Hitler e il ritorno di Mein Kampf

Il tempo trascorre anche per il Mein Kampf. Passati settant’anni dalla morte del suo autore, e novanta dalla prima edizione, sono scaduti i diritti d’autore, saldamente posseduti dal ministero delle Finanze della Baviera. Il Land, infatti, li custodiva su assegnazione delle stesse potenze alleate, vincitrici della Seconda guerra mondiale. Sulla base del diritto di occupazione, le autorità militari avevano proceduto all’esproprio dei beni del partito nazionalsocialista e delle organizzazioni ad esso affiliate. Medesima sorte era toccata al testo del capo supremo del Terzo Reich. A Monaco Hitler aveva mantenuto per tutta la sua vita la residenza. Quella città era stata per il movimento nazionalsocialista la vera culla, la terra elettiva, il luogo da cui partire per poi diffondersi in tutta la Germania e oltre. Il mandato conferito al nuovo governo bavarese nel 1945 implicava il divieto di pubblicazione e di diffusione del testo. Una disposizione tanto perentoria quanto frequentemente aggirata attraverso le copie pirata, le ristampe anastatiche clandestine, le versioni tagliate o ridimensionate (in formato copia e incolla), le traduzioni infedeli, l’antiquariato esercitato in un primo tempo sottobanco, fino al materiale oggi liberamente disponibile sul web.

 

Da sempre, in deroga a vincoli e sanzioni, si è comunque avuto a che fare con una diffusa circolazione underground, alimentata da un’editoria neonazista e filofascista che, tuttavia, con quel testo, ha sempre intrattenuto un rapporto irrisolto, trattandosi di un oggetto di culto, al limite del feticcio, ma anche di un repertorio demagogico, messo su carta e inchiostro, alla prova dei fatti scarsamente leggibile, quindi al limite della noia più insopportabile se non peggio. Ad essere incoerenti, peraltro, erano state anche le stesse autorità della Repubblica federale di Germania. A fronte del ripetuto divieto, periodicamente rinnovato, al quale negli ultimi due decenni sono andati contrapponendosi molti studiosi, denunciandone il vuoto anacronismo, già nel 1979 la più alta magistratura tedesca, la Corte suprema federale, aveva statuito che le copie d’antiquariato (leggasi: quelle sopravvissute al 1945) potessero essere liberamente commerciate. Esplicitando e legittimando in tale modo quanto già accadeva clandestinamente. Un oggetto di culto, per l’appunto feticistico, che si alimenta a tutt’oggi della relazione tra la dimensione totemica (il costituire una sorta di presunta pietra miliare del pensiero “maledetto”) e quella di tabù (un limes da non superare che, per il fatto stesso di darsi, solletica attrazioni e seduzioni in absentia).

 

Il titolo originario dell’opera sembrava peraltro essere fatto apposta per lasciarsi sfuggire i potenziali lettori: Quattro anni e mezzo di lotta contro menzogne, stupidità e codardia. In realtà era in piena sintonia con la maniacale logorrea del suo autore. Saviamente, Max Amman, proprietario della Franz Eher-Verlag, casa editrice legata all’allora ancora fragilissimo partito nazionalsocialista, convinse lo stesso Hitler a sceglierne uno più appropriato al “grande pubblico”. Anche da ciò, quindi, il Mein Kampf, affresco al medesimo tempo scadente, verboso, maniacale e delirante di filosofia della storia, ritenuto il programma politico del nazismo e del suo massimo capo e come tale somministrato ai tedeschi (e non solo) fino al 1945. Forse chi meglio ne ha identificato l’intima natura, con un’icastica affermazione, è il filosofo Alexandre Koyré, quando lo definì, attraverso un durissimo ossimoro, una «cospirazione alla luce del sole». Un testo la cui fortuna seguì di pari passo quella che il futuro Führer della Germania riuscì a garantire al suo partito politico, poi trasformatosi in regime: una diffusione contenuta fino alla fine degli anni Venti, per diventare poi un fenomeno editoriale quasi continentale nel decennio successivo.

