Vedere, una patologica necessità

Oliver Sacks. L'occhio della mente

Il mondo esteriore è un flusso continuo di immagini e di parole e la loro fisiologica ricezione rappresenta una continuità, assunta come tale e, proprio per questo motivo, leggera, quasi impalpabile. Allo stesso tempo, il mondo ottico esteriore sembra avere un peso infinitesimale e questo è dovuto alla trasparenza della vista, meccanismo incastonato nella perfetta macchina del corpo umano. Ma le immagini esteriori non sono eternamente condannate alla leggerezza, poiché subiscono effrazioni, graffiature, bruciature, terremoti e mancanze che si limitano, però, alla semplice sfera soggettiva. Lo stesso può essere detto per il linguaggio. Le incrinature sono quasi consustanziali all’essere-nel-mondo dell’individuo, sono già, in qualche modo, in attesa di una loro attivazione. Gi stessi sensi sembrano essere privi di un peso fino a quando qualcosa in loro inizia a scricchiolare, qualcosa sembra aprire una nuova modalità esperienziale, in bilico tra l’autarchia e l’autismo. L’uomo prende così coscienza del suo modo di stare al mondo quando l’aspetto patologico ridona peso al suo corpo, ai suoi sensi.
L’occhio della mente (Adelphi, 2011), l’ultima opera del neurologo statunitense Oliver Sacks pubblicata in Italia, è una straordinaria collezione di casi clinici, di indagini filosofiche che restano esitanti e di sospese confessioni private. La maestria dell’autore non permette al lettore di allentare la presa sul libro e questi, conquistato della bellezza del linguaggio, accoglie i casi come storie provenienti da un mondo tanto lontano quanto prossimo.

 

 

 

E proprio dal linguaggio, ma sarebbe meglio dire, dal momento in cui il linguaggio subisce un arresto, una rottura, prende avvio il testo di Sacks. L’emergenza dell’alessia, una patologia che impedisce la comprensione del linguaggio scritto, può essere declinata nel campo della musica e dare luogo all’insorgenza dell’alessia musicale. Il soggetto affetto da tale patologia, nonostante abbia passato tutta la propria esistenza interpretando la musica scritta sugli spartiti, diviene incapace di leggere quella musica, limitandosi a riconoscere solamente segni indipendenti che non godono di alcuna intelligibilità come insieme. La singola nota non perde il suo valore e la sua connotazione, ma essa non ha più nulla a che fare con le sue vicine. La musica lascia il campo della lettura per riacquistare, in modo drammatico, quella dell’ascolto, della creazione manuale e del sentimento. Lo spartito si defila e la struttura del pezzo musicale si tiene su proprie strutture, in un movimento di ritorno alla materialità uditiva.

 

Deux nus aux hirondelles © Evgen Bavcar

 

Ma se l’individuo alessico mantiene una comprensione frammentaria della singolarità, colui il quale viene colpito da agnosia visiva perde la capacità di riconoscere la singola unità. Volti, oggetti, parole e perfino le immagini cadono in un indistinto nel quale è estremamente difficile rintracciare punti fissi, riconoscibili e riconosciuti, che possano permettere l’attivazione di una rieducazione logopedistica. Gli oggetti e le stesse immagini in quanto tali perdono il loro carattere sintetico, ritornando ad una frammentazione che desta meraviglia ad ogni sguardo. Vista e immagine sono intrinsecamente legate ed un’interruzione dell’una ha ripercussioni immediate sull’altra.

 

Lo studio neurologico di queste malattie ha permesso di liberare il campo dal determinismo e da errate diagnosi, attivando un riformulamento di una corretta cura e di un accompagnamento mirato. Non si è più di fronte ad “incurabili”, ma a persone con straordinarie capacità e possibilità. Il mondo di queste persone non è affatto un mondo impoverito a causa della privazione di elementi linguistici o visuali. I libri di Oliver Sacks, di Temple Grandin, di Josef Schovanec, di Howard Engel, si immergono nel mondo interiore delle persone affette da queste patologie privative, mostrando la ricchezza di nuovi ordini di visualizzazione.

