Gelli, una storia italiana

“Gli anni circolano sulle dure rotaie di un treno
/ impazienti di raggiungere la prossima stazione…”: non so se fosse questo o un altro verso delle sue tante poesie, pubblicate in varie raccolte da una quarantina di editori tutti sconosciutissimi, ma, al telefono, Licio Gelli, il capo della loggia P2, tornato in libertà nella sua Villa Wanda, a Castiglion Fibocchi, insisteva perché ascoltassi.

 

Lavoravo allora in una casa editrice milanese che in rapida successione aveva afferrato best-seller e Gelli, l’uomo che a cavallo degli anni Ottanta aveva tirato le fila delle trame più nascoste e indicibili della prima repubblica – dall’assalto al gruppo Rizzoli che aveva messo in mano al Venerabile il “Corriere della sera” al crack dell’Ambrosiano, dai maneggi dei servizi segreti su strategia della tensione e stragi ai legami con le peggiori dittature reclutate a comprare, ovviamente con coda di inevitabili tangenti, sistemi d’arma “made in Italy” – era stufo e deluso. Una volta finite le sue disavventure giudiziarie che l’avevano visto carcerato a Ginevra ed evaso con tanto di rocambolesca fuga in elicottero, latitante in Sud America e poi catturato per scontare, in gran parte ai domiciliari, la condanna inflitta per il crack del Banco Ambrosiano, era frustrato nel vedere come la cultura italiana lo ignorasse. Tanto che le sue opere poetiche, alle quali sembrava tenere tantissimo, erano uscite presso editori sconosciuti e insignificanti.

 

Per l’uomo al quale quindici anni prima il “Corriere della Sera”, domenica 5 ottobre 1980, aveva dedicato un’intera pagina, con un’intervista che in realtà – a tre mesi dalla strage di Bologna che aveva scosso il Paese – era una specie di diktat tra la farneticazione autoritaria e i più scontati luoghi comuni qualunquisti posto all’opinione pubblica e ai partiti, questo era inaccettabile. Era incomprensibile che nessun editore importante accettasse di far conoscere ai lettori le sue poesie. Creazioni raccolte in volumi dai titoli che, avevo pensato mentre me li elencava, parevano nomi di profumi: Conchiglie, Trucioli di sogno, Gocce di rugiada, Perle nel cielo, Frammenti di stelle, Farfalle.

 

La conversazione era durata parecchio. Un po’ perché il coriaceo maestro venerabile che aveva reclutato nella sua loggia P2 ministri e banchieri (da Sindona a Calvi), deputati e imprenditori (compreso un Berlusconi in procinto di far decollare alla grande la sua avventura nella televisione commerciale), capi dei servizi segreti e giornalisti, magistrati ed editori, seppur imbolsito dagli anni non mollava la presa. Ma forse anch’io gli avevo dato corda, volendomi gustare quel momento uditivo-visivo che da un lato offriva come colonna sonora la voce del Maestro & Venerabile davanti al quale, per anni, si erano genuflessi i potenti d’Italia e, dall’altro, la visione più surreale che si potesse immaginare.

 

Perché attorno a me, nell’open space di via Crocefisso della Baldini & Castoldi, c’era una fauna – di autori e consulenti – che come al solito confondeva ulteriormente le idee. Tanto per cominciare nella scrivania di fronte alla mia avevo un altro Gelli. Era il Gelli buono e galantuomo, quel Piero Gelli, già direttore editoriale della Garzanti e dell’Einaudi, fiorentino coltissimo e autore di un meraviglioso dizionario dell’opera lirica, che mesi prima mi aveva raccontato come, a un certo punto della sua attività, aveva visto all’improvviso spalancarsi davanti a lui tutte le porte importanti dell’Italia che contava. E non aveva capito che cosa gli stesse succedendo sino a quando qualcuno cominciò a omaggiarlo pregandolo di portare i saluti anche al suo venerabile zio: semplicemente si era sparsa la voce, assolutamente infondata, che Licio – di cui lui ancora ignorava non solo il potere ma anche l’esistenza – fosse suo zio. Il fatto che poi, mentre al telefono il recital poetico del Venerabile proseguiva, mi sfilassero davanti autori della “varia” Baldini, da Bebo Storti, alias Conte Uguccione, alle prese con le bozze del suo nuovo libro Talvolta ritrombano, e Maurizio Milani, più convinto che mai che lo incitassi a scrivere per impedirgli un imminente suicidio da delusione amorosa, faceva di quel momento un palcoscenico degno del Bel Paese.

 

A un certo punto riuscii a interrompere il flusso poetico del Venerabile per dirgli che, alla sua opera, non artistica ma più bassamente di agente di influenza nelle trame segrete dell’Italia, avevo dedicato una delle voci più ampie di quell’Enciclopedia delle Spie che avevo pubblicato da Rizzoli pochi anni prima. Il Venerabile fece un attimo di silenzio e poi mi assicurò che ignorava assolutamente la cosa ma che, comunque, ormai lui pensava solo alla poesia. Naturalmente mentiva. A me, esattamente come, di solito, faceva con tutti. Anni dopo, andando a controllare il Fondo Gelli, ovvero la donazione di volumi sui temi spionistici della sua biblioteca che il Venerabile aveva fatto alla sua città natale, avevo scoperto che ovviamente non solo c’era una copia di quell’Enciclopedia ma che la voce che lo riguardava era stata letta e sottolineata con cura.

