Chi ha paura del lupo cattivo/Is?

Uno spettro si aggira per la Giordania: lo spettro dell’Is, il movimento jihadista che controlla ormai gran parte della Siria nordorientale e dell’Iraq nordoccidentale.

 

Circolari delle Nazioni Unite si susseguono incessantemente, le ONG internazionali riflettono seriamente sulla possibilità di alzare i loro livelli di sicurezza, molti commentatori politici dipingono scenari a dir poco catastrofici, la paranoia imperversa sul web. Ci si dice di stare attenti, occorre fare attenzione e correre ai ripari. L’Is (acronimo di Stato Islamico), o Da’ash in arabo, è alle porte e bussa violentemente. Secondo le agenzie di sicurezza internazionali, l’Is non è radicato sul territorio giordano. Tuttavia, si consiglia cautela e prudenza in Giordania. Alla luce della netta presa di posizione del governo giordano, membro della coalizione anti-Is capeggiata dagli Stati Uniti, l’agenzia ONU per la sicurezza, UNDSS, avverte di evitare i luoghi pubblici come centri commerciali, teatri e musei. Sconsiglia anche di fare passeggiate in montagna, trekking e, in generale, di passare del tempo all’aperto.

 

Ma non è tutto: articoli a dir poco allarmisti circolano sui social media e su internet. Lo scrittore e giornalista francese di origine polacca, Marek Halter, in un articolo recentemente apparso su “La Repubblica” si spinge addirittura a scrivere che non manca molto all’invasione della Giordania da parte del’Is. Gli basterà attraversare la frontiera per generare una sollevazione generale della popolazione locale di origine Palestinese che rovescerà il regime hashemita, sostenuto “solo” dai beduini, e istituire un califfato islamico. Insomma, qui in Giordania si vive sull’orlo del baratro. Perciò non è una questione di “se” tutto ciò accadrà, piuttosto di “quando” avverrà.

 

Al di là di attentati terroristici, eventualità che non si può escludere in nessuna parte del mondo, non penso che questo scenario si possa verificare per una serie di motivi. Innanzitutto, la Giordania resta un bastione saldo degli interessi occidentali in Medio Oriente che Washington e i suoi alleati hanno tutto l’interesse a mantenere come tale. Ovviamente la “tutela” americana non è garanzia certa di stabilità. Tuttavia, gli orrori siriani sono bene impressi nella mente dei Giordani che s’interrogano seriamente sui possibili effetti negativi che una guerra civile procurerebbe. A ciò bisogna aggiungere che in molte delle cosiddette zone a rischio, principalmente localizzate nel sud del paese e a stragrande maggioranza beduina (e non palestinese) come Ma’an, l’islamismo è una forma di contestazione politica su base locale per problemi locali come la disoccupazione e la povertà.

 

Molti di questi militanti non hanno nessun interesse a imbarcarsi in una “guerra santa” che ha poco in comune con i loro problemi e che nessun beneficio può apportare alle loro cause. Infine, il grande calderone del cosiddetto fondamentalismo islamico ribolle di gruppi e movimenti spesso in posizioni diametralmente opposte. Le autorità giordane sono state molto abili a creare dissenso all’interno dell’universo jihadista. Un esempio è stata la recente scarcerazione per mancanza di prove di Abu Qatada, considerato dai servizi britannici il braccio destro di Osama Bin Laden in Europa, proprio quando egli si è pronunciato contro le recenti decapitazioni di giornalisti occidentali da parte dello Stato Islamico.

 

Queste sono le mie ragioni, ma potrei anche sbagliarmi. Se c’è una cosa che ho imparato è non sottovalutare mai la velocità con cui gli eventi politici accelerano cambiamenti, sbaragliano certezze, ribaltano le carte in tavola. E allora concentriamoci sulla capacità di trasformazione della politica, soffermiamoci sugli effetti della logica secondo la quale l’evidenza del “quando” si sostituisce all’incertezza del “se”.

 

Giordania, isis, media

 

Secondo il “Teorema di Thomas”, che prende il nome dal celebre sociologo americano William Thomas, se una situazione viene immaginata come reale, lo diventa, di fatto, nelle sue conseguenze. La paranoia dilagante per il terrorismo che imperversa in Giordania, così come in molti altri paesi, può avere conseguenze disastrose. Il fondamento teorico della guerra preventiva, tanto cara all’amministrazione Bush, si basa proprio su queste premesse. Sono completamente d’accordo con l’antropologo Joseba Zulaika che quest’atteggiamento paranoico non solo giustifica forme di repressione particolarmente cruente contro nemici esistenti ma anche interventi militari su vasta scala, detenzioni arbitrarie e tortura. Molto più di questo, in verità. Il nemico prende forma in quel processo che un altro sociologo americano, Robert Merton, definisce “una profezia che si autoadempie: una supposizione o profezia che per il solo fatto di essere stata pronunciata, fa realizzare l’avvenimento presunto, aspettato o predetto, confermando in tal modo la propria veridicità”. Non è un caso che in Iraq, prima del marzo 2003, non ci fossero gruppi terroristici, prima cioè che gli americani invadessero il paese con la scusa di sradicare il terrorismo dal territorio, ma è vero che ora in Iraq ci sono.