 

Evgen Bavcar

 

E proprio il vedere e la visualizzazione appaiono essere i cardini del presente lavoro di Sacks. I casi clinici che incontriamo in quest’opera possono essere sbrigativamente riuniti sotto il tema del “vedere”, ma quello che essi sfiorano, delicatamente, è il plesso più riccamente estetico della nostra esistenza. E, per un’estetica che non sia solamente teorica, l’autore mostra la propria esperienza. Presentandoci la sua vicenda (molteplice, sfaccettata), egli si spoglia dalle proprie vesti di luminare del cervello per donarsi a noi, attraverso il medium di un’ottima scrittura, come materia di studio, corpo sofferente che insiste, senza alcuno sforzo esemplificativo. Un episodio filosofico, vitale.
L’autore soffre, fin da piccolo, di un tipo particolare di agnosia, la prosopagnosia, che è l’incapacità di riconoscere i volti. Questa è una vera e propria cecità che pone l’individuo in una sorta di mondo di sconosciuti, dove le vite, i ricordi e le sensazioni si trovano in uno spazio che non riesce a comunicare con l’aspetto visivo. Sacks possiede un’ottima memoria, ma un semplice incontro con un suo conoscente fuori contesto, può dar luogo a forti incomprensioni. L’individuo prosopagnosomico ricorre ad escamotage per cercare di riconoscere la persona che ha di fronte (ascoltando attentamente la loro voce, guardando i loro gesti o il loro abbigliamento), e questa è una vera e propria ricerca indiziaria, che si avvicina moltissimo a quella del detective. Il riconoscimento diviene questione probativa ed il colpevole deve essere in qualche modo incastrato. La confessione è puramente ottica, mossa ed alimentata dall’esterno.

 

A Close Up View, UCRCalifornia Museum of Photography © Evgen Bavcar

 

Il mondo visuale, quello interno, dei soggetti patologici non solo non viene intaccato, ma spesso viene coltivato con passione, crescendo senza limitazioni e, nonostante le enormi difficoltà espressive dei soggetti afasici o anomici, esso sembra essere inversamente proporzionale alle privazioni dovute alle disfunzioni che li affliggono. Ma, a partire da un’altra esperienza personale, quella di un tumore oculare e della successiva perdita parziale della vista, l’autore avvicina il mondo delle malattie neuronali a quello delle patologie della vista, compiendo un accostamento che si incastra perfettamente e che insiste sull’ampio plesso estetico della percezione. L’occhio interiore, cioè l’occhio della mente, viene nutrito anche in mancanza di uno stimolo esteriore ed è grazie a ciò se non possiamo contrapporre cecità e percezione. Tranne in un unico, eccezionale caso. Quello di John Hull, professore di scienze religiose in Inghilterra, colpito da problemi visivi fin da bambino, fino a divenire totalmente cieco a partire dai quarantotto anni. Hull precipita in una condizione che lui stesso definisce “cecità totale” ma, con il passare del tempo, egli assume fino in fondo la propria situazione, concependo la cecità non come una mancanza, ma come un nuovo ordine, una nuova modalità dell’umano che gli permette di entrare in una stretta intimità con la natura. La vista diventa così una parola progressivamente spogliata di senso, fino a diventarne totalmente priva.

 

Sembra di sentire qui riecheggiare la memoria della comunità immaginaria dovuta alla fantasia dello scrittore H.G.Wells. In un suo celebre racconto(Nel Paese dei Ciechi, Adelphi) si narra la storia di un montanaro della regione di Quito, Nuñez, che arriva, in modo casuale, in un villaggio separato naturalmente dal resto del mondo. Questo villaggio si rivela essere il “Paese dei Ciechi”, un villaggio popolato da abitanti che sono totalmente privi della vista a causa di una malattia che colpì gli antenati.

 

Evgen Bavcar

 

Con il passare delle generazioni e del tempo, il senso della vista fu dimenticato e sostituito da un arricchimento degli altri sensi. Nuñez, che si ripete ostinatamente l’espressione “in terra di ciechi il monocolo è re” (che riprende il proverbio medievale “Beati monoculi in terra caecorum”), si fissa in una credenza comparativa che, scoprirà rapidamente, non possiede alcun valore. Per la popolazione del villaggio, la vista è, infatti, una parola assurda, senza senso, un delirio. Chi è dotato di questo senso, appare essere un individuo provvisto di una mente mal formata e di sensi imperfetti. Vedere pare essere un’allucinazione totale, una sorta di malattia che colpisce un posto ben localizzato del cervello e che si esprime attraverso uno strano rigonfiamento tremolante. La vista, per questi abitanti e per il professor Hull, non rappresenta più nemmeno un lontano ricordo, e il rifiuto di tale esistenza elimina, con essa, anche quella della cecità. La cecità non può essere nominata perché, fondamentalmente, non esiste, non è teorizzabile.

 

Questi due casi limite contribuiscono, in qualche modo, a rafforzare l’idea che l’occhio interiore non nasce con la cecità, ma è già lì, ed attende un forte ripresa che può essere scaturita da una patologia. Questo occhio può richiedere un’attivazione quando il suo stato