Paolo Perulli. Il dio Contratto

Figure primordiali della scena umana, contratto e comunità affondano la propria radice comune nell’opacità dell’immemoriale. Tuttavia, se la seconda pare ormai una forma vuota e come esausta, il contratto è al contrario divenuto una delle istituzioni fondamentali del capitalismo contemporaneo, finzione o strumento giuridico contraddistinto da una flessibilità e una pervasività sconosciute alla legge: dinanzi all’obbedienza da questa estorta mediante l’imposizione, il contratto richiede credito e fiducia seducendo con la promessa.

 

Non stupisce pertanto che il contratto abbia esercitato un fascino costante nei confronti dei teorici e dei filosofi della politica, al punto da rinvenirvi ben più di un semplice dispositivo giuridico: portatore di una propria forma di razionalità, indissolubilmente legato alla vita stessa della comunità e al suo costituirsi, il contratto ha acquisito la consistenza di una figura mitica fondante, al punto da proporsi come il solo dispositivo in grado di risolvere l’aporia hobbesiana relativa alla sicurezza e all’ordine sociale. Così per Kojève, che vedeva nell’uso del contratto il passaggio da un aristocratico diritto degli statuti a un diritto borghese dinamico, in grado di introdurre con efficacia giuridica i concetti di equivalenza e riconoscimento. Così per Arendt, secondo la quale il contratto avrebbe permesso di aprire non tanto alla sovranità o al dominio di sé e degli altri, bensì alla “forza della mutua promessa”.

 

Quella che a prima vista pareva configurarsi quale felice alternativa – se non opposizione – alla sovranità, si è però presto rivelata essere nient’altro che una nuova modalità di controllo delle esistenze, situata all’intersezione tra i rapporti di forza politici e quelli più propriamente economici. Una modalità sancita da quello che Paolo Perulli suggestivamente chiama Il dio Contratto. Origine e istituzione della società contemporanea (Einaudi, 2012, pp. 184, € 16,50), la cui espansione inarrestabile si è estesa fino a inglobare nelle proprie dinamiche gli Stati stessi, dipendenti ormai dal contratto non solo in termini di legittimità, bensì per questioni di mera sopravvivenza. Ormai rassegnati all’idea che “nulla sostiene l’edificio politico se non la continua ridefinizione dell’accordo tra i contraenti” (ivi, 99), il contratto si è presto imposto come “l’immaginario fondamentale ultimo su cui risposa l’ordine della società” (ivi, 22), al quale ognuno concede il proprio credito – al quale ognuno si concede.

 

Sorge qui il sospetto che la fiducia accordata ai contraenti non sia che il mero riflesso di quella accordata al contratto stesso, quale garante o emblema di un intero sistema, di un preciso ordinamento. Come se la forza contrattuale, nonostante la sua compiuta profanità, dipendesse ancora da un fuori, come se la sua validità derivasse in ultima istanza da una forza extra-contrattuale. All’interno di un simile dispositivo non sarà tanto in gioco la reciproca promessa formulata dai contraenti, bensì la specifica promessa custodita dal contratto in quanto tale. Dare fiducia significherà pertanto assoggettarsi ad esso senza resto, farsi soggetti di diritto. È così che il termine contratto non indicherà soltanto una forma d’istituzione, più precisamente quell’antica istituzione la cui fortuna si è a tal punto consolidata da portarlo a coincidere con il dispositivo principe di ogni moderna regolazione, sia essa economica, politica o sociale. Ogni contratto implicherà una sorta di slittamento ontologico in grado di trascinare i contraenti, di imprimere loro un divenire eccedente i suoi meri termini. Nel farsi dispositivo del contratto, “la forma si autonomizza dai suoi contenuti, i comportamenti degli individui diventano ‘diritto’ e la vita subisce una rotazione d’asse” (ivi, 12): ecco che allora i “contraenti spariscono nel contratto” (ivi, 26), catturati nel bando di un dispositivo ormai compiutamente elevato a metro e garante di ogni relazione.

 

Sembra così che l’istituzione del contratto muova contro quella che Perulli definisce “la condizione tipica dell’uomo contemporaneo” (ivi, 3), l’opacità radicale delle esistenze non ancora irretite nella sanzione del riconoscimento. A tale opacità costitutiva, la mobilitazione totalizzante del capitalismo contemporaneo oppone l’eccesso della trasparenza. In altri termini, rispondendo ad essa mediante la proliferazione dei dispositivi contrattuali, con la conseguente estensione a perdita d’occhio delle transazioni quali linee di visibilità di attraversamenti e singolarità, quali linee di registrazione di gesti e identità, fissando al contempo luoghi e tempi di qualcosa altrimenti votato all’oblio. O al segreto.

 

“Pur perduta la sua origine sacra, il contratto pretende di sottomettere ogni cosa al proprio dominio” (ivi, 20), condannando tutto ciò che ancora oppone una seppur pallida resistenza, incorporando nel proprio regime di legittimità ciò che ormai fatica a rivendicare una qualche autonomia. Come la politica, ormai “divenuta qualcosa di marginale e di inessenziale, profondamente diversa dalla politica classica” (ivi, 109), con i suoi arcani e la sua pretesa sovranità. Se così fosse, sarà proprio tale margine a dover allora essere abitato, opponendo all’espansione infinita del contratto la politica incalcolabile di una giustizia ancora a venire.

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