 

Tanto per intendersi, poiché i numeri contano, dal 1925, anno della prima edizione, all’inizio del cancellierato hitleriano, nel gennaio del 1933, si contavano complessivamente 241mila copie vendute nella sola Germania di Weimar. Più analiticamente: entro il 1929 la prima parte dell’opera aveva raggiunto le 23mila copie, la seconda 13mila. Si era in presenza, infatti, non di un testo ma di due volumi, successivamente unificati. Un freno alla diffusione era il prezzo, dodici marchi, relativamente alto per l’epoca. Nello stesso anno in cui avviene, secondo la genealogia nazista, die Machtergreifung, «la presa del potere», nel senso dell’assunzione del dominio totale sulla società tedesca, le copie schizzano immediatamente a un milione. Dopo di che agli acquisti volontari si accompagnano sia il fenomeno della cessione gratuita ai giovani incorporati nella Werhmacht, il rinato esercito tedesco, che il dono offerto dalle autorità pubbliche alle coppie celebranti le nozze davanti a Dio (e a Hitler). Tra il 1943 e il 1945 la diffusione raggiunge e supera i dieci milioni di copie, contando sulla traduzione in poco meno di una ventina di lingue. Un best-seller, in buona sostanza, in grado di fruttare diritti per almeno una quindicina di milioni di marchi tedeschi dell’epoca (patrimonio di Hitler, in parte poi sequestrati a guerra conclusa dagli Alleati). D’esso, peraltro, si è detto molto, quasi sempre senza averlo per davvero conosciuto, se non altro perché non si fa desiderare e ancora meno leggere. Le stime di lettura reputano che un quinto dei tedeschi negli anni del nazismo lo abbia sfogliato almeno in parte. Ma il suo essere «il libro dei tedeschi», come recitava uno slogan allora diffuso, non ha mai avuto pieno riscontro. Il Mein Kampf, ne affermano detrattori come anche apologeti, conterrebbe peraltro “tutto” il programma del regime hitleriano, a partire dalle cose peggiori, come lo sterminio degli ebrei. Non è propriamente così. In realtà la fortuna di un volume che era e rimane un indigeribile mattone (come dimensioni e per l’impasto di apocalittica teleologia e di fraudolenta metafisica di cui è fatto), ha oscurato la sua stessa origine e natura.

 

Qualche ulteriore dato può quindi tornare utile per ridefinire la trama del discorso, che riguarda non ciò che il testo dice ma il perché un’opera confusa e noiosa sia assurta a “vangelo” di una “comunità di stirpe”. Chi più e meglio ne ha ricostruito la traiettoria nei tempi della sua maggior auge è Othmar Plöckinger, in Geschichte eines Buches: Mein Kampf, 1922-1945, uno studio comparso presso l’Oldenburg Wissenschaftsverlag nel 2006, con il sostegno dell’autorevole Institut für Zeitgeschichte di Monaco. Lo stesso autore, insieme a Christian Hatmann, Thomas Vordermayer e Roman Töppel, si appresta a licenziare Hitler, Mein Kampf: Eine kritische Edition, sotto l’egida della medesima istituzione culturale. Si tratta di un’imponente pubblicazione, di circa duemila pagine, con tremilasettecento note di corredo. Intorno alle fortune (e alle disgrazie) che il testo ha raccolto nel corso del tempo si sono esercitati altri studiosi come Karl Lange, Caesar Aronsfeld, James Barnes, Eberhardt Jäckel, Werner Maser, Barbara Zehnpfening e pubblicistici quali Antoine Vitkine. Detto questo, qualche passo indietro va pur fatto, se non altro per meglio comprendere la ragione della querelle in corso in queste settimane riguardo alla sua fruizione da parte del grande pubblico. Si tratta, come va fatto in questi casi, di contestualizzare e storicizzare un prodotto al limite della mitografia.

 

Tutto ruota intorno alla figura del suo “estensore”, per l’appunto Adolf Hitler. Nel 1919 è un ex caporale privo di arte e di parte. Soprattutto privo di guerra, dove invece aveva trovato una “sua dimensione”, avendo vissuto «i tempi più indimenticabili e sublimi» della sua vita. Smobilitato ma non congedato, è tornato al punto di partenza, quello di un individuo en voie de clochardisation, ossia sull’orlo della catastrofe personale. Di lui dirà successivamente il suo reclutatore Karl Mayr (assassinato a Buchenwald, nel 1945) che pareva essere «un cane errabondo alla ricerca di una guida». L’incarico che il graduato Hitler riceve è di infiltrarsi nel pulviscolo di movimenti ultranazionalisti dell’estrema destra. Di fatto, avviene l’opposto, rimanendone da subito pervaso per poi ritagliarsi un ruolo crescente di capopopolo. Le cronache successive sono sufficientemente note anche solo per ripeterle sommariamente. Punto di non ritorno, ed evento periodizzante fu il Bürgerbräu-Putsch, l’abortito tentativo di colpo di Stato ordito e attuato dallo stesso Adolf Hitler tra l'8 novembre ed il 9 novembre del 1923, assieme ad altri leader del Kampfbund, tra cui il generale Erich Ludendorff, icona dell’ipernazionalismo antidemocratico negli anni della Repubblica di Weimar. Il Kampfbund, per inciso, era la lega delle “società patriottiche” che raccoglieva una discreta parte del pulviscolo associativo della destra radicale tedesca, soprattutto di quella monacense. Il tentativo di ribaltare i poteri legali bavaresi in realtà si era velocemente risolto alla stregua di una baruffa chiozzotta se non ci fossero stati i quattordici morti che i nazisti contarono tra le loro file, complice la reazione armata di un centinaio di poliziotti neanche troppo agguerriti.

