Stefano Cucchi e la panne del diritto

Non vi è più un Dio che minacci, né una giustizia, né un fato come nella Quinta Sinfonia; ci sono solo incidenti del traffico, dighe che crollano per errori di costruzione, l’esplosione di una fabbrica di bombe atomiche provocata da un assistente di laboratorio un po’ distratto, incubatrici mal regolate. Dentro questo mondo di panne ci porta la nostra strada, al cui margine polveroso, accanto ai cartelloni pubblicitari di scarpe Bally, di Studebaker, di gelati, accanto alle lapidi in memoria delle vittime del traffico, emergono ancora delle storie possibili, nel senso che il volto di un uomo qualunque può far intravvedere il volto di tutta l’umanità, una semplice sfortuna può assumere involontariamente dimensioni universali, si scorgono dei giudici, una giustizia, forse anche la grazia, colta per caso, riflessa nel monocolo di un ubriaco.

Friedrich Dürrenmatt

 

Traps è un viaggiatore che rimane con l’auto in panne ospite a casa di un gruppo di signori che giocano tutte le sere al tribunale: c’è il giudice, c’è il difensore, c’è il pubblico ministero. Manca l’imputato, e il commesso viaggiatore rimasto a piedi viene invitato a fermarsi, e a giocare, raccontando la propria colpevolezza e cercando di farsi scagionare. La storia di Traps è una delle storie possibili, tra i cartelloni di Bally e di Studebaker. Ce n'è un’altra però, opposta a quella di Traps. Si svolge a Roma. Tra le auto ammassate nel sacro G.R.A., i tassisti che imprecano per l’esito delle partite della Roma, lungo la Tiburtina, la Prenestina, la Tuscolana, la Nomentana, ci sono auto in panne, piccoli incidenti, cartelloni pubblicitari e rovine del tardo impero mescolate a palazzoni, ai condomini di Torpignattara, agli edifici anni trenta del Pigneto e del Quadraro.

 

È il 15 Ottobre 2009, Stefano Cucchi viene fermato dalla polizia della stazione di Roma-Appia all’altezza della chiesa di San Policarpo in via Lemonia, mentre scambia buste di plastica con denaro con Emanuele Mancini. È una semplice sfortuna, l’essere colto in flagrante dalla polizia di Roma, che assume volontariamente dimensioni universali: Stefano viene arrestato in custodia cautelare. Dalla stazione Appia, per motivi di turnazione, viene spostato alla Caserma di Tor Sapienza. Sono incubatrici mal regolate forse, orari poco sincronizzati, o accorpamenti amministrativi dettati dal risparmio o dalla spending review. Forse sono queste le cause della sciatteria, o della negligenza, che agiscono sulla ‘semplice sfortuna’ che colpisce Cucchi. Così Stefano passa la notte nelle stanze di custodia di Tor Sapienza, con un cambio di piantonamento e una chiamata al 118 nella notte, da parte dell’agente Colicchio.

 

Arriva l’infermiere Ponzo, che non referta. Stefano la mattina viene trasferito a Piazzale Clodio, al processo per direttissima che convalida il fermo. E lì, vicino a cartelloni di gelati, pubblicità dell’Esselunga, nell’aula del processo, gli agenti ricordano rossori, mentre il padre di Stefano e l’avvocato vedono segni lividi netti sotto gli occhi. È lì, a piazzale Clodio, nelle celle in attesa del processo di direttissima, di fianco a Silvana Cappuccio e Samura Yaya, nel margine polveroso di quelle sei stanzette, che tra le 12.35 e le 13.35 secondo le ricostruzioni avviene il pestaggio, riportato poi nelle motivazioni della sentenza di primo grado come un “politraumatismo ematoma in regione sopracciliare sinistra, escoriazioni sul dorso delle mani, lesioni escoriate in regione para-rotulea, bilateralmente cinque lesioni escoriate ricoperte da crosta ematica in corrispondenza della cresta tibiale sinistra, altre piccole escoriazioni a livello lombare para-sacrale superiormente e del gluteo destro (quadrante infero-laterale sede paratrocanterica) ed infrazione della quarta vertebra sacrale”.

 

Stefano, dopo qualche giorno, decede presso il presidio ospedaliero “Sandro Pertini” il 22 Ottobre: “In definitiva la causa della morte di Stefano Cucchi, per univoco convergere e dei dati anamnestico-clinici e delle risultanze anatomopatologiche, va identificata in una sindrome da inanizione. In questo contesto, pare anche inutile perdersi in discussioni sulla causa ultima del decesso; se, vale a dire, esso sia da ricondursi terminalmente ad un disturbo del ritmo cardiaco, piuttosto che della funzionalità cerebrale, trattandosi di ipotesi entrambe valide ed ugualmente sostenibili. Questo anche in considerazione del fatto che il decesso (vuoi per causa ultima cardiaca, vuoi per causa ultima cerebrale) intervenne nella prime ore della mattinata del 22.10, quando, quanto meno a partire da due-tre giorni prima, già si era instaurato il catabolismo proteico, indice, come abbiamo visto sopra, di una prognosi a breve sicuramente infausta.

