Territorio nemico

È difficile, per me, scrivere di In territorio nemico – soprattutto ora che tanti, e ben più quotati di me, ne scrivono in ogni sede – e lo è per due ragioni. La prima è che faccio parte della lista dei 115 autori del romanzo, in qualità di consulente dialettale e revisore; per questo solo motivo, una recensione che portasse la mia firma sarebbe di per sé parziale. La seconda ragione risiede nella consapevolezza che la prospettiva da cui guardo al libro, alla sua storia, al metodo adottato per scriverlo, è una prospettiva ancora – e, lasciatemi aggiungere, paradossalmente – minoritaria. La prospettiva, cioè, di chi mette l’Opera dinnanzi all’Autore.

 

Provo a spiegarmi meglio. Venni a sapere del progetto della Scrittura Industriale Collettiva (SIC) nel 2007, quando Vanni Santoni (co-fondatore insieme a Gregorio Magini) era uno scrittore esordiente ed entrambi frequentavamo il gruppo degli anobiani fiorentini. Lessi il manuale del metodo SIC, lo trovai articolato e interessante. Mi chiesi se aderire o meno, non fosse altro che per mera curiosità intellettuale, e risolsi che, non sapendo io davvero scrivere, il gruppo della SIC non faceva per me. Tre anni dopo intercettai in rete una richiesta per volontari disposti a fare la revisione del primo romanzo collettivo scritto da più di cento persone. Mi offrii: l’editing è un lavoro che conosco. Poco dopo mi trovavo a tradurre in napoletano diversi passaggi del romanzo. Nel corso del 2011 e del 2012, avendo modo d’incontrare per le vie di Firenze o spesso al Caffè Notte sia Vanni che Gregorio, mi aggiornavo sulle sorti del romanzo, ormai arrivato a una stesura definitiva: quali editori lo stavano leggendo, cosa ne dicevano, quali erano le reazioni al fatto che non ci fosse un autore ma ben 115, che la scrittura fosse stata resa possibile grazie alla collaborazione via internet, e che la storia fosse ambientata durante la Resistenza, con una prospettiva chiaramente ed apertamente antifascista. Si discuteva, si beveva, si spettegolava, si ribeveva.

 

 

Quando arrivò la notizia che Minimum Fax aveva deciso di pubblicarlo mi fu chiaro che facevo parte di qualcosa che potenzialmente avrebbe potuto un giorno entrare nei manuali di storia della letteratura: un romanzo storico con 115 autori, fondato su una metodologia consolidata intorno alla quale esiste già una produzione critica ed accademica, che si connette idealmente alla tradizione di Fenoglio, di Malaparte, di Calvino e di tutti quegli scrittori che furono testimoni della Resistenza e della nostra stagione costituente. Il punto è semplice, fattuale, scevro da considerazioni personali: In territorio nemico non ha precedenti. Esso s’inserisce nella tradizione della scrittura collettiva che lo stesso Vanni Santoni ben ricostruisce in un articolo per il Corriere, ma allo stesso tempo se ne distingue: per numero di autori, metodologia di scrittura, processi di lavorazione, In territorio nemico non ha nulla di comparabile.

 

 

Cosa dimostra allora la sua storia, e non ultima la felice accoglienza in libreria e tra molti critici? Che le storie importano più di chi le racconta? Che l’autorialità è un’invenzione degli uffici stampa per vendere più libri? Che avevano ragione Barthes prima e Foucault poi? Che i libri sono solo pezzi di storie inserite in un flusso d’informazioni molto più grande? Lo si dica come si vuole, si facciano tutti i distinguo, la morale finale è sempre la stessa: In territorio nemico è il libro che ha finalmente celebrato le esequie dell’Autore. Quello che cambia, però, è il contesto – storico e sociale – in cui un libro come In territorio nemico esce: se esso dimostra qualcosa è che non solo l’ultimo dei tre obbiettivi dichiarati della SIC (“dare vita a una rete di lettori e scrittori attenti all'innovazione e sensibili al tema della condivisione del sapere”) è stato raggiunto, ma soprattutto che gli oggetti culturali più interessanti di questo periodo provengono dal basso e sono collettivi. E quando dico “basso” non implico certo un giudizio di valore, ma una precisa topografia: quella dei luoghi non istituzionali della cultura, che non a caso trovano nella Rete (come idea e come luogo) il miglior modo per articolarsi.

 

Se, guardandomi indietro, devo individuare un motivo per cui ho aderito a questa grande avventura condivisa, non è certo per alcuna velleità letteraria e men che mai per una qualche distorta mania di protagonismo; se ho collaborato a In territorio nemico è perché il mio nome e il mio lavoro potessero scomparire dietro a un risultato molto più grande di quello che avrei potuto raggiungere da solo.
 




PS: se guardo avanti, invece, osservo con piacere che il felice incontro tra scrittura, tecnologia e collaborazione sta ora prendendo le forme di un progetto per un romanzo digitale aumentato. Il progetto è stato presentato il 17 maggio al Salone del Libro di Torino dai due fondatori della SIC, dal sottoscritto e dalla semiologa Valentina Manchia.

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