L’enciclica papale bestseller

Con questo articolo di Gianfranco Marrone proseguiamo la discussione, avviata con l’articolo di Francesca Rigotti e proseguita con l'intervento di Alessandro Zaccuri, sulla recente enciclica papale Laudato si'.

 

Quanto meno un merito, apparentemente di dettaglio, questo libro senz’altro ce l’ha: è un testo, anzi un Testo, senz’ombra di dubbio, e tutto d’un pezzo. In un’epoca in cui – si ribadisce fino all’esaurimento – la testualità tradizionale ha sconsolatamente perduto autorità e autorevolezza, se non esistenza ontologica e spessore sociale, e in cui le grandi narrazioni si son sciolte in milioni di cinguettii più o meno social che ci investono a fiumi per dileguarsi ancor più rapidamente, e in cui, fra l’altro, ogni canone letterario s’è dissolto nelle valanghe di enunciazioni minori e variamente queer, ecco un testo-testo come non se ne vedevano da tantissimo, un testo canonico per definizione, di quelli che, per statuto comunicativo e disposizione culturale, sono e saranno soggetti a decine e decine di interpretazioni possibili e impossibili, di modo che da questo spessore ermeneutico traggono fortuna e legittimazione, ma che poi finiscono per rivendicare una lezione sempre ulteriore, mai detta e surrettiziamente sempre affermata, che è quella manco a dirlo autoriale, istituzionale, canonica appunto. La tentazione di una lettura cosiddetta chiusa, immanentissima, è perciò irresistibile come tutte le tentazioni, voglia dissennata di un’analisi strutturale dura e pura, rigorosamente anni Sessanta, di cui mai si smetterà di rimpiangere l’eleganza conoscitiva e l’inventiva metodologica. Ecco un’opera pop (in tutti i sensi del termine) con estremo successo di pubblico e di critica che è al tempo stesso un calepino per beghine post-postmodern: oggi, sembra, più interessate alle sorti dei caprioli tibetani e delle falde acquifere in via di prosciugamento che non a quelle del gracile nipotino, per giunta assai miope, che il parroco di turno avrebbe saputo, un tempo, adeguatamente benedire.

 

Birignao a parte, vale senz’altro la pena di leggere con una garantita attenzione Laudato si’, l’enciclica papale bestseller che al tema dell’ambiente e della natura ‘casa comune’ è notoriamente dedicata, e che vanta peraltro l’introduzione di un “lettore non credente” ma assai interessato alle tematiche spirituali come Carlìn Petrini. Nella sua “guida alla lettura” che fa da presentazione al volume, il fondatore di Slow food trova “rivoluzionario” questo scritto, e ne spiega bene le ragioni. Al di là della fede, o della non fede, di ciascuno, secondo Petrini, i temi trattati dall’enciclica non possono non interessare e coinvolgere tutti e di più. La natura, l’ambiente, il pianeta, infatti, sono “la nostra casa comune”, la cui “cura”, tanto urgente quanto bistrattata, trascende le differenze e le distanze fra chi vede in essi il risultato felice della creazione divina, chi li considera piuttosto seriosa materia di studi scientifici, e chi, via di mezzo, pensa a essi in termini di una “bellezza” forse “indimostrabile” e “misteriosa” ma che comunque “inchioda le nostre responsabilità”. Eccoci dunque tutti “uniti da una stessa preoccupazione”.

 

Ma se cedessimo alla tentazione strutturale, sarebbe facile ritrovare in questo discorso sedicente super partes (per gran parte basato su un sapiente uso del pronome “noi” e dell’aggettivo “comune”) precisi ruoli narrativi da fiaba folklorica. Da una parte c’è l’Eroe (appunto, “noi”), dall’altra l’Antagonista (schiettamente individuato nei “poteri economici” e in un “sistema tecno-finanziario che non funziona”), i quali hanno due piani d’azione ovviamente opposti. Il secondo opera per un “consumismo” cieco che conduce, con progressiva accelerazione (“rapidaciòn”), a un “deterioramento della qualità della vita” e a una “degradazione sociale”. Il primo combatte tutto ciò per preservare “il futuro dell’umanità” entro “l’insieme del pianeta”. Il classico Oggetto cercato dall’Eroe è dunque “la terra, casa comune” dove far valere “la nostra natura più profonda di esseri umani”. Domanda: chi è il Mandante, figura talvolta nascosta ma sempre e comunque necessaria in tutte le storie che si rispettino? E qui le strade divergono (o dovrebbero divergere), dato che l’indicazione del Papa è tanto ovvia quanto inevitabile: si tratta di Dio, che ha creato il Creato, conservando all’uomo un ruolo di primo piano al suo interno; la natura è dono di Dio agli uomini, la “casa” che ha costruito per loro, e costoro non devono né possono farne ciò che preferiscono, meno che mai distruggerla, pena tutti quei cambiamenti ambientali e climatici che costituiscono, sulla lunga durata antropologica, nient’altro che una nuova versione del biblico castigo del diluvio universale.