 

È l’ospedale il secondo luogo di sciatteria, tra camici e mascherine, tra corridoi e cartelle cliniche. Le stanze dell’ospedale custodiscono un ulteriore pezzo di sfortuna, dicono i magistrati di primo grado, dove, “al fine di precostituirsi le condizioni previste dal protocollo organizzativo di struttura complessa di medicina protetta, sottoscritto tra il provveditore regionale del Lazio e il direttore Generale della ASL Roma “B”, per accertare il ricovero del detenuto Stefano Cucchi, a indicare falsamente nell’esame obiettivo riportato nella cartella clinica redatta all’ingresso del paziente, i seguenti dati in ordine alle condizioni generali dello stesso; in particolare, indicava condizioni generali ‘buone’, stato di nutrizione ‘discreto’, ‘decubito indifferente’, apparato muscolare ‘tonico trofico’ e apparato urogenitale ‘n.d.r.’, dati palesemente falsi in ordine alle reali condizioni del paziente ed in evidente contrasto con quanto indicato nella cartella infermieristica redatta presso lo stesso reparto e con i rilievi obiettivi dei sanitari della Casa circondariale di Regina Coeli e dei sanitari del pronto soccorso Fatebenefratelli, essendo, in particolare, il paziente allettato in decubito obbligato, cateterizzato, impossibilitato alla stazione eretta e alla deambulazione, con apparato muscolare gravemente iponotrofico, tanto da indurre i sanitari a praticare terapia per via endovenosa vista l’assenza di sufficiente muscolatura per praticare intramuscolo” .

 

E poi, ancora, gli infermieri “in servizio presso la predetta struttura, nei giorni dal 18 al 22 ottobre 2009, abbandonavano Stefano Cucchi, del quale dovevano avere cura, che ivi si trovava ricoverato in stato detentivo dal 17 ottobre, incapace di provvedere a sé stesso; in particolare, il paziente era affetto da politraumatismo acuto, con bradicardia grave e marcata, alterazione dei parametri epatici, segni di insufficienza renale in soggetto in stato di magrezza patologica (cachettico), e che si è venuto a trovare nel corso della degenza in uno stato di pericolo di vita che esigeva il pieno attivarsi dei sanitari i quali, invece, omettevano di adottare i più elementari presidi terapeutici e di assistenza che nel caso di specie apparivano doverosi e tecnicamente di semplice esecuzione ed adottabilità e non comportavano particolari difficoltà di attuazione essendo peraltro certamente idonei ad evitare il decesso del paziente”.

 

E oltre: “Volontariamente omettevano di adottare qualunque presidio terapeutico al riscontro di valori di glicemia ematica pari a 40 mg/di, rilevato il 19 ottobre, pur essendo tale valore al di sotto della soglia ritenuta dalla letteratura scientifica come pericolosa per la vita (per uomo pari 45 mg/di), neppure intervenendo con una semplice misura quale la somministrazione di un minimo quantitativo di zucchero sciolto in un bicchiere d’acqua che il paziente assumeva regolarmente, misura questa idonea ad evitare il decesso. Volontariamente omettevano di comunicare al paziente l’assoluta necessità di effettuare esami diagnostici essenziali alla tutela della sua vita, limitandosi ad annotare gli asseriti rifiuti nella cartella clinica, motivati dalla volontà di effettuare colloqui con un avvocato, circostanza questa che omettevano di comunicare al personale della polizia penitenziaria preposto”. Nella sentenza di primo grado c’è tutto, ci sono gli eventi, i luoghi, i momenti, le lesioni, le cause del decesso. C’è la ricostruzione fedele degli incidenti nel traffico, degli assistenti di laboratorio un po’ distratti, della serie di eventi che hanno provocato la sfortuna di Stefano.

 

Come scrive Dürrenmatt, si scorgono dei giudici, e una giustizia, colta per caso, riflessa nel monocolo di un ubriaco. È così che si è svolto il processo: una distorsione continua tra verità processuale ed eventi, costruzione del castello probatorio ed evidenze (le fotografie di Stefano fanno male, e raccontano chiaramente come a 31 anni non si possa morire nelle mani dello Stato per percosse e ipoglicemia) e il fatto che manchino i nomi, i nessi causali, le relazioni tra i soggetti dello Stato e il cittadino Stefano Cucchi. Mancano gli imputati, o se ci sono, sono tutti assolti, come nella sentenza di Appello. E non si discute della bontà della sentenza, ma di come vi siano i fatti, chiari nella loro lesività, negligenza, imperizia, dolo e preterintenzione, ma non vi siano responsabilità. Quella giustizia colta per caso, dispersa in questi anni di processi che trovano evidenze ma non colpevoli, racconta però di come nel volto di quell’uomo qualunque si possa intravvedere tutta l’umanità. È questa specularità, questo caso macabro che si accanisce sui deboli che ci fa sapere quale posizione d’animo avere rispetto a questa vicenda.

 

Noi, singoli cittadini, ci indigniamo, perché quella semplice sfortuna “ha assunto dimensioni universali”, perché quel volto tumefatto è il nostro volto, perché nessuno ha avuto dubbi su chi fosse la vittima, e che si dovesse indagare i colpevoli, e combattere l’impunità. La giustizia è in panne come l’auto di Traps, il protagonista del racconto di Dürrenmatt, che rimane bloccato, e si trova a doversi confrontare con “il gioco del tribunale”, con un crimine che si muove sul crinale tra verità storica e giudiziaria: il processo è guardato dal monocolo dell’ubriaco.

 

Ma noi, tutti noi, ne abbiamo scorto la storia possibile, abbiamo occhi lucidi (spesso di rabbia) e andiamo ripetendola da anni, sostenuti dalla forza e il coraggio della famiglia, la prima a raccontare, a scorgere, a chiedere, a voler capire. È una storia di responsabilità non assunte, è una storia che denuncia l’impunità e non si fida dello Stato, e chiede che lo Stato risponda. È una storia perdente, in questo momento, ma è la storia di una sfortuna che ha assunto toni universali ed è diventata battaglia collettiva, insieme per chiedere il reato di tortura, insieme per i numeri identificativi sulla divisa, insieme per combattere le pratiche di malapolizia. La procura di Roma, ieri, ha deciso di riaprire il processo, e di cercare di ricostruire quelle responsabilità colte per caso. Dalla panne si può forse uscire.

 

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Illustrazione di Gipi

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