Nathan Graff, uno di noi

Grandi timori solleva l’accoltellamento nella serata di giovedì nel centro di Milano di un rabbino che vestiva il tipico abbigliamento degli ebrei ortodossi. Il primo di questi timori è quello di un’estensione all’Italia delle violenze che nelle ultime settimane hanno segnato la situazione in Israele e in particolare a Gerusalemme, la cosiddetta “intifada dei coltelli” (etichetta a dire il vero assai contestata da molti analisti israeliani che tendono invece a sottolinearne il carattere di violenza spontanea e disorganizzata). Se l’accoltellamento di Milano fosse un gesto di emulazione, attuato da qualche estremista islamico che aspira a entrare nell’ISIS e si candida versando il sangue di un ebreo, dovremmo aspettarci la possibilità che altri episodi simili si moltiplichino anche da noi, in Italia, nelle nostre città, e che anche in Italia, come già in molti quartieri periferici delle città francesi, sia pericoloso portare sulla testa la kippah e andare in giro vestiti in modo tale da dichiarare apertamente la propria identità. Al momento in cui scrivo, nulla è ancora stato detto con certezza sulla matrice dell’attentato. Non credo quindi che si possa puntare con evidenza il dito in una sola direzione, quella islamica, anche se le probabilità che sia così sembrano alte.

 

L’episodio è sconvolgente. Lo è per tutti gli ebrei italiani, che nonostante spesso lamentino, a volte con qualche esagerazione, la crescita dell’antisemitismo, non si aspettano davvero di trovarsi a rischio quando passeggiano nelle strade delle loro città. Personalmente, come ebrea e come italiana, lo considero molto grave. Credo certo che bisogni rafforzare le misure di sicurezza ovunque ci siano scuole ebraiche, istituzioni ebraiche, ristoranti e negozi ebraici. Ma penso anche che esso sia preoccupante per quello che rivela del mondo in cui viviamo, delle sue paure, delle nostre paure. E credo che, se anche solo per un breve momento, questo accoltellamento riuscisse ad aumentare oltre ragione le nostre paure e il senso di accerchiamento che ne deriva, beh allora avrebbe già dato una vittoria ai fondamentalisti islamici di ogni etichetta politica, sia che lo abbiano organizzato direttamente sia che se ne servano semplicemente ai loro fini.

Dicevo che lo considero sconvolgente anche come italiana. Perché è un segnale di immane degrado della nostra società, della nostra politica, del nostro mondo. Quando i nazisti portarono via da Roma oltre mille ebrei, il 16 ottobre 1943, per mandarli a morire ad Auschwitz, il giornale clandestino del Partito d’Azione “L’Italia Libera” intitolò il resoconto della razzia, per mano del suo direttore Leone Ginzburg: “Arrestati mille italiani”. Un titolo che negli anni Ottanta, quelli dell’orgoglio identitario di donne, ebrei e minoranze, fu interpretato come una diminuzione in chiave assimilazionista della razzia e che invece sottolineava giustamente l’essere quegli ebrei deportati cittadini italiani. Avrei voluto, oggi, che i giornali definissero Nathan Graff non come “ebreo ortodosso”, perché questo appartiene alle modalità della sua appartenenza ebraica, ma come “membro della comunità ebraica milanese, rabbino”. Nel caso specifico, Nathan Graff è cittadino israeliano, anche se vive e lavora a Milano. Ma definirlo ebreo ortodosso lo allontana da noi, ne fa un estraneo, uno straniero. Lo rende parte di un mondo sconosciuto di cui anche i giornalisti sanno poco (tanto è vero che ho dovuto faticare per trovare nei media una definizione esatta della sua identità) e il cittadino comune non sa praticamente niente.

 

Nathan Graff, uno di noi, un cittadino di Milano, accoltellato vilmente mentre camminava vicino a casa. Ecco, questo montare di antisemitismo, che percepisco in questi ultimi mesi, non lo vedo solo in quell’accoltellamento, per quanto grave sia tale violenza, ma nel clima intorno, nelle nostre paure, nel non riconoscere in Nathan Graff uno di noi, ma nel definirlo tout court come l’altro.

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