M'inchino

La deferenza è da servi, da sottomessi, da schiavi, da sfruttati, da subordinati, da mediocri, da serie B. Non si può ambire a diventare deferenti, sarebbe un errore di prospettiva, per così dire, una mancanza di lucidità sulla società tutta. Per chi si alzava la mattina per uscire a demolire il mondo – cioè per molti, moltissimi baby-boomers come me – questo era un assioma, non un dogma perché i dogmi sono qualcosa che sa di religione, cosa che semplicemente andava negata. Lasciamo stare come è andata, per favore. Qui intendo semplicemente indicare quanto feroce fosse il piglio politico-culturale che per decenni ha posseduto almeno una generazione del secondo dopoguerra.

 

In un tempo non molto più remoto, negli anni cinquanta, essere deferenti era la lezione primaria che, nella società ancora prevalentemente contadina e classista, veniva impartita nell’educazione dei piccoli uomini e donne (erano di là da venire i bambini e le bambine), e crescere nella deferenza verso il padrone era l’etica strutturale dell’intera società. Dai Sessanta in poi, questo macigno pedagogico è stato via via buttato giù producendo come la convinzione che il senso dell’autorità fosse effettivamente andato perduto. Come racconta Annie Ernaux nel suo magnifico resoconto autobiografico: “Gli adulti sospettavano che fossimo demoralizzati dagli scrittori moderni, dicevano che non avevamo più rispetto per niente.“ (Gli anni, L’Orma 2015).

 

Oggi non esiste autorità, a nessun livello, che sia di per sé oggetto di deferenza. Gli stessi bambini piccoli l’hanno smarrita (si entri in una classe delle elementari e sarà subito tutto chiaro). Mi spiego, la deferenza nel senso dell’apprezzamento del valore dovuto a un individuo depositario di una qualche autorevolezza, poca o tanta che sia, esiste e talvolta si manifesta, ma la variante contemporanea sta nel non riconoscimento intrinseco del “potere” altrui. Per cui io ti rispetto, ti ossequio pure, ma sia chiaro che per me tu sei solo uno che sta lì in quel posto perché innanzitutto le circostanze e gli amici e la fortuna ti ci hanno messo. E tanto più tu ostenti il tuo “potere” tanto meno io ti rispetto nel mio intimo. Perché di valore ce n’è in te tanto quanto in me, punto e basta! E, a parità di fortuna, le cose che fai tu sarei capace di farle anch’io, ché l’intelligenza non mi manca. E così va a finire che “il basso vomita di minacce l’alto, il piccolo prende per le orecchie il grande e l’ignorante – i cui diritti di parola sono risolti in un clic – calca il cappello d’asino al sapiente non esistendo più […] un privilegio di conoscenza” (Pietrangelo Buttafuoco, Sole 24 ore – Domenicale del 13 luglio 2014).

 

La leggerezza, nel senso di superficialità (sorella di quella approssimazione di cui ho parlato qui), in cui molti vivono, viene da tante parti, e l’affinamento dei comportamenti è spesso impedito da queste persuasioni profonde che sono individuali e collettive, sono convinzioni condivise. È la società, come dice Guido Mazzoni (nei Destini generali), dove vigono “l’obbligo di godere”, il nichilismo, la parresia, l’infantilismo. Dove i repentini salti dalla povertà contadina alla ricchezza industriale sono risultati spessissimo eticamente mortali. Il prendere a pesci in faccia la cultura e l’istruzione per un paio di decenni in favore di un’idea tutta affaristica del mondo ha fatto sì che i “furbi” producessero con brutalità e bruttezza, oltre che la malavita amministrativa, i molteplici analfabetismi e la diffusa psicolabilità tra cui viviamo. Una realtà in cui, dice la filosofa Nicla Vassallo con un’altra bella sintesi, “se capitasse di incontrare Leonardo, la maggior parte di noi non lo riconoscerebbe o lo disprezzerebbe. Troppa arte, troppa cultura, troppa gaytudine in lui.” (Mentelocale.it del 21 agosto 2015). Aggiungiamo che i demagoghi in circolazione, con il loro continuo titillare il lato istintual-animalesco di individui dalla cultura fragilissima e dalla conseguente psicologia approssimativa, non fanno che esporre la società a rischi ancora più grandi. A ben vedere, in questo contesto, la deferenza c’è ed è quella più inconsistente e becera verso lo star-system, verso chiunque incarni in qualunque modo lo spettacolo mediatico, sia esso un attore, uno scrittore (che si esibisce nei festival) o addirittura un ex-presunto assassino (giusto un paio di giorni fa mi hanno riferito testimoni oculari di aver visto chiedere un selfie a un celebre accusato di assassinio, ora prosciolto). Mala tempora currunt.

 