 

Ora che il Venerabile si è accomiatato per sempre, ripescare e riproporre proprio la voce “Gelli Licio” di quell’Enciclopedia delle Spie mi pare il modo più efficace per fissare, a futura memoria, non solo la biografia di un personaggio che ha scritto pagine nefaste della nostra storia recente. Significa anche cogliere le modalità, sicuramente ancora operanti, con cui collezionisti di segreti come lui e i suoi eredi tessono le loro trame. Così da imparare, magari, a difendersene.

 

 “Quella del Venerabile – dice dunque la voce “Gelli Licio” – è una vicenda difficile da sintetizzare in poche righe. Perché la sua filosofia di vita non è di quelle che s’apprendono sui libri.

È una predisposizione naturale, una specie di intreccio tra mente, sguardo, parola che induce a guardare il mondo, le relazioni sociali, le singole esistenze come attraverso una lente deformante.

Questa filosofia non rende trascinatori di uomini. Né trasformatori della realtà. Pone però al servizio del proprio “particulare” una strabiliante lente di ingrandimento: messa a fuoco su ogni incontro, evidenzia i punti deboli di ogni interlocutore, i varchi lasciati indifesi, le posizioni che occorre conquistare per incrementare il proprio bottino.

Chi, scorrendo la travagliata biografia di Gelli, vi cercasse una rotta, un indizio di coerente direzione, finerebbe col perdersi.

Giovanissimo – e privo del bagaglio delle relazioni giuste che solo il censo, le buone scuole e le vecchie famiglie sapevano dare ai loro figli – s’affida alle stesse fragili barchette sulle quali inizia l’ascesa di ogni italiano povero.

La solidarietà di qualche parente (il cognato), l’aiuto di qualche commilitone (che lo presenta al notabile DC nonché padrone della Permaflex, fabbrica di materassi di Frosinone, che costituisce il suo primo trampolino), la disponibilità a fare cordata con chi proviene dalla stessa città natale (il federale fascista di Cattaro, dove presta servizio nel 1942, è di Pistoia).

Nulla di eccezionale, all’inizio. In ogni provincia italiana si registrano successi dovuti a un abile intreccio di questi fattori. È nel proseguimento che la vicenda assume i contorni di un test di storia patria. Vi è una rapida escalation nella Massoneria (1963, iscrizione di fratello Licio; 1970, scalata a Palazzo Giustiniani; 1976, controllo totale della Loggia P2) che si dimostra – per Gelli – prodiga di frutti in tempi rapidissimi. Tutto merito della sua filosofia (“la lente di ingrandimento”) con la loggia coperta della massoneria italiana.

Gelli, approdato alla P2, intuisce una verità solo apparentemente banale: il segreto va reso visibile, luccicante come una pubblicità. È questo il meccanismo che gli permette di affondare le reti e fare adepti in tutta l’Italia che conta.

Ognuna della sue prede gli porta in dono, come dote, il suo segreto. Alcuni segreti – probabilmente – sono pesanti come pietre. Certamente non riguardano chi li offre in omaggio al Venerabile: nessuno si confeziona da solo il cappio dove rischiare di finire impiccato.

Piuttosto questi segreti inchiodano gli avversari che hanno attraversato le carriere dei neo-adepti, ne hanno rallentato le ambizioni, hanno fatto sfumare possibili affari.

Gelli non è un banale collezionista di segreti. Come tutte le spie e gli operatori dei servizi segreti della nostra epoca è piuttosto un intermediario informativo: di segreti, appunto. Deve crearli dove non esistono. Deve usarli per tenerli in vita. Deve riprodurli e diffonderli perché aumentino il loro valore di uso e di scambio. Nelle sue mani il segreto perde la sua forma misteriosa. Si trasforma in una pratica di ufficio, in un dossier burocratico. Nessuna meraviglia dunque che i professionisti dei servizi segreti affluiscano a lui. E che tra di essi il Venerabile si trovi come a casa propria. Nel giro di pochi anni sotto le ali di Gelli arrivano i “sifariti” già compari di De Lorenzo, portandosi dietro le vecchie fascicolazioni del Sifar che pure Andreotti aveva assicurato di aver fatto distruggere. Ci sono pure le barbefinte del Sid, appartenenti agli opposti schieramenti di Miceli e di Maletti. E anche gli 007 dell’Ufficio Informazioni della Guardia di Finanza rispondono all’appello. Non mancano neppure quelli dell’ex-Ufficio Affari Riservati. Soprattutto, ad omaggiare il capo della P2, corrono i grossi papaveri dell’Arma dei Carabinieri.

Accade così – e la stessa cosa accade in ogni ambito, dai vertici bancari ai giornali all’imprenditoria – che uomini che sono la classe dirigente del Paese, quadri che quando portano la divisa o svolgono incarichi istituzionali hanno giurato fedeltà alla Repubblica, pieghino la schiena e, nella suite dall’hotel Excelsior di Roma dove avvengono le iniziazioni alla Loggia, vadano ad inginocchiarsi davanti al Venerabile. Sino a farne – fino a quando si scoprono le liste degli iscritti e si vara la Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi – uno dei personaggi chiave di un’angosciante fase della storia italiana.”

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