Lo stop di Grillo

Anche se il M5S resta la più grande forza d'opposizione, le elezioni europee del maggio 2014 segnano una battuta d'arresto per il “Partito del Grillo”. Soprattutto, i fatti contraddicono i proclami trionfalistici sparati da Grillo e Casaleggio alla vigilia del voto.

 

Ovviamente il dato principale è l'incapacità del M5S di elaborare una credibile proposta politica – i programmi del partito restano un'accozzaglia di temi sensibili e vaghi obiettivi, speso contraddittori – che si è scontrata con una speranza politica più credibile, quella incarnata dall'avversario Renzi.

 

Il successo elettorale del 2013 aveva spiazzato anche Grillo e i suoi, che avrebbero preferito limitarsi al ruolo di “cani da guardia” delle larghe intese, impreparati com'erano a qualunque responsabilità governativa. Questo risultato elettorale, se non porterà all'implosione del M5S, lo riporterà in qualche modo al suo ruolo naturale.

Ma ci sono altre lezioni che si possono trarre dal risultato elettorale.

 

Il radicalismo giacobino

 

Grillo ha imposto al M5S di evitare ogni forma di alleanza e collaborazione con gli altri partiti, impedendo al MoVimento di passare dalla protesta alla proposta. Sul fronte interno, ha di fatto bloccato ogni dibattito e cancellato ogni dissenso, imponendo l'espulsione pressoché immediata di chi metteva in discussione le sue scelte. Grazie al proprio carisma d'attore, in un momento di transizione Grillo era riuscito a favorire una proiezione identitaria, offrendo un punto di convergenza alle emozioni collettive. Tuttavia, come accadeva agli attori rivoluzionari della rivoluzione francese, Grillo ha finito per “negare le contraddizioni della società, enfatizzando la capacità rappresentativa a scapito della sostanza sociale da rappresentare. Rappresentante uguale rappresentato: con questa equazione – è evidente – si finiva per dar vita a mobilitazioni più apparenti che reali, e per sostenere le correnti ideologiche più dogmatiche” (così Claudio Meldolesi a proposito degli attori nella Parigi della Rivoluzione).

 

Il “giacobinismo” di Grillo – che negli ultimi giorni la stampa aveva paragonato a Robespierre – è il frutto di questo errore di prospettiva, forse inevitabile. Il tentativo di allargare la base elettorale del partito (di farsi bacino di uno scontento meno generico, entrando in dialettica con le categorie sociali) non è risultato convincente, nemmeno in chiave “eurofobica”. L'inevitabile radicalismo grillino si è scontrato con l'anima moderata degli italiani, che Renzi è invece riuscito a coagulare.

 

La guerra tra generazioni

 

Il momento chiave della politica degli ultimi mesi è stato lo scontro tra Renzi (presidente del consiglio incaricato) e Grillo, reduce dalla gag sanremese. La chiusura di Grillo di fronte ai tentativi di dialogo di Renzi ha ribaltato l'immagine dell'incontro tra Bersani e i due portavoce del M5S dopo le elezioni del 2013. Grillo ha puntato tutto sulla rabbia e sullo scontento dei suoi (legittimando la propria arroganza), apparendo però un “vecchio” incapace di dialogo e coinvolgimento.

 

Democrazia diretta e democrazia rappresentativa

 

Guardando al futuro, è forse il fallimento più grave del MoVimento. I MeetUp avevano innescato speranze di partecipazione e condivisione delle decisioni politiche, e addirittura lanciato l'utopia di una nuova forma di democrazia diretta e informatica. Ben presto però il meccanismo ha rivelato tutti i suoi limiti: le piattaforme online funzionano con grandi difficoltà, le discussioni sono lunghe e spesso inconcludenti, e facilmente manipolabili. Sono stati accantonati, perché il carisma di Grillo offriva una facile scorciatoia, un amplificatore della protesta che ha permesso a un movimento politico di passare dal 5-7% che di norma raccoglie lo “scontento fisiologico” al 25%. I meccanismi di selezione dei candidati hanno continuato a usare la rete e gli strumenti partecipativi, ma in una forma caricaturale: sono state adottate procedure da talent show, che hanno coinvolto un numero ridicolmente basso di militanti. Di fatto, il M5S non poteva in tempi rapidi formare una classe dirigente adeguata: il risultato (anche per eliminare i rischi di “entrismo” di chi voleva saltare sul carro del vincitore) è stato un meccanismo di selezione del personale politico inefficiente (e che ha finito per enfatizzare la natura leaderistica del partito).

Questo risultato elettorale porta acqua al mulino di chi vuol semplificare la macchina politica italiana in nome dell'efficienza (e della delega al leader), e non verso l'allargamento di spazi di democrazia e partecipazione.

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