 

L’istrionismo del futuro capo assoluto della Germania (figura attoriale nelle birrerie del sud della Germania, luogo strategico nella formazione dell’opinione pubblica maschile), la teatralizzazione di un evento politico marginale (la marcia disordinata, per le strade di Monaco, di un assortito gruppo di “ribelli”, guidati da un recalcitrante Ludendorff e dai piccoli leader della destra radicale), la pochade consumatasi con il tentativo di piegare una parte delle autorità alle proprie ragioni (nel mentre quelle stesse, fingendo acquiescenza, si attrezzavano per reagire e provvedere a neutralizzare gli insorti) nulla poterono della “forza di volontà” che Hitler e la sua truppa raccogliticcia ritenevano d’incarnare. Lo smaccato insuccesso politico contribuì, come la mitografia si sarebbe incaricata di celebrare, ad istituire una contro-narrazione, quella del lavacro del sangue, il “sacrificio dei martiri”, sulla scorta della quale Hitler e la sua accolita potevano ora contare per darsi un contegno e, soprattutto, una visibilità pubblica che fino ad allora gli erano mancati. Il 1° aprile 1924 Hitler, accusato di alto tradimento, venne quindi condannato dal tribunale di Monaco a cinque anni di prigione. La pena, rispetto ai capi d’accusa, era mite, grazie anche alla compiacenza delle autorità e, in immediato riflesso, della stessa corte giudicante. Ancor più mite fu il periodo di “residenza” nella fortezza di Landsberg am Lech. Esauritosi molto presto, il 20 dicembre dello stesso anno. Del prigioniero, con il quale il direttore del carcere Otto Leybold simpatizzava apertamente, era detto sui fogli di servizio e nelle note caratteriali che: «si mostra disciplinato e ordinato. È docile, senza pretese e modesto. Esercita sugli altri detenuti un’autorità salutare». Il breve intermezzo carcerario fu trascorso dal condannato per dare quindi forma al pensiero che gli mancava. Di certo i convincimenti, ossidati e cristallizzati, non gli difettavano, precedendo i fatti del 1923. Lo storico Ian Kershaw, nella monumentale biografia che ha dedicato a Hitler, identifica negli anni precedenti al 1914 lo stratificarsi e il concatenarsi di una serie di idee ossessive che poi, con la Prima guerra mondiale, si sarebbero incontrate con l’esperienza dei combattimenti per detonare nel momento della sconfitta tedesca. Mancava tuttavia un testo di riferimento che costituisse la certificazione di una volontà. Una prima parte del pensiero fu quindi dettata dal futuro dittatore al seguace e fedele amico Rudolf Hess, sodale di prigionia. In tutta probabilità, dinanzi alle vivaci e inconcludenti ellissi di pensiero ma anche rispetto alle numerose sgrammaticature, alla sintassi pencolante, all’infantilismo di molte idee, una parte non secondaria la ebbe l’intervento del cappellano del carcere Bernhard Stempfle, il quale si incaricò di mettere ordine nel guazzabuglio di suggestioni. Quest’ultimo, va detto, fu ricompensato con l’assassinio, una decina di anni dopo, quando l’oramai capo assoluto della Germania regolò i conti con le componenti non “conformi” o non normalizzate del nazismo, durante quella che fu poi universalmente conosciuta come Nacht der langen Messer, la «notte dei lunghi coltelli», tra il 29 e il 30 giugno 1934.

