Tagliare teste

Abbiamo visto nel video diffuso online del taglio della testa del fotoreporter americano James Foley la ferocia dell’Isis, Islamic State of Iraq and al-Sham (Stato Islamico dell'Iraq e del Levante). Nell’arco di un mese sono seguite le decapitazioni del reporter americano Steven Sotloff e del cooperante scozzese David Haines. E non è passato giorno che non ci siamo chiesti le ragioni profonde di questa barbarie, riempiendo colonne di quotidiani e servizi televisivi di immagini che non volevamo vedere, gridando il nostro sdegno all’interno di status su Facebook e Twitter, partecipando a costruire quell’attenzione e quella notorietà che l’azione di PsyOps dell’ISIS sta conducendo.

 

Lo scenario in cui collocare il senso di queste decapitazioni è, infatti, quello di una guerra psicologica che, per la prima volta, utilizza in modo così evidente e consapevole i social media e le possibilità di ricaduta sui media tradizionali. Il messaggio dell’ISIS ha la funzione di marcare una distinzione forte del tipo noi/loro, e su quella distinzione costruire proselitismo, da una parte, ed estrema visibilità dettata dall’eccesso di notiziabilità, dall’altra. Si tratta, certo, del fatto che abbiamo a che fare con immagini cruente ma anche di una trasparenza che i social media offrono circa le reazioni a queste immagini e che diventa notizia: giudizi espressi in uno status da personaggi pubblici dell’occidente, Trending Topics su Twitter inneggianti Isis, azioni di attivisti pro e contro. Come nei casi dei selfie di simpatizzanti che si sono ritratti con un barattolo di Nutella nel tentativo di umanizzare l’immagine di Isis o di #BurnIsisFlagChallenge che, ispirandosi al successo estivo della campagna Ice Bucket Challenge, invita a bruciare una bandiera dell’Isis.

 

  

 

Il messaggio dei video con le decapitazioni costruisce una narrazione che vuole collocarsi all’interno della tradizione, di un supposto “autentico” Islam e che prende le mosse dalle condizioni politiche e culturali in cui nasce l’Isis e in cui attecchisce territorialmente. Come sintetizza bene in un suo post il ricercatore e politologo libanese Ziad Majed, Isis è:

 

«figlio di una crisi profonda, profondamente radicata nel pensiero di alcuni gruppi islamici che cercano di fuggire dalla loro terribile incapacità di affrontare le sfide del presente verso un modello delirante apparentemente preso dal VII secolo, credendo di aver trovato all’interno delle pieghe del suo immaginario la risposta a tutte le domande attuali o future.

[È] progenie di violenza o di un ambiente che è stato soggetto a colpire con brutalità, che ha permesso la crescita di questa malattia e facilitato l’emergere di quello che potrebbe essere chiamato ”ISISism”. Come in precedenza per l’Iraq, la Siria oggi è stata abbandonata sotto barili di esplosivo per diventare un laboratorio, un banco di prova per la violenza e per massacri quotidiani».

 

Interpretare quello che stiamo vivendo significa, quindi, considerare che Isis non è espressione dell'Islam in quanto tale ma è una visione islamica del mondo che incorpora un immaginario anti moderno di stampo medievale, che sfrutta un terreno fertile costituito dalle dinamiche politiche del Medio Oriente e dai contrasti regionali in atto.

Un immaginario che utilizza un software ideologico del VII secolo installato su hardware del XXI.

Le immagini delle decapitazioni sono coerenti con un “modello delirante”, come scrive Majed, che estremizza un morale condivisa che ritroviamo nei paesi con sistema legale islamico e che applica giustizia sotto forma di pene corporali, che vanno dalla fustigazione in pubblico, ad amputazioni e mutilazioni sino alle forme estreme delle decapitazioni pubbliche, come in Arabia Saudita che si rifà alla dottrina wahabita, che è un’interpretazione fondamentalista del Corano.

 

D’altra parte in occidente l’ultima testa a cadere con la ghigliottina è del 10 settembre 1977: la nostra avversione culturale alla pena di morte è storia recente.

Queste immagini-immaginario trovano un propellente nei social media che le propagano nel flusso delle reti sociali connesse, che le rendono Trendig Topics nelle classifiche di attenzione di Twitter, che le assoggettano al gioco estenuante dell’essere censurate e di ricomparire su YouTube – condizione “naturale” per le logiche della Rete. E stabiliscono il successo della loro visibilità mediale approdando nei media mainstream, dettandone l’agenda (anche visiva), sfidando le regole di messa in onda, di cosa mostrare e cosa celare, di come raccontare senza essere funzionali alla propaganda.

 

Quelle decapitazioni sono parte, come detto, di una strategia di PsyOps che gioca sul paradosso di una complicità di chi le diffonde nel tentativo di volerle allontanare, e che crea una forte polarizzazione costringendo a schierarsi e rendere visibile una distinzione noi/loro che si conta in numeri di utenti che inneggiano nei social network, ad esempio 27 mila nuovi profili Twitter favorevoli a Isis dopo la decapitazione del fotoreporter Foley.

 

Questa distinzione incarna una forma di resistenza alla “westoxification”, un’opposizione all’inquinamento del medio oriente da parte delle culture occidentali, inquinamento che passa, per larga parte, da un immaginario costruito da narrazione audio-visive che incorporano stili di vita, visioni del mondo, mode e passioni. In questo senso è stata costruita da Isis una potente contro-narrazione che fosse efficace nello smontare quel tipo di immaginario fondandone uno contemporaneamente capace di ancorarsi all’Islam “autentico” – dove l’idea di autenticità è, ovviamente, una costruzione drammaturgica – e capace di entrare in sintonia con ambienti comunicativi ipermoderni ed occidentali. Basta prendere il video di propaganda Clanging of the Swords IV, pubblicato su forum Internet molto frequentati dai membri Isis e ripubblicato su account Twitter ufficiale del gruppo il 17 Maggio 2014.

 

Vi troviamo un contenuto seriale che richiama i blockbuster holliwoodiani violenti, con riprese aeree, esplosioni in slow-motion, scene filmate attraverso mirino di un fucile, uso di musica e tropi culturali. O prendiamo il recentissimo Flames of War, girato come un trailer, che sfida il presidente Obama a una guerra che verrà e che si conclude con un “coming soon”.

 

 

La scelta è quindi quella di produrre immagini violente formalmente accettabili nella loro logica produttiva (utilizzano i linguaggi evoluti del cinema e delle serie televisive che seguiamo) e di circolazione (si propagano lungo le reti sociali online che frequentiamo tra passioni ed informazione) che ci scuotono percettivamente, ci impediscono di sottrarci, ci strappano all’indifferenza, che impongono di essere analizzate. Come sostiene Jean-Luc Nancy «se ricevo un colpo, lo ricevo e basta, non lo posso analizzare, mentre la violenza dell’immagine, proprio perché si tratta di un’immagine, mi “rinvia” immediatamente, e il rinvio è esso stesso violento, perché io sono rinviato a dare un mio parere su questa immagine e a riceverne l’effetto e rispondere a tale effetto». Una risposta che arriva in queste ore per mano militare sul campo ma che non sappiamo se e come potrà arginare la violenza perpetrata all’immaginario occidentale.

 

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