Chi sono gli eroi?

Chi sono gli eroi? Eroe è certamente Nelson Mandela, che ha guidato il popolo sudafricano alla liberazione dall’apartheid e alla conquista della democrazia, ma eroe è anche Michael Schumacher, che ha saputo emozionare le folle con le sue imprese in Formula Uno. Marco Revelli ha sostenuto su Repubblica del 12 dicembre dell’anno scorso che abbiamo bisogno di eroi, perché gli eroi sono coloro che resistono all’infelicità e al male di cui l’umanità e la storia sono intrise, i caduti all’inferno che accedono infine al cielo, le mosche bianche che sanno mostrare la mediocrità morale del conformismo di massa, «quelli che continuano testardamente a tener fermo il proprio dovere in un contesto di diffusa e prevalente corruzione, servilismo, illegalità». Gli ha fatto eco Antonio Pennacchi sul domenicale del Sole 24 Ore del 5 gennaio di quest’anno, quando, a proposito di Schumacher, ha affermato che «quelli che vanno in cerca di guai ci servono come il pane, svolgono una fondamentale funzione cosmica, prima ancora che sociale», perché «se non fosse per loro staremmo ancora – come tutte le altre scimmie – sopra una pianta nel centro dell’Africa, a mangiare ignudi le banane».

 

 

Cos’è questo bisogno di eroismo che si diffonde da più parti, accomunando la politica e lo sport in una stessa retorica? Eppure già duecentocinquant’anni fa il grande filosofo Giovan Battista Vico li guardava con diffidenza, gli eroi, quando spiegava che la loro età era precedente all’età degli uomini, pre-storica: più vicini agli dei, prima che l’uomo conoscesse il peccato e la decadenza, o alle bestie, al di qua della civiltà e del progresso? Certamente non umani, gli eroi nella prospettiva vichiana sono più disumani che sovrumani: vivono tra le stelle e le tombe, gli eroi, scriveva chi se ne intendeva, lo scozzese Thomas Carlyle, cui si deve il libro fondamentale sull’argomento, On Heroes, Hero-Worship and the Heroic in History (Gli eroi, il culto degli eroi e l’eroico nella storia, 1841). Ad accomunare Mandela e Schumacher c’è certamente il confronto con la morte, a favorirne il monumento nel primo caso e a determinarne la lotta nel secondo: l’eroe è colui che si scontra col limite, oltrepassandolo verso l’eterno o resistendo per eternarsi.

 

L’eterno: qui è la trappola degli eroi. Proiettati in una dimensione che non ci appartiene in quanto umani, gli eroi saranno sempre, e per sempre, qualcosa di più di noi, ma anche qualcosa di meno: ci sono superiori, ma hanno perduto ciò che rende bello l’essere umani, la vita. Trasformati in astri o ricoperti di terra. Non potranno cambiare, perché sono perfetti e compiuti; ma come non potranno decadere, così non potranno migliorare. Sono lì, monumenti a se stessi e all’idea di eroico. Totemici, come il Robin Hood progettato da un miliardario inglese per le colline di Nottingham, una statua di cento metri che dovrà essere più alta della statua della Libertà e dell’Angelo del Nord. Potremo ammirarli, allora, gli eroi, ma mai confrontarci con loro, perché non ci stanno di fronte: sono lassù, nell’Olimpo degli dei, dove non vive l’umano, ma vige l’ideale. Rappresentativi di un’idea, dalla libertà al coraggio, piuttosto che portatori di una sfida.

 

 

Erano semidei, infatti, all’inizio, gli eroi: a metà tra l’uomo e il dio, capaci d’innalzarsi al di sopra della terra, ma con i piedi ancora ben piantati e saldi. Proprio staccandolo da terra Ercole riuscì a sconfiggere Briareo: l’eroe era colui che non perdeva il contatto col suolo. Di fronte a un Olimpo popolato da dei litigiosi e seduttivi, libidinosi e menzogneri, appassionati e divertiti, come quello degli antichi, i semidei non venivano meno alla loro umanità, ma la esaltavano in chiave esemplare per farsi lezione di slanci e fantasie, sfide e inseguimenti. Agonistici: eroi che combattono e con cui si può combattere, proprio perché sono un po’ meglio di noi, ma di noi qualcosa conservano.

 

Venne poi il tempo dell’antieroe, separato e solitario: non più il grande campione, che si erge al di sopra degli altri idealizzando l’umano senza negarlo e rivendicandone quindi le sfide, ma colui che la società respingeva perché non si conformava al volere dei più, l’emarginato, l’escluso, l’outcast, più vicino alla natura che agli uomini. Era nato l’eroe romantico, isolato e individualista, geniale e misconosciuto, antieroico ma già modello, quindi di nuovo eroe: dotato di indiscutibile potenziale di leadership, ma anche capace di raccogliere intorno a sé i falliti, i timidi, i disadattati e i mediocri, col paradosso di giustificare l’inadeguatezza con la presunzione di una superiorità incompresa e destinata a un riconoscimento postumo. Di fronte all’emergere delle masse, che imponevano omologazione e rincorsa, l’eroe si ritagliava lo spazio della differenza, l’esclusiva della distanza, l’orgoglio dell’unicità. Come Esaù e Ismaele, rinunciava al successo mondano per inseguire il divino. Non era difficile l’incontro tra questo eroe e chi cercava il proprio regno al di fuori di questa terra: il sacrificio dell’umano nel nome di una verità che è altrove, la negazione della vita alla ricerca di un’altra vita e la mortificazione del corpo per esaltare lo spirito saldavano in un abbraccio letale titanismo romantico e misticismo cristiano. L’eroe si congiungeva col suo paradigma, spossessato della carne e ridotto a idea: beati i poveri di spirito, perché loro è il regno dei cieli, come se i poveri di spirito fossero gli stolti anziché gli umili.