 

Manteniamo tuttavia il passo. L’opera hitleriana esce in due tempi. Il primo volume, Eine Abrechnung, «Un resoconto», poi conosciuto anche come Mein Leben, vede la luce editoriale nell’estate del 1925. Ha una natura più strettamente autobiografica. Il secondo, Die nationalsozialistische Bewegung, «Il movimento nazionalsocialista», l’anno a seguire. In Italia, segnatamente, traduzione e diffusione dateranno al 1934, per i tipi della Bompiani, seguite da più ristampe, fino al 1943. Il testo, malgrado i rimaneggiamenti che verrà subendo anche successivamente alle prime edizioni, si rivelerà da subito di difficile fruizione. Rispetto all’agilità tipica dei manifesti politici – dei quali ha la presunzione di esserne in qualche misura l’espressione – e alla vivacità espressiva dei pamphlet, categoria cui non appartiene anche se in qualche modo ne occhieggia la disinvolta descrittività e la furbesca prescrittività, è in realtà il precipitato di una visione messianica e, al medesimo tempo, apocalittica della politica, dove l’antisemitismo fa premio su qualsiasi altra considerazione. A ciò si ricollegano le formulazioni razziste sulla superiorità della «razza ariana», sulla necessità di dotarsi di uno «spazio vitale» rivolto ad Est, sul nesso tra «giudaismo» e bolscevismo, sull’indefettibilità di un «socialismo nazionale», sul nazismo come compimento e superamento del cristianesimo, sulla funzione messianica della politica e così via, il tutto condito in una salsa apocalittica.

 

Detto questo, è assai poco utile andare oltre nello sforzo di analisi. Poiché, e qui interviene la questione lasciata in sospeso, la scadenza dei diritti d’autore fa sì che dal 2016 si possa provvedere a una sua nuova diffusione, dopo la impossibile damnatio memoriae a cui l’opera per eccellenza dell’ideologia nazionalsocialista era stata condannata con il 1945. In realtà la questione è ben più complicata di quella evocata da una vertenza giuridica sulla proprietà intellettuale, in sé peraltro già risolta dalla normativa vigente. Basta aggiungere che i settant’anni trascorsi, in questo caso, non sono solo quelli che la legge prevede riguardo alle questioni relative alla destinazione e alla fruizione dei proventi di un bene privato ma rinvia, da subito, all’assillante problema di fondo: dopo quasi tre quarti di secolo dalle tragiche vicende causate dall’ideologia nazista siamo in grado di leggerne il testo di riferimento senza che esso interferisca con la formazione di un giudizio articolato?

 

Le questioni richiamate sono molteplici. La prima di esse, dai più invece incompresa, rinvia all’autore. Il testo, infatti, non parla in assenza di colui che gli ha dato corpo. Poiché il Mein Kampf è il “romanzo di una rivelazione”. Del pari al genere del Bildungsroman, sotto la coltre di riferimenti pseudofilosofici, la valanga di predizioni, il tono al medesimo tempo aggressivo e assertivo, si intravede l’autocelebrazione del demiurgo. Di sé l’autore offre il calco dell’Übermensch, l’uomo che va oltre se stesso. Si tratta della parte più interessante del libro, dove Hitler dà la stura alla sua vocazione monomaniacale, quella in cui incentra, tolemaicamente, l’universo intorno a sé. Scriverà nel 1939 Thomas Mann, in «Fratello Hitler»: «se non ci toccasse assistere al continuo orrore delle vittime che la fatale vita interiore di quest’uomo miete, se non dovessimo assistere alle devastazioni morali che ne derivano, sarebbe più facile confessare che il fenomeno della sua esistenza ci affascina». La figura di Hitler rimane peraltro agli occhi dei suoi contemporanei un clamoroso esempio di mobilità dal basso verso l’alto, rendendo la sua vita un’opera drammaturgica, dove però il protagonista non si arrampica per la scala precostituita della piramide sociale ma, in qualche modo, dà l’impressione di riuscire a capovolgerla. Si tratta solo di una suggestione – il combinato disposto dei grandi interessi tedeschi dell’epoca non solo non fu in alcun modo intaccato dall’ascesa dei nazisti ma, piuttosto, ne uscì rafforzato – tuttavia è esattamente il senso che i nazisti e i fascisti danno alla parola “rivoluzione”, di cui si appropriano, riconoscendone bene le proprietà agglutinanti e quindi scippandone il conio alla sinistra. La farraginosità del Mein Kampf non depone in alcun modo contro il volume e, ancor meno, contro il suo autore. Lo consegna semmai a una falsa dimensione iniziatica, a volere deliberatamente confondere la sua incomprensibilità, il dettato incongruo così come a tratti lucidamente delirante, con la critica della complessità del mondo che dice di volere interpretare. In questo suo modo di proporsi al lettore dell’epoca raccoglie e sviluppa le fortune della libellistica e della saggistica della destra radicale a cavallo tra due secoli, incentrata essenzialmente sulla critica antisemitica del capitalismo, quest’ultimo inteso come il prodotto finanziario di un processo di espropriazione ebraica della “vera natura” dei popoli. Lo fa però con una innovazione, legando il messaggio antisemitico al profeta che lo produce in quanto verbo incontrovertibile.

