Ricordo di Manlio Cancogni

Era bello scendere in Versilia sapendo che Manlio Cancogni c’era ancora. Certo, aveva 99 anni, tutti i suoi amici più cari erano morti (l’ultimo, Cesare Garboli); l’appartamento di Fiumetto, dove era costretto da tempo, era una specie di punizione dopo anni di girovagare per il mondo (la guerra in Albania e Grecia, gli anni di Parigi corrispondente de «L’Espresso», quelli americani dove insegnò in un college del New England). Ma, quando si andava a trovarlo, oppure si leggevano le interviste che, con cadenza periodica, rilasciava ai quotidiani, si coglieva l’intelligenza viva, la sfida alla noia, l’occhio sempre vigile al presente.

 

Cancogni appartiene a quell’epoca della narrativa borghese italiana (dagli anni ’50 ai ’70) di grande qualità. Il più intrinseco era Carlo Cassola; la loro amicizia giovanile è rievocata in Azorin e Mirò, il capolavoro di Cancogni, dove è teorizzata la poetica del “subliminare”, un’autodefinizione critica per significare le epifanie, i momenti di poesia del quotidiano che rimandano ai Dublinesi di Joyce. Più affini per temi e scrittura sono stati Mario Soldati e Giorgio Bassani. Cancogni, rispetto a loro, era più libero e indisciplinato, passando dalla scrittura per i giornali («L’Espresso» e «L’Europeo», i principali quotidiani) al romanzo o al racconto lungo, che era la forma narrativa dove era più a suo agio. Ad esempio, ne La carriera di Pimlico, un ‘gettone’ Einaudi, racconto di ambientazione ippica, in cui rifulge l’abilità di narratore sportivo, affermava che lo sport nel XX secolo aveva sostituito l’arte come educazione estetica per le masse; in questo era attento ad ambienti e personaggi caratterizzati, per via di levare, con un utilizzo molto sciolto di un lessico “tecnico”. Il modello letterario sono in fondo le cronache trecentesche così parche di aggettivi o, al presente, i giornali d’ippica dove nella prosa non c’è un grammo di troppo. Allo sport tornò in vecchiaia con Il mister, bellissimo racconto su un allenatore degli anni Trenta, che si ispirava a Zdeněk Zeman.

 

Nato per caso nel 1916 a Bologna, visse la giovinezza tra Roma, dove studiò, e la Versilia, dove trascorreva tutte le estati: “l’estate in Versilia finiva a settembre con un gran falò dove si bruciavano tutte le attrezzature che non sarebbero sopravvissute all’inverno”. La guerra lo sorprese a Roma dove aveva appena trovato un impiego ministeriale. Antifascista per indole e per stile, fu nell’esercito fino al ’43, combatté sul fronte greco (a cui dedicò Il ritorno, un memoir di asciuttezza classica, dove il riferimento d’obbligo è il Senofonte dell’Anabasi); poi si nascose a Firenze dopo l’8 settembre. Fu tra i primissimi lettori del Cristo fermato a Eboli che Carlo Levi scrisse nella cattività fiorentina. Rievocò queste vicende e molte altre ne Gli scervellati, una lunga e affascinante prosa di memoria, scritta a 50 anni di distanza dagli eventi narrati. Aderì, come molti amici al Partito d’Azione, sempre con un suo tipico disincanto, e anche dopo la guerra fu su posizioni “terzaforziste”. Filoamericano, anticomunista, era in realtà troppo individualista per schierarsi a fianco di qualcuno e finì per litigare con quasi tutti i suoi amici, compreso il fraterno Cassola, quando questi cominciò a predicare il disarmo nucleare unilaterale. Vinse tutti i principali premi letterari, ma ripudiò molti suoi libri. Le sue qualità stilistiche risplendono anche negli scritti d’occasione (andrebbero raccolte le cronache sportive; firmò la celebre inchiesta Capitale corrotta, Nazione infetta sul sacco urbanistico di Roma), frutto di una frequentazione quotidiana, fino a ieri, con le pagine della Commedia e di Manzoni. La morte dell’unica figlia, nei primi anni Settanta, lo spinse a ritornare al cristianesimo.

 

Con Cancogni muore un uomo libero, di grandissima simpatia umana, prima ancora che un grande scrittore ‘minore’.

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