggio (infatti il giorno dopo Matteo Renzi si sentirà costretto a spiegargli che lui il biglietto per vederlo, a Grillo lo pagava. Anche se in quel teatro diventa immediatamente il “primo spettatore”, quello che calamita tutti gli sguardi e le attese.

C'è il teatro di strada, dove è assoluto protagonista, nella calca di cronisti e curiosi.

C'è il teatrino politico, dove occupa la scena per giorni e giorni con la modica spesa di due biglietti di teatro. I media amplificano le sue gesta, dando poi la stura a paginate di commenti (compreso questo).

 



Siccome può esibirsi contemporaneamente su diversi teatri, scegliendo modi e temi, riesce a occupare la scena e spiazzare gli avversari. Per una ragione molto semplice: ciascuno di loro è in grado di destreggiarsi su una o due scene, mentre Grillo è a suo agio su tutti i palcoscenici, compresi quelli della Rete, ed è maestro nel metterli in relazione, nell'amplificarli vicendevolmente.

Per essere la star della settimana, non ha avuto nemmeno bisogno di sorbirsi l'interminabile serata sanremese fino in fondo: alle dieci di sera, dopo una mezza dozzina di canzoni, se n'è andato. L'obiettivo era stato raggiunto, senza nemmeno interrompere Fazio, Littizzetto e compagnia... Ma si sa, un professionista non disturba i colleghi mentre lavorano. Però gli deve rubare l'attenzione del pubblico.

Il giorno dopo, in seguito a uno pseudosondaggio in rete tra i suoi fan, un Beppe Grillo fresco di shampoo si è sentito costretto a incontrare il presidente del consiglio incaricato. Le cartucce migliori le aveva già sparate la sera prima. Era stanco (lo ha detto), a Roma ci è andato controvoglia, all'incontro non aveva alcuna desiderio di reale confronto. Lo streaming è stato un inconcludente faccia a faccia con Matteo Renzi: il dialogo è stato impossibile, con un copione impacciato e rozzo. Il siparietto è risultato inconcludente e nemmeno troppo divertente. Di fronte agli approcci di Renzi, la riposta è stata un arrogante attacco all'avversario, liquidato come un burattino nelle mani di “banche e poteri forti” (un'altra metafora teatrale, tra l'altro).

 

Dunque inutile per il Movimento 5 Stelle entrare nei dettagli del programma. È il più classico degli argomenti contro la persona, che di solito tradisce la debolezza delle idee. Nel duetto, Grillo sembrava l'anziano primattore che rimbecca l'attor giovane che osa rubargli la scena e il favore del pubblico. Renzi, che ha la battuta pronta, ha provato ad alleggerire: “"Non è il trailer del tuo show, non so se sei in difficoltà sulla prevendita e se mai ti do una mano. Questo non è Sanremo. Esci da questo blog". Ma Grillo ha insistito e chiuso: "Io non ti faccio parlare, non sono democratico con voi. Non abbiamo tempo da perdere per te.”

 

 

Per Grillo il duetto è stato solo un prologo per la sua romanza, da recitare in un'altra scena. Rapido cambio di fondale, ed eccolo comparire davanti ai cronisti accorsi in massa a Palazzo Chigi per la conferenza stampa. Al solito, le domande dei giornalisti sono state solo un pretesto per i suoi straripanti monologhi, finché non si è stufato e ha saluta tutti.

 

Ma prima è tornato ancora sul termine chiave della sua parabola teatral-politica: “democrazia”. Con i giornalisti che lo incalzavano, ha di nuovo tagliato corto: “A me non interessa colloquiare democraticamente con un sistema che io voglio eliminare. Sono venuto qui solo perché me l’hanno chiesto. Io posso sbagliare e dire parolacce, ma intellettualmente mi sento a posto. Noi siamo agli antipodi rispetto a questi qua”. Allo stesso modo ha eluso la domanda sulla democrazia interna al Movimento 5 Stelle, scherzando sulla propria leadership assoluta.

 

Ma il successo elettorale di Grillo – ovvero l'irruzione della rete nella politica processi – mette in crisi proprio questo: il fondamento della nostra democrazia. Di questo dovremmo cominciare a ragionare.

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