La modernità del criceto

L’altra settimana, mentre andavo in un cinema del centro di Milano a presentare La zuppa del demonio, ho visto in metropolitana i manifesti della nuova versione di Tartarughe Ninja. Dunque? Dunque, per il momento vi chiedo solo di prenderne atto.

 

La zuppa del demonio è un film documentario che, lavorando con spezzoni di documentari industriali dal 1910 al 1973, cerca di raccontare la storia dell’idea di progresso nel Novecento. Ne ha scritto su doppiozero Marco Belpoliti. Il quale, alla fine del pezzo, si pone una serie di quesiti sul significato della modernità nell’era digitale, nonché sul ruolo del cinema e delle immagini nell’epoca della virtualità.

 

Ecco, come in una staffetta, parto da queste domande, raccogliendo un’osservazione fatta dallo stesso Belpoliti durante una discussione di qualche anno fa: un’osservazione che mi aveva molto colpito. Belpoliti sottolineava un fatto incontestabile: nel dopoguerra, ogni decennio ha avuto una sua caratterizzazione precisa. Se dici “anni cinquanta”, “anni sessanta”, “anni settanta”, “anni ottanta”, associ a ciascuna di queste definizioni un preciso e articolato contesto culturale, politico, ideologico, musicale, cinematografico, letterario, di look e moda… Sembra quasi che, sotto la spinta alla modernità del “secolo breve”, ogni decennio reclamasse una palingenesi, un desiderio di cambiamento che travolgeva tutto ciò che non era “attuale”. (Tra l’altro, lo stesso si potrebbe dire del periodo 1910-1930).

 

Poi, con la comparsa della tecnologia legata a internet negli anni novanta, abbiamo assistito a uno strano, ambiguo fenomeno. È cambiato tutto, a cominciare dalla percezione stessa del mondo intorno a noi. L’“attualità” si è imposta ancora di più in ogni campo, tanto che la vita delle notizie in rete si è ridotta a poche ore. Eppure, in un mondo che apparentemente gira così veloce, i cambiamenti sociali e culturali si sono visibilmente rallentati. Da venticinque anni non solo viviamo un generale senso di smarrimento riassunto dalla parola “crisi”: ma anche tutti i segni che indicavano il progredire del tempo sono come impalliditi. Lo noto nel mio lavoro di regista. Se dovessi fare un film ambientato nel 1972, avrei un sacco di preoccupazioni nel rievocarlo iconograficamente in modo corretto; mentre se guardo Tutti giù per terra, che ho girato nel 1996, non c’è nulla in quel film che sembri anacronistico in termini di look, tematica, stile (salvo l’aspetto – o l’assenza – della tecnologia elettronica).

 

Il paradosso sembra essere che il progresso, questo progresso, ha prodotto un cambiamento minimo rispetto a quello che lo ha preceduto. Nel 1982, in Blade Runner, Harrison Ford destava meraviglie quando scannerizzava le fotografie alla ricerca dei replicanti: una tecnica che oggi è alla portata di chiunque. In Minority Report (2002) Tom Cruise usava le dita su una lavagna trasparente per interrogare un computer: effetto spettacolare, allora – oggi è nient’altro che un I-Pad. Il punto è che le frontiere dello sviluppo tecnologico, al cinema, si accompagnavano quasi naturalmente a uno scenario da fantascienza, in cui il mondo era proiettato in avanti, nel futuro. Sembrava inevitabile che le due cose si tenessero insieme, come era stato per tutto il Novecento: paragonate l’idea del 2001 presente in Odissea nello spazio (1968, non a caso) con il 2001 reale… Invece, oggi basta guardarsi intorno per capire che non è andata così. Che la modernità, più che andare avanti in senso fatalmente rettilineo, ha preso una curvatura ciclica. Ed ecco cosa c’entrano le Tartarughe Ninja.

 

Confesso che la prima reazione che ho avuto nel vedere il manifesto pubblicitario è stata: di nuovo? Voglio dire: Hollywood spreme una idea redditizia più di una volta, lo so bene. Hanno fatto da poco anche un remake di Superman, riesumandolo dall’epoca del povero Christopher Reeve. Ma le Tartaruga Ninja hanno una storia più recente, il loro periodo di gloria è stato tra il 1990 e il 1997, un tempo che sembra appena ieri, anche se in effetti sono quasi 20 anni… Poi, riflettendoci, uno capisce che il fenomeno è generalizzato. Ogni film hollywoodiano di successo è in realtà una saga, oppure un intricato viluppo di sequel e prequel e spinoff. Addirittura, come nel caso di Spiderman, la stessa storia viene raccontata due volte (mi riferisco alla serie di Sam Raimi e a quella di Marc Webb): lo chiamano reboot, secondo un processo non dissimile dalle release progressive di un’applicazione.

 

Di conseguenza, accade quello che nel “secolo breve” era impensabile: generazioni diverse guardano lo stesso film; e, soprattutto, condividono lo stesso immaginario. È probabile che chi da bambino collezionava le figurine delle Tartarughe Ninja oggi vada al cinema a rivedersele con i figli o i nipoti. D’altra parte, l’enorme quantità di cartoni animati presente sul mercato, nonché il loro stile, testimonia che molto spesso quel tipo di immaginario fantastico-favolistico, contaminato da una comicità che ha molto ha a che fare con il politicamente corretto (o scorretto), si rivolge a un pubblico indifferenziato che va dai ragazzini dell’asilo ai cinquantenni.

 

In poche parole: da venticinque anni l’immaginario, invece di andare avanti con nuove idee o nuovi personaggi-simbolo, non fa che riciclare se stesso per un pubblico sempre più omogeneo, tendenzialmente livellato su una coscienza percettiva adolescenziale, che è giusto la media tra i bambini e gli adulti. Se dovessi usare un’immagine, mi viene in mente il criceto che, nella sua gabbietta, pedala come un pazzo sulla giostrina credendo di avanzare, ma rimane invece fermo nello stesso posto (d’altra parte, non è quello che fa un sacco di gente a pagamento nelle palestre di fitness?).

 

Temo che questo “eterno ritorno” dell’immaginario contemporaneo sia in effetti una gabbia da criceti, la gabbia di un presente ossessivo che non fa altro che riflettere se stesso, perdendo la prospettiva storica del cambiamento. Si tratterebbe dunque di una declinazione particolarmente paranoica del vecchio pensiero di Walter Benjanin su “nuovo e sempre uguale” nella cultura di massa. Naturalmente, non si tratta di fare del moralismo. Però questo ragionamento può spiegare perché, per avere validi punti di riferimento culturale (almeno per quel che mi riguarda) capita sempre più spesso di guardare al passato invece che al futuro, esattamente all’opposto di quanto mi capitava prima della rivoluzione digitale.

 

Sto solo diventando vecchio, probabilmente. Ma penso appunto che il ruolo dei vecchi sia quello di testimoniare la forza del passato, piuttosto che di rincorrere – come un criceto – un presente che non ha mai il coraggio di diventare qualcos’altro.

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