Ne Il crisantemo e la spada, libro del 1946 ancora fondamentale per capire la società giapponese (Edizioni Dedalo 1968-1993), l’antropologa americana Ruth Benedict parla della “lingua del rispetto” come di un tratto tipico – comune ad altri popoli del Pacifico –, che consiste nell’adottare un particolare linguaggio a seconda di quale sia la persona a cui ci si rivolge; con il cambiare dell’interlocutore “variano le forme personali e mutano anche le radici verbali”. Tutto questo è accompagnato da un diverso modo di fare l’inchino. E anche tra due stesse persone “è necessaria una diversa gradazione delle forme di rispetto a seconda delle circostanze” (p. 58). I giapponesi, scrive Benedict, “si basano sulle antiche abitudini di deferenza radicate nel passato e istituzionalizzate dal loro sistema etico e dagli usi convenzionali, per cui lo Stato può contare sul fatto che quando le ‘Loro Eccellenze’ agiscono ‘in maniera conveniente alla loro posizione’, le loro prerogative e i loro diritti saranno rispettati, e non necessariamente perché ne venga approvata la condotta politica, ma perché in Giappone è considerato scorretto infrangere i confini esistenti tra le varie forme di prerogativa” (p. 98). In Giappone lo Stato si fonda sull’etica della deferenza. Se si preferisce, dell’inchino. Non so bene se questa sia a tutt’oggi ancora una realtà nella gestione politica del Giappone, ma di sicuro avere nella propria formazione storica questi componenti credo contribuisca non poco a stabilire doveri e compiti di chi ne ha la responsabilità. (Ed è interessante che anche in Cina si torni oggi a prendere in considerazione l’introduzione di un nuovo confucianesimo, come racconta Maurizio Scarpari nel suo Ritorno a Confucio. La Cina oggi fra tradizione e mercato, Il Mulino 2015).

 

I giapponesi non ci somigliano se non per quel bizzarro destino demografico per cui siamo le due popolazioni più longeve al mondo. Ovviamente condividiamo un presente economicamente immerso nella globalità planetaria, tutta la tecnologia e la tensione complessiva della contemporaneità, ma per il resto siamo davvero lontani. Figuriamoci, l’inchino. Mentre per i giapponesi c’è un vero e proprio sistema che orienta e indica a che cosa rivolgere la propria deferenza (il dovere dell’uomo è visto come una carta geografica suddivisa in varie provincie per ciascuna delle quali c’è “uno specifico codice estremamente dettagliato mediante il quale si giudicano gli uomini” p. 215), per noi non c’è nulla di paragonabile. (E non me ne vogliano i credenti che sanno perfettamente di non rappresentare la maggioranza della società.)

 

Eppure anche noi avremmo bisogno di deferenza, di inchinarci. Non certo per invocare una nuova società autoritaria, ma servirebbe per vivere in una comunità più equilibrata, rispettosa e autorevole. Il problema è sicuramente l’oggetto della deferenza. Il “sistema” odierno della sottocultura offre entità quantitative (oggetti, denaro), grossolanità identitarie (gli –ismi, milanismo, leghismo), fisicità da Instagram. Nella società immobile di un tempo gli oggetti della deferenza erano definiti e stabiliti (il padrone, il capo famiglia, la maestra, il dottore, la carriera, la ricchezza), oggi di fatto molte persone si sono abituate a pensare che niente e nessuno ne sia più realmente degno. La rispettabilità in sé è come bruciata. La sana tabula rasa dei comportamenti della società della subordinazione, che più o meno è stata compiuta, ci lascia l’effetto rebound di generazioni smarrite, che la rete (una certa rete) oggi vuole mantenere alla deriva. Ma oltre all’oggetto della deferenza manca ancora di più il saper fare la deferenza, la postura psicologica dell’inchino. Un inchino caldo, che venga da dentro, non istituzionale e freddo come quello giapponese. E se la deferenza, quella autentica, è onestà intellettuale, allora noi manchiamo di onestà intellettuale.

 

Se incontrassi David Byrne (o Tom Yorke o Enrico Rava…), una volta vinta la grande emozione, con entusiasmo lo ringrazierei per quello che fa, per aver lavorato instancabilmente mettendo a frutto i suoi talenti e avere prodotto le meraviglie musicali che mi regala da trent’anni. E nel dirgli questo io credo che farei anche un lieve inchino, di deferenza. Se la deferenza diventa un contenuto, un’informazione che mando al mio rispettabile e stimabile interlocutore, se è la sincera trasmissione di una gratitudine, allora io m’inchino, m’inchino davanti a chi con la sua responsabilità lavora pienamente per mettermi a disposizione il meglio di ciò che sa fare. La deferenza, che non è più soggezione né dovere, o peggio obbligo, diventa consistenza sociale, un utilissimo lubrificante nei rapporti tra individui non considerati in gerarchia, ma come pluralità di valori in gioco. Tanto più se la deferenza la rivolgo non solo al grande genio, ma a tutti coloro che in un qualunque contesto dimostrano una oggettiva migliore abilità di affrontare e risolvere problemi o creare novità.

 

Tutti abbiamo un inchino interiore da tirare fuori ogni volta che vogliamo dire la nostra ammirazione a qualcuno, ma, prima, bisogna riassestare, diciamo così, il valore dei valori (chissà se Erving Goffman penserebbe a qualche nuovo rituale di deferenza) e contestualmente apprendere di nuovo a esercitare il dignitoso ossequio. Umanamente si può fare. Senza una profondità di campo sufficientemente condivisa che mi faccia percepire e distinguere persone e personaggi, spessori, ricchezza umana, importanza effettiva degli eventi, quell’inchino è allo sbando, rimane una potenzialità inespressa o sprecata a seconda di come si vedano le cose. Senza inchini si rischia di diventare tanti poveri Professor Unrat disposti ad abbrutirsi negando tutto ciò in cui hanno creduto pur di avere riconoscimento.

 

In tempi di crisi e migrazioni imponenti, la realtà si sta già incaricando di indicare dei percorsi: il ridimensionamento dei bisogni materiali, ad esempio, è già anche un rilancio della sobrietà di vita; l’arrivo in massa dell’Altro è già anche un rilancio concreto della solidarietà. Saranno processi lenti e complessi, una distillazione, rischiosa fin che si vuole, di nuove potenzialità. Istruzione e cultura, se “avranno cura di sé”, saranno i nostri inchini.

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