Contagio nella compassione

“Esser buoni, sensibili e compassionevoli, ecco la nostra essenza, questi principi sono innati nei nostri cuori, invano vorremmo resistere loro, tremiamo per un infelice che il destino sembra pronto a distruggere, paragonando il dolore che prova a quello che noi sentiremmo se fossimo nei suoi panni; più la sua colpa ci appare involontaria o lieve per l’inclinazione che ci accomuna, più eccita la nostra pietà” (Tournon). Sintesi perfetta di tutto un secolo, il Settecento, che s’interroga sulla compassione, che apre l’accesso alla dimensione intersoggettiva, caricandola di elementi emozionali.

 

Edmond Burke riconduce la compassione o, più in generale, la simpatia reciproca a una base sociale, fondamento di un vivere comunitario che mitiga gli egoismi nel riconoscimento di una natura condivisa. La natura ha fatto sì che gli uomini si rassomiglino, tanto che, quando osserviamo una passione scuotere un altro uomo, non possiamo che trovare una corrispondenza in noi stessi. “L’intelaiatura della nostra mente è qualche cosa di analogo all’intelaiatura del nostro corpo” (Hume). Sperimentando l’altro, vivendo le altrui situazioni, il soggetto le accetta e le comprende come facenti parte di un unico mondo condiviso, di un’unica sensibilità condivisa, dove però il soggetto non perde la consapevolezza della propria identità. Il riconoscimento dell’altro, del suo dolore, è un’esperienza che tiene alto il senso dell’autopreservazione.

        

C’è una componente edonistica nella simpatia, come c’è una componente edonistica nella pietà, nella compassione e nella volontà di fare del bene. Sentire la sofferenza dell’altro è un’evidenza immediata e piacevole. Si tratta quasi di un ‘contagio’ che avviene in presenza di un elemento di pericolo, di pena, di sofferenza, di alterazione. Il fondamento simpatetico risiede nell’essere consapevoli del dolore altrui non in modo cerebrale ma attraverso l’intensità di un sentire che consente il riconoscimento dell’altro come essere simile a me.

        

Johann Heinrich Füssli, Incubo, 1781

 

La compassione riconosce anche il ‘valore’, cioè il valore della situazione che causa la sofferenza e l’intensità della risposta emotiva. Ci sono disgrazie che si reputano effettivamente gravi e sono condivise, altre invece che ci paiono addirittura fonte di ridicolo. In questo senso la compassione è soggetta al punto di vista dello spettatore. Con le disgrazie riconosciute ‘gravi’ dal senso comune, giocano con profitto emotivo tanto la tragedia quanto il dramma o, a maggior ragione, il melodramma.

           

Rousseau, nell’Emilio, afferma che “l’immaginazione ci mette al posto del miserabile piuttosto che a quello dell’uomo felice; si sente che uno di questi modi di essere ci tocca più da vicino dell’altro. La pietà è dolce [… mentre] l’invidia è amara, dato che l’aspetto di un uomo felice, non consentendo all’invidioso di mettersi al suo posto, gli fa rimpiangere di non esserci”. Non solo: la pietà che proviamo per il male altrui non è proporzionata alla grandezza di quel male, alla sua intensità, ma si basa sul sentimento che si attribuisce a coloro che lo soffrono. Più un individuo è sensibile più la sua pena sarà grande. Il cuore dell’uomo si lascia andare spesso, per fortuna, a una vera e propria “tentazione di fare del bene”. Il buon Vicario Savoiardo, nel suo ispirato discorso, ricorda che per mezzo della sola ragione, e indipendentemente dalla coscienza, non può essere stabilita alcuna legge naturale e il diritto di natura è una chimera se non è fondato su un bisogno naturale del cuore. Vero è che conoscere il bene non è amarlo e che l’uomo non ha una conoscenza innata del bene. “Ma quando la ragione glielo fa conoscere, la coscienza lo porta ad amarlo; è tale sentimento che è innato”. La tendenza al proprio benessere e alla pietà sono principi anteriori alla ragione, che spesso si presentano insieme, tanto che l’essere compassionevoli porta con sé un piacere irresistibile di cui non comprendiamo la ragione. Insomma, vi sono principi immediati della coscienza che possono essere spiegati attraverso la natura dell’uomo e non ulteriormente indagati.

 

Eppure è lo stesso Rousseau a sostenere che l’uomo può anche saper coltivare il disinteresse per una comunicazione simpatetica e compassionevole. Può crescere nell’indifferenza per la sofferenza. Con lungo esercizio l’uomo, mettendosi “le mani sugli orecchi, e [ragionando] un po’”, riesce a isolarsi dalla sofferenza altrui e “dice in segreto, al vedere un uomo che soffre: ‘Muori, se vuoi; io sono al sicuro’”. Estremo limite dell’esercizio di autopreservazione che non prelude a nulla di buono né sul piano morale né su quello estetico.

