Potenza di un no

Nelle storie come nelle vite, c’è sempre un preciso momento in cui tutto potrebbe cambiare. Ciascuno sa quanto è difficile essere all’altezza di un momento così, basta un nulla ed esso svanisce. Nell’ultimo film di Scorsese, The Wolf of Wall Street, accade quando il protagonista convoca i collaboratori della sua società per annunciare il proprio ritiro dal mondo della speculazione finanziaria. Nel momento in cui la bocca è già sul microfono, pronta a parlare, Jordan Belfort si tira invece indietro. Rinuncia a rinunciare, si potrebbe dire.
Sennonché la questione è qui complessa e si gioca tutta sulla domanda: rispetto a cosa si definisce una rinuncia? Ci sono naturalmente molte soluzioni possibili. Quella affaristica incarnata da Belfort risponde che l’unica vera rinuncia sarebbe consistita nell’allontanarsi dall’irrinunciabile possibilità di continuare a fare soldi e d’inventare nuovi modi per convincere i clienti a partecipare alla grande fiera dell’arricchimento.

 

Vedendo il tracollo al quale il film conduce ad assistere, si può però azzardare un’altra risposta: in realtà il lupo di Wall Street rinuncia a qualcosa – per esempio ad accedere al godimento dei beni che ha accumulato – proprio nel momento in cui non rinuncia ossia nel momento in cui non ha il coraggio di dir di no e di ritirarsi dagli affari.

 

Questa premessa introduce due libri che si occupano del tema della rinuncia a partire dalla decisione epocale di Benedetto XVI di lasciare il suo pontificato: Giorgio Agamben, Il mistero del male. Benedetto XVI e la fine dei tempi (Laterza 2013) e Giancarlo Ricci, L’atto la storia. Benedetto XVI, Papa Francesco e la fine del Novecento (San Paolo 2013) s’interrogano su questo gesto epocale di rifiuto, rispetto a quello eluso da Belfort nel film, quest’ultimo quasi una metafora vivente dell’incapacità della nostra cultura di rinunciare alla chimera di possibilità virtualmente infinite.

 

La sfida che entrambi i libri affrontano è rappresentata dalla constatazione che, nel caso di Benedetto, ben più che una pura e semplice rinuncia emerge una potenza nascosta ai nostri occhi, ma continuamente presente, purché qualcuno si occupi di assumersene il rischio. Di che potenza si tratta? È significativo che entrambi i libri mantengano già dal titolo un riferimento al concetto di “fine”.

 

Rispetto al “gran rifiuto” di Benedetto, Agamben sottolinea come un gesto così sia espressione “di un coraggio che acquista oggi un senso e un valore esemplari”. Da questo gesto la Chiesa cattolica è scossa e messa in questione sin nei suoi fondamenti. Se questo accade, non è tuttavia a causa di un singolo uomo, sia pure questi il capo della Chiesa, ma perché il suo gesto affonda le proprie radici nella storia e nella teologia della Chiesa stessa.

 

Con la consueta eleganza, Agamben mostra come per comprendere la decisione di Benedetto occorra riferirsi a una antica dottrina teologica. Ticonio, un teologo vissuto intorno alla seconda metà del IV secolo e studiato dal giovane Ratzinger, elabora l’idea di un duplice aspetto che segna la comunità dei credenti. Duplice è il corpo della Chiesa, duplice la sua natura: benedetta e demonica, propizia alla salvezza e maligna, al contempo fusca et decora, nera e bella. Secondo Ticonio, sino alla fine dei tempi la Chiesa dei giusti e la Chiesa degli ingiusti, quella di Cristo e quella dell’Anticristo, sono destinate a rimanere indissolubilmente unite. Questa tesi radicale prevede che, nel corso della sua storia terrena, la vita della Chiesa resti inseparabile dalla crescita dell’Oppositore.

 

Visto da questa prospettiva, il gesto di Benedetto appare come una sorta di promemoria del compito escatologico che attiene a un’istituzione come la Chiesa. A fronte della sua tendenza come istituzione mondana di dimenticare un proprio tratto costitutivo, il rifiuto di Benedetto avrebbe la capacità di permettere il recupero di quanto appartiene alla Chiesa come istituzione messianica. Ignorare questa eredità, come è stato fatto spesso e volentieri, significa consegnarsi unicamente alla natura fusca, al lato maledetto, e condannare allo smarrimento la missione più propria del cristianesimo.

