Lettera di Italo Calvino a Marco Belpoliti

Caro Belpoliti,

 

provo a risponderle per il tramite del mio follower Ernesto Ferrero. Le avessimo avute noi, le tecnologie digitali, ai tempi dell’Oulipo, il laboratorio di letteratura potenziale in cui ci scambiavamo formule di sfidecombinatorie con Perec, Queneau, il matematico Roubaud, e si giocava a chi riuscivaa liberarsi piùingegnosamentedalle contraintes, le costrizioni, le gabbie, gli impedimenti sempre più sofisticati che ci davamo. Era un oulipiano anche Dante, che riusciva a cavare un massimo di poesia dagli obblighi severi della terzina. Lavorare senza calcolatori allunga i tempi ma favorisce la sottigliezza del calcolo, l’arditezza delle soluzioni.

 

Le fiabe sono il regno della velocità, della densità, della concentrazione, e quindi si prestano bene alla prova delle gabbie di Twitter. Arrivo a dire che Twitter dovrebbe essere usato esclusivamente a scopi letterari. Lo scrittore guatemalteco José Monterroso ha prodotto un microracconto che nessun utente di Twitter mi risulta abbia ancora eguagliato. Esso recita: “Quando si risvegliò, il dinosauro era ancora lì”.

 

La concentrazione estrema, la restituzione della parola alla sua densità originaria sono pratiche utili alla qualità di una scrittura strenuamente economica, svincolata dai compiacimenti psicologici dell’io, ai quali sono notoriamente allergico. Non ho mai nascosto il sogno di essere soltanto una mano che scrive, libera dalla persona cui appartiene. Per questo trovo antiquato l’uso corrente di Twitter come vetrina di un io esibizionista e autoreferenziale, che spaccia per sentenze epocali delle banalità buttate giù di fretta.

 

Twitter può giovare a un laboratorio letterario solo se si libera dai vanitosiriti autoreferenziali dei social network; se, invece di essere una scorciatoia, una semplificazione della complessità, ci spinge a un massimo di esattezza e tensione progettuale. L’aveva già detto Valéry in uncinguettio di un secolo fa: “La più grande libertà nasce dal più grande rigore”.

 

Così almeno la pensa il Suo

 

Italo Calvino

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