 

Per provare compassione l’uomo deve sentirsi totalmente estraneo alla causa che genera la sofferenza dell’altro, mentre deve condividere con la vittima l’analoga possibilità di cadere nella sventura: non proveremmo compassione se fossimo del tutto invulnerabili. La consapevolezza della propria decadenza, pochezza, fragilità, insipienza è immediato sintomo compassionevole. Al contrario, secondo Rousseau, la presunzione di non cadere vittima di una disgrazia preserva dalla simpatia. Così i re, convinti che non saranno mai semplici uomini, non proveranno pietà per i propri sudditi. Non solo: i ricchi si consolano dei mali che causano ai poveri, supponendoli tanto sciocchi o poco intelligenti da non sentire le privazioni, e i politici si permettono di parlare del popolo con sdegno dall’alto della loro condizione privilegiata. Eppure, dovrebbe essere immediatamente chiaro che gli uomini sono nati tutti nudi e poveri, soggetti alle miserie, alle amarezze, ai bisogni e alla morte.

 

Hume ricorda che “non è contrario alla ragione che io preferisca la distruzione del mondo intero piuttosto che graffiarmi un dito” e aggiunge, tuttavia, che non è nemmeno contrario alla ragione che “io scelga la mia completa rovina per risparmiare il più piccolo dolore a un indiano o a una persona che mi è del tutto sconosciuta”. Il cuore dell’uomo può essere immensamente grande. Non è la passione a essere irragionevole (posso desiderare con maggiore intensità un piccolo vantaggio rispetto a quanta partecipazione metto nell’ottenerne uno maggiore), ma il giudizio, la supposizione che la regge (posso desiderare ardentemente qualche cosa che mi danneggia fino a quando non mi si fa comprendere il mio errore). Si spiega quindi come l’“estraneità” non inibisca la compassione, contrariamente alle affermazioni di Rousseau. Possiamo infatti provare pietà anche quando la disgrazia colpisce qualcuno che non ci somiglia. Per l’animale sofferente, costretto a una vita di patimenti, abbiamo compassione anche se sappiamo che non ci capiterà mai di provare le stesse pene. E il sovrano ‘illuminato’ soffrirà con il suo popolo e saprà porre rimedio al suo patire. Chi molto soffre o ha sofferto molto sa riconoscere nell’altro, nel diverso, la pena come fosse propria, anche se non gli capiterà di condividere la medesima esperienza. La pena non ha confini di casta o di specie. Esiste nell’uomo come nell’animale una comunicazione muta e simpatetica che si avvale di sguardi, gesti, atteggiamenti e lamenti a cui non ci si può sottrarre. Il porsene al di fuori, il non condividere un linguaggio gestuale o emozionale, è la prima condizione per esercitare l’ingiustizia.

 

Paul Gauguin, Faa Iheihe, 1898

 

Kant descrive l’uomo, nel cui cuore vi è poca simpatia, di temperamento freddo e “indifferente alle altrui sofferenze”. Caratteristica poco amicale ma moralmente irrilevante dal momento che il valore morale è indubbiamente più alto quando il bene si compie per “dovere” e non per soddisfare o non soddisfare certe “inclinazioni”, fossero anche simpatetiche. Se invece ci si rivolge a Du Bos o a Burke, quella stessa persona, così poco incline a fare del bene, tanto poco istintivamente simpatetica, è anche moralmente e socialmente incompleta. Ogni seria sofferenza umana, non causata dalla colpa di chi soffre, genera compassione che si insinua come un tarlo capace di diventare elemento reattivo contro le strategie di disumanizzazione al servizio della crudeltà. Personalità carenti di simpatia, commozione e pietà godono meno a teatro, si appassionano meno alla letteratura e di certo sono più inclini a forme di brutalità.

 

Chi utilizza l’immaginazione compassionevole si dispone ad accettare l’altro come simpateticamente simile a se stesso, ampliando di volta in volta l’universo etico, se e solo se all’esercizio compassionevole segue almeno uno di quei passi, per cambiare le cose del mondo, che comportano sacrifici concreti. Ciò significa – per il Settecento e a maggior ragione per la nostra contemporaneità – che la compassione, al di là della sua componente edonistica, al di là della ‘lacrima facile’ a teatro, al cinema, al di là, quindi, del suo forte legame con l’arte e l’esercizio della fruizione, deve portare con sé un agire ‘non economico’, non utilitaristico, un vero e proprio mettersi in gioco.

 

Gli uomini non sarebbero che mostri se la natura non avesse concesso di sviluppare la pietà; esercitare la simpatia quale base del vivere in comune, è uno degli insegnamenti che il secolo dei Lumi ci lascia in eredità. Un insegnamento che riguarda ogni uomo nella relazione con l’altro e con la propria coscienza.

 

 

Per approfondire:

D. Hume, Trattato sulla natura umana, 1739-40.

J.-J. Rousseau, Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza fra gli uomini, 1755; Émile ou de l’éducation, 1762.

E. Burke, L’inchiesta sul bello e il sublime, 1759.

A. Tournon, L’arte dell’attore presentata nei suoi principi, 1782.

I. Kant, Fondamenti della metafisica dei costumi, 1785.

M. Mazzocut-Mis, Il senso del limite. Il dolore, l’eccesso, l’osceno, 2009.

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