 

Il nazismo esiste perché c’è Hitler, lascia chiaramente intendere il Mein Kampf. E chi lo legge non cerca riscontri negli imbarazzanti, a tratti penosi, affreschi geopolitici che il volume contiene, o al misero solfeggio filosofico che lo attraversa, bensì all’immagine riflessa del “capo”. Un refrain costante, presente a tutt’oggi. L’accostamento più appropriato, infatti, è per associazione d’idee alle aste degli anemici acquerelli di Hitler prima maniera, laddove un nutrito stuolo di collezionisti si contendono le opere in stile e tono Biedermeier del trascorso dittatore. Il kitsch è d’altro canto una delle fondamentali note dominanti in tutta l’“epopea” criminale nazista, permettendo di coniugare il banditismo politico e amorale con la formulazione di un diritto creativo, quello che derivava dalla legittimazione della sopraffazione, in accordo con un comune sentire fatto di piccinerie, di banalità, di quotidiane mediocrità, rassicuranti perché ossessivamente ripetute. Il Mein Kampf si alimenta quindi di una duplice dimensione: da una parte quella che gli deriva dal presentarsi come il prodotto mitico e mitologico di un movimento e di un capo, l’uno e l’altro demiurghi e taumaturghi al medesimo tempo; dall’altra, quella di essere il viatico per la ricostruzione di un “ordine naturale” corrotto dalla modernità. Si tratta di una guida a un nulla che si riempie di spettri da sconfiggere, così come fu ai suoi tempi il Malleus Maleficarum, indicando quale sia la natura del male e con quali strumenti possa essere sradicato dal mondo. Anche per questo la sua prospettiva non si è conclusa con l’implosione del regime che se ne è alimentato e il conseguente suicidio del suo autore. Si riproduce non nella dialettica tra umano e diabolico e nel rapporto tra vero e falso ma nella sua potenza mitopoietica. Più che mai si rivela come una macchina mitologica che fabbrica da sé gli oggetti che dice di volere disintegrare.

 

L’intera questione relativa alla sua riedizione, in tempi di democrazia, se non tiene nella giusta considerazione questi aspetti rischia di risultare viziata ab origine. Il Mein Kampf non è una fonte nel senso tradizionale del termine, così come la definisce Paul Kirn, in quanto «testo, oggetto o manufatto da cui si può ricavare una conoscenza del passato», ma strategia di costruzione di una visione magica, a tratti puerile, e come tale anche autosufficiente, di una realtà parallela, da contrapporre al mondo concreto delle relazioni sociali. Per questo il proibizionismo gli è consustanziale, alimentandone non solo la leggenda di libro “maledetto” ma anche il suo essere, per il fatto stesso di subire una interdizione, una qualche forma di “verità altra”, tanto più verosimile dal momento che viene celata o filtrata alla pubblica conoscenza dalle autorità. Se il negazionismo olocaustico non si limita a rifiutare la realtà dei fatti ma dichiara che la loro inesistenza è la prova incontrovertibile di un complotto dei “potenti” ai danni della collettività (per cui il suo vero oggetto non è rimuovere qualcosa di scomodo dal panorama della storia e della coscienza civile ma il dichiararsi portatori di una conoscenza alternativa, basata sullo “smascheramento” delle mistificazioni del “potere”), la questione della pubblicazione legale del Mein Kampf non ha a che fare con il tema dell’apologia del nazismo ma, piuttosto, con quello dell’apologo sulla realtà. Non è un caso se, al di fuori del nostro Continente, circoli non solo liberamente ma con un discreto grado di legittimazione culturale e politica. Se in India è un modello per i movimenti ultranazionalisti nei paesi arabi e musulmani assume un valore espressamente “antisionista”, sia nelle declinazioni strettamente antisemitiche che anti-occidentali, mentre in Turchia è parte integrante della letteratura politica.

 

Di fatto quel che resta del best-seller di Gröfaz, Größter Feldherr aller Zeiten, il «più grande comandante in campo di tutti i tempi», è proprio questo: la costruzione di un mondo al contempo fantasmagorico e angosciante, affollato di ossessioni e fantasmi. Non si tratta di informazione bensì di deformazione. Che si combatte con le armi della critica. Altrimenti il rischio che si corre in Europa è di consegnargli, ancorché involontariamente, un postumo attestato di plausibilità, quello che in diverse parti del mondo continua a ricevere in modi e forme tanto smaccate quanto oscene.

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