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Masterpiece: il convitato di pietra

Nel suo discorso di insediamento all’Académie française, Marguerite Yourcenar, parla di Roger Callois, al quale succedeva nel 1980 sulla poltrona numero 3. Yourcenar comincia dicendo che non solo conosceva Callois e che certo, le era capitato di cenarci insieme, ma aveva fatto di più, aveva letto i suoi libri. C’è infatti una differenza tra scrittura e scrittore. Un romanzo, un’opera artistica che si manifesti attraverso le parole scritte, una volta licenziato, non appartiene più a chi lo ha scritto, ma a tutti, le immagini, la lingua stessa, certe idiosincrasie dei personaggi diventano proprietà del lettore, spesso anche certe geografie, lo scrittore è una persona, transeunte, con idiosincrasie, tic, modi di vestire e di parlare che sono suoi e soltanto suoi, con lacune e sintomi che lo rendono riconoscibile a se stesso, e agli altri quando sono attenti.

 

È facile capire, come in un’epoca  mancante di profondità narrativa, un modo per mimare la profondità narrativa e ricostituire uno spazio narrante nel quale il lettore possa abitare, sia pubblicare scrittori che somiglino in qualche modo al protagonista del romanzo che hanno scritto – vi vengono forse in mente forse romanzi a struttura polifonica di nuova narrativa italiana pubblicati negli ultimi cinque anni? E quante copertine che non abbiano un volto in primo piano riuscite a elencare?, e perché i racconti, che non sono collegabili con un cordone ombelicale rosso tra autore e protagonista, non si vendono?, – è facile capire come, in un’epoca editoriale del genere, lo scrittore e la scrittura tendano ad apparire sovrapponibili, anzi sovrapposti, e come dunque l’ostensione del corpo del santo sia una componente fondamentale della promozione del libro. Ma Masterpiece fa di più. Masterpiece anticipa la promozione, Masterpiece decreta per la letteratura la verità di qualsiasi sana campagna commerciale, l’analisi di mercato prima del piazzamento del prodotto sul mercato. Creare nel pubblico il bisogno del romanzo prima del romanzo. E sottolineando che il romanzo non è altro che lo scrittore che lo scrive. La libbra di carne viva.

 

Un romanzo invece è almeno tre cose. Una storia, un’invenzione della lingua e un’invenzione del tempo. Non è lo scrittore che lo ha scritto. O comunque non solo, come è stato nella prima puntata del programma. Non c’erano romanzi, solo autori. Ma autori di cosa? Il limite di Masterpiece, che è invece un atout della letteratura, è l’evocazione fantasmatica. Lo spettatore si trova infatti ad assistere a una sessione di giudizio, della quale può condividere, attraverso i giudici, cattiverie o citazioni, ma sulla quale non è possibile avviare una discussione. E come non è possibile con i giudici, non è possibile nemmeno con altri spettatori, perché quello su cui si dovrebbe discutere e che si dovrebbe giudicare con gradimento o no, non è presente, è solo evocato, non puoi leggerlo – che è poi la peculiarità di un libro.

 

Si obbliga lo spettatore a un giudizio psicoattitudinale dell’autore, senza il testo. Dunque meglio i disagi, i lavori disprezzati, le malattie dalle quali si è usciti, meglio la pancia. Se la pancia leggesse sarebbe perfetto. Ci sarebbe voluto un colpo di situazionismo, di puro grandguignol e dunque di puro spettacolo. Un Masterpiece nel quale i concorrenti somigliassero agli scrittori noti, ai pilastri, amati o disprezzati della letteratura mondiale, Sara che somiglia a Virginia Woolf, contro Edoardo che somiglia a Bolaño, Franco che somiglia a Thomas Mann contro Annarita che somiglia a Doris Lessing. E poi gli scontri, non a colpi di penna ma su un ring, tipo Celebrity Death Match, e l’ultimo che rimane in piedi è il più forte, qualcuno che in fondo sembrava somigliare a un altro e invece somiglia solo a se stesso (e questa sarebbe l’imprevedibilità della letteratura).

 

In breve, se il nostro fosse un paese ironico, Masterpiece Cosplay spinto e non la spettacolarizzazione forzata di un qualcosa che non si può dire di fare, si può solo fare, perché scrittore non è uno status, non è una condizione permanente ma fattuale, è puntuale e discreta e numerabile, nel mare continuum della letteratura. Insomma Masterpiece, che dovrebbe essere un congegno per prendere scrittori – come X factor prende cantanti e Masterchef cuochi, ma le canzoni si sentono e i cibi si assaggiano se non nell’immediato, appena dopo – e così come i retini sono pensati per prendere farfalle, sembra avere funzioni di un retino per farfalle nel quale ci sia solo il cerchio di legno. Insomma non prende farfalle.

 

Nonostante José Saramago in Memoriale del Convento, riguardo al volatore, Padre Bartolomeo Lourenco de Gusmao, l’unico in grado di costruire una macchina a volontà, scrivesse che gente così non è erba che cresce nelle sacrestie, ma da sola, sempre da sola, uno scrittore nasce dove nasce, nessuno sa dove e io neppure, uno scrittore potrebbe uscire anche da Masterpiece ed essere pubblicato nelle centomila copie reclamizzate come sapone, tuttavia non sarebbe il risultato di un talent show – retino scazonte per farfalle, ma un caso. Come un caso è uno scrittore. Un caso e basta. Senza aggettivi.

 

Questo articolo è apparso martedì 19 su L'Unità, primo di una serie di riflessioni attorno a Masterpiece

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