 

All’eroe subentrava allora il profeta, che annunciava l’avvento dell’eroe per costruirsi il proprio eroe. Non più il genio perdente, separato ed escluso dalla folla, ma colui che illuminava le masse dall’alto: l’eroe diventava leader, prima della storia poi della politica. Se Carlyle ed Emerson celebravano i grandi eroi che avevano fatto la storia dell’umanità, con le parole e con l’azione, Shakespeare e Goethe, Cromwell e Napoleone, Max Weber esaltava l’eroe carismatico, la cui «missione divina»  si misura «in base al fatto che giova a coloro che si danno a lui con fede». Sconfinavano nel fascismo e nel nazismo, questi eroi, perché invitavano non all’imitazione agonistica, quella che ci spinge a seguire i grandi per sviluppare la nostra propria grandezza individuale, ma all’imitazione ubbidiente, a occhi bassi e capo chino: «ogni grande, ogni uomo sincero è per sua natura un figlio dell’ordine e non del disordine», scriveva Carlyle, glossato ancora più esplicitamente dalla sua traduttrice italiana, la Pezzé Pascolato: «Ma non basta ammirare gli Eroi: bisogna anche imitarli. La vera libertà consiste in una razionale Obbedienza». Utilissimi alle masse, perché le abituavano a sognare, gli eroi facevano anche il gioco di chi le masse voleva indirizzarle e dirigerle, perché impedivano la formazione della differenza e della soggettività. Lo sanno bene Revelli e Pennacchi, quando invitano a guardare agli eroi come espressione di una élite ristretta, da contrapporre alla mediocrità, alla mancanza di coraggio e all’immoralità dei più.

 

 

Finiti gli antieroi romantici, i ribelli e i campioni della storia, toccava ai supereroi, che sono coloro che possiedono un’etica superiore, prima dei compromessi cui la vita ci costringe: tutti a loro modo funzionali a un progetto di proiezione verso l’ideale, perché ci si dimentichi delle lotte e dei problemi nella realtà. L’eroe serve a garantire che il bene si compirà, perché l’uguaglianza, la giustizia e la libertà esistono, indipendentemente dalla loro storicità: trasponendo l’umano sul piano dell’ideale, l’eroe fa perdere di vista le battaglie degli uomini reali a favore di un’esaltazione collettiva di tipo salvifico. Portatore di una cultura politica pre-razionale, l’eroe va applaudito anziché seguito, adorato anziché imitato, santificato anziché condiviso: sostitutivo del padre, serve a evitare che la massa sia fatta di uguali, spiegava Freud in Psicologia delle masse e analisi dell’io (1921). La comunità si unisce, urla, sbraita, si sbraccia e si affanna, ma l’inventore dell’eroe, il poeta epico, si fa da parte e tira i fili del teatrino.

 

Ad opporsi all’eroe resta solo il personaggio, l’antieroe antiromantico, colui che vive nelle pieghe della storia, di sbieco e ai margini, nient’affatto compiaciuto o antagonista, ma ironicamente consapevole dello scarto tra ideale e reale: tutt’altro, insomma, che gli antieroi narcisisti della più recente autofiction, piuttosto gli eredi dei personaggi di Musil, Pirandello, Svevo e Borgese, i protagonisti di quella coscienza critica del limite che tre grandi libri americani del dopoguerra, The Vanishing Hero di Sean O’ Faolain (1956), The Outsider di Colin Wilson (1956) e The Unheroic Hero di Raymond Giraud (1957), additavano come via alla letteratura post-eroica, prima che Alain Robbe-Grillet provvedesse a demolire il personaggio come mero feticcio dell’autore. Né rappresentativi di storie collettive né fluidificati nella zona in cui l’uno è tutti, i personaggi costruiscono la resistenza del diverso in un’età di omologazione, dell’individuale di fronte alla massificazione, del bios davanti alla meccanizzazione, e della qualità quando vince la quantità.

 

Finché, con Giacomo Debenedetti, l’alternativa era tra «il personaggio classico, omogeneo, compatto, dalla sagoma d’ingombro balzacchiana» e «un succedersi di atomi psicologici o figurativi o figurali» che pure gravitavano ancora intorno «a quel luogo geometrico, o emblema collettivo, o comune denominatore, che sembrava conservare i diritti, le patenti, l’investitura del personaggio classico», il romanzo poteva confrontarsi col materiale umano; dopo no, e non resta che il ritorno agli eroi, coi loro corrispettivi soltanto capovolti. Mandela e Schumacher diventano uguali, perché sono entrambi trasposti sul piano simbolico senza più alcuna relazione con la loro esperienza di lotta e sofferenza, partecipazione e conflitto. L’importante è non confrontarsi, evitare quella zona d’ombra in cui il personaggio è tutti noi, perché ognuno può riconoscersi in lui, ma anche unico, perché nessuno è e sarà mai veramente come lui.

 

A che servono oggi gli eroi? Ci dicono che l’eroe è uno di noi, che rappresenta i nostri sogni e i nostri ideali, che combatte e lotta per noi, e ci basta, ci tranquillizziamo, gli affidiamo il nostro destino e il nostro bene: perché non dargli il potere, se è uno di noi? Solo che noi siamo normali e l’eroe non lo è: è disumano e disumanamente ragionerà. La notissima e citatissima battuta del Galileo di Brecht, «Sfortunato il paese che ha bisogno di eroi», va letta con quel che segue: gli eroi non esistono in natura, sono dei mostri, sono troppo grandi perché possano far del bene a chi è più piccolo di loro. Sono come Gulliver nel paese dei Lillipuziani: giganteschi e inutili.

 

Questo articolo è apparso su il manifesto

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