 

La storia dell’Is comincia appunto in Iraq quando in seguito all’invasione americana un pugno di ex mujaheddin afgani mette in piedi una succursale locale di al-Qaeda, al tempo conosciuta come lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (Isis). Ben presto, però, la loro dottrina si dissocia da quella della casa madre: si dà la priorità al nemico vicino piuttosto che all'avversario lontano rappresentato dagli Stati Uniti o Israele. Lo Stato Islamico scatena una guerra settaria contro gli sciiti, che poi sfocia in una vera e propria carneficina fratricida. La loro violenza è autodistruttiva: gli stessi sunniti dell’Is, etichettati come traditori e apostati, vengono giustiziati sommariamente. Il massacro che ne segue, riduce il movimento a pochi irriducibili rintanati nei confini del deserto iracheno. Lo scoppio della guerra civile in Siria e le politiche settarie di Bagdad danno però nuovo impeto al gruppo. Il ministro iracheno Nouri al-Maliki, il presidente siriano Bashar Al-Assad e i loro alleati americani e russi hanno impiegato ogni mezzo, lecito e illecito, per combattere la “guerra contro il terrorismo”. Il risultato è stato quello di fomentare un’opposizione sunnita la cui radicalizzazione avevano cercato di prevenire, spianando la strada per il ritorno dell’Is. Se oggi lo Stato Islamico ritorna a calcare le scene del terrorismo internazionale si deve in gran parte proprio al suo peggiore nemico: l’antiterrorismo.

 

Non penso che la Giordania sia sull’orlo di una catastrofe. D’altra parte però è difficile stabilire con certezza cosa succederà nel prossimo futuro. Bisogna tenere conto di altri scenari, sempre piuttosto grigi, anche se decisamente meno catastrofici. Quello che si discute in quest’articolo però non è l’eventualità di un attacco terroristico e neppure se l’azione militare guidata dagli Stati Uniti in Siria e in Iraq sia la scelta giusta. Quello che si vuole mettere in luce è invece il pericolo di cedere alla paranoia in paesi come la Giordania dove l'Is di fatto non c'è.

 

La paranoia esprime un sentimento popolare diffuso che, tra le altre cose, giustifica e impone come imperative misure restrittive che i governi mettono in atto con il risultato di brutalizzare e rendere antagonista una parte della popolazione. È questo l'antiterrorismo che fomenta il terrorismo. Si pensi ad esempio all’USA Patriot Act. Introducendo il reato per associazione, il Patriot Act ha inevitabilmente discriminato in base all’appartenenza etnica. David Cole e Jules Lobel fanno notare come sotto l’amministrazione Bush, la sola FBI ha messo sotto custodia cautelare e “interrogato” più di 5000 sospetti, a stragrande maggioranza arabi e mussulmani. Alla fine nessuno di loro è stato giudicato colpevole di terrorismo. Tuttavia questo ha fornito un alibi morale inattaccabile a tutte quelle organizzazioni che come al-Qaeda sostengono di agire in difesa dei mussulmani. Se i gruppi terroristici si sono moltiplicati dall’11 settembre in poi, ci si chieda chi alla fine dei conti ha beneficiato maggiormente del Patriot Act.

 

Finora il governo giordano ha abilmente evitato di cedere alla paranoia. Ma questo discorso vale anche, anzi soprattutto, per stati democratici come l'Italia, apparentemente più influenzabili dai media e dall'opinione pubblica. La paranoia deforma la realtà, avvelenandola con la fantasia. Si dimentica che le azioni terroristiche non sono semplicemente il frutto di odio irrazionale e arbitrario. Si preferisce la logica del “quando” a discapito del “se”. Si giustifica e si sostiene così il terrorismo, una bestia cannibale che si ciba di se stessa. Secondo l’Enciclopedia Treccani, terrorismo è “l’uso di violenza illegittima, finalizzata a incutere terrore nei membri di una collettività organizzata”. Lo sanno anche i bambini che il terrore genera altro terrore. Insomma, stiamo attenti a non aprire la porta al lupo, ma ancora di più a non evocarlo direttamente in casa nostra.

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