 

Nella “capacità di mantenersi in relazione con la propria fine” traluce il senso vincolante di un’idea di giustizia che non si esaurisce nelle pratiche di governo, per necessarie che esse siano. Si tratta qui in primo luogo della necessità che vi sia memoria di una giustizia che resta tutta a venire e che sola permette a una società di esistere. Questo non avviene evidentemente né nelle tecnocrazie di governo, né nel paradigma neoliberista di un mercato dichiarato in grado capace di regolarsi da sé. Di questa giustizia ovviamente il lupo di Wall Street non sa proprio nulla, dato che non ragiona mai in termini di fine, ma sempre in rapporto a possibilità – considerate irrinunciabili e virtualmente illimitate – che sono tutte lì, le afferra il primo che passa, il più scaltro.

 

Nel libro di Ricci sono altre le considerazioni che vengono fatte valere, portate da quel rigore etico e insieme da quell’attenzione ai vissuti umani che oggi una certa psicoanalisi è capace di far valere nel dibattito contemporaneo. Anche qui si rifiuta l’interpretazione che è risultata preponderante almeno nei primi momenti di sgomento: si sarebbe trattato di un atto dettato dalla vecchiaia e dalla stanchezza del papa. Un’interpretazione come questa è tanto più fuorviante, quanto più incapace di approfondire i motivi complessi e ben più sostanziali che si intrecciavano con quel gesto.

 

Ben altra radicalità emerge invece dalla decisione di Benedetto se si decide di accostarla a quello che in psicoanalisi si chiama comunemente un “atto”, nel senso di quanto d’improvviso e di sconcertante apre a scenari inediti di interpretazione e di percezione della realtà. Un atto in senso rigoroso è una dilatazione che allarga in maniera inedita le presunte condizioni della realtà e permette che una parola venga detta, una decisione presa, una posizione assunta. È in questo modo che un atto si accompagna all’emergere di un senso inedito della realtà, di una combinazione di fattori, inaspettata, benché forse già da tempo latente. In questo senso l’atto di Benedetto ricollegherebbe l’ufficio pontificio alla sua radice etimologica, dato che “pontefice” è colui che costruisce ponti e che li protegge.

 

D’altra parte, un atto così non ce lo si può semplicemente augurare: c’è in esso qualcosa di profondamente irrituale e di irritante che rompe la cornice simbolica da cui sembra sorgere. In questo senso un atto è affilato: non è mai un fare, ma un taglio, una lama affilata su cui facilmente ci si può ferire.

 

È proprio questo atto che non relativizza nulla, ma taglia, che sembra essere oggi in effetti la cosa a cui, credendo di non rinunciare a nulla, di non potere né volere rinunciare, finiamo inconsapevolmente per rinunciare, con un accanimento autodistruttivo senza precedenti. In questo senso, un atto non lo si compie mai. Piuttosto a esso ci si espone, volenti o nolenti. Così Benedetto si sarà esposto a quanto avrà sentito appartenere al suo compito in quel dato momento, arrivando a pronunciare la parola semplice e insieme difficilissima della rinuncia.

 

Esporsi ha però a che fare con il riconoscimento di un’impotenza, di una faglia confitta fin dentro la vita umana e di cui si giunga ad assumersi il valore straniante. Rispetto a quella disgiunzione fondamentale tra legalità e legittimità che caratterizza la nostra epoca, l’auctoritas si rivela nel suo non coincidere con un potere, qualsiasi esso sia, anche quello di un pontefice dichiarato teologicamente infallibile. Assumersi autorità avrà qui voluto dire: esporsi all’assenza di potestas, negare che questa sia in grado di legittimare una determinata situazione di profondo smarrimento epocale, rivelare fino in fondo, senza alibi, la crisi in atto, che non è più possibile illudersi di governare. Quando si arriverà a osare un gesto di tale portata anche nella politica profana?

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