 

Così, per quanto si invochino spesso nel corso del nostro testo-testo i “grandi sapienti del passato”, “gli specialisti”, i “numerosi studi scientifici” “gli anziani” e così via, coi quali si dice di voler istituire in dialogo franco e costruttivo, alla fine il frame discorsivo entro cui l’enciclica si inserisce (e non si vede come avrebbe potuto essere diversamente) è quello cristiano e cattolico, con tutte le limitazioni epistemologiche, e i pregiudizi filosofici, su cui ha giustamente già soffermato la sua attenzione Francesca Rigotti. La natura non è l’upokeimenon greco, la materia fisica dura e pura, ma, molto diversamente, il Creato; e tutti coloro che propongono visioni diverse di essa, relativisti d’ufficio, finiscono per ricadere al di fuori di questa “casa” che, comunque, si pretende “comune”. Come dire che, se pure siamo tutti uguali, alcuni sono più uguali di altri. Nella vita come, soprattutto, nella riflessione filosofica e nella conoscenza scientifica. Chiediamo perciò a Petrini, i cui entusiasmi sono comunque comprensibili, di ritornare sulla questione: d’accordo sul gesto rivoluzionario del Papa che si fa chiamare Francesco (e che usa i versi del fraticello come titolo del suo libro), ma che questa rivoluzione sia tale sino in fondo.

 

Il che fa sorgere diversi altri problemi. Per esempio, benché di passata si dica che “la Bibbia non dà luogo a un antropocentrismo dispotico sulle altre creature”, l’“ecologia integrale” che viene rivendicata nel libro è, direbbero gli studiosi del settore, decisamente light. Da una parte il testo passa in rassegna le grandi questioni dell’ambientalismo (l’inquinamento, la perdita della biodiversità, il global warming, la scarsità d’acqua, i rifiuti…), che vengono perfettamente riprese, spiegate e discusse. D’altra parte, il programma di salvaguardia della natura esposto nell’enciclica è in ogni caso strumentale alla migliore sopravvivenza dell’umanità: la natura è sempre e comunque un mezzo, mentre l’uomo è il fine unico e solo del pianeta nel suo complesso. Per quanto si parli a nome di tutte le specie viventi (a un certo punto vengono fuori anche i vermi), esse stanno lì, e devono restarci, come puro arnese al servizio di quell’unica specie eletta che, della casa, è padrone, e che è appunto l’uomo. Siamo dunque molto lontani da quell’altra posizione ecologica cosiddetta deep, secondo la quale, con le molte problematicità del caso, non c’è un essere vivente che sia superiore agli altri, di modo che tutti vantano i medesimi diritti e gli stessi doveri. L’idea che l’Uomo stia al centro dell’Universo ha da tempo perso molto terreno, non solo fra esperti e scienziati, ma anche nella sensibilità diffusa. Come poterla ulteriormente difendere? E, soprattutto, perché?

 

Infine, per quante sfumature teologiche e sottigliezze retoriche possa mettere in atto, questo testo-testo gira intorno a un concetto che non spiega mai. Per il Papa, così come per il lettore presupposto dal libro, la natura è un’evidenza tanto assoluta quanto vaga. Cosa a dir poco imbarazzante. Intendiamo bene infatti che la natura è come il tempo per sant’Agostino: tutti sanno cos’è, ma quando si prova a definirla, arrivano le angosce cognitive, il pour parler filosofico, le false sicumere mediatiche. È noto peraltro che un grosso stuolo di scienziati (Stengers), filosofi (Sloterdijk), sociologi (Latour), ma soprattutto di antropologi (Ingold, Descola, Viveiros de Castro) già da tempo ha fortemente problematizzato il concetto stesso di natura al singolare, come realtà altra rispetto alla storia e alla società, preferendo parlare, per nulla paradossalmente, di “multinaturalismo”. La natura, ha dimostrato Philippe Descola (a proposito, grazie a Nadia Breda è finalmente uscito in italiano il suo libro di riferimento, Oltre Natura e Cultura, dall’editore Seid di Firenze), è un’invenzione recentissima, tutta occidentale e fortemente etnocentrica, e fa capo a un preciso modo di intendere il mondo che è, non a caso, il naturalismo. Ma altre ontologie sono state e sono tuttora possibili, a partire dalle quali si danno versioni differenti, e molto varie, del mondo esterno e di quello umano. Una fra queste l’animismo, che dota tutte le specie viventi di una precisa intenzionalità soggettiva, istituendo con esse forme di intersoggettività (anche parentale) talvolta molto complesse. Animismo è per esempio dare del tu alle “creature” viventi, intenderle come parte della famiglia, e appellarle “madre”, “padre”, “sorella”, “fratello”… Lo faceva Francesco d’Assisi, animista sino al midollo. Come dirlo al naturalista Papa Francesco?

Hieronymus Bosch, Il Giardino delle Delizie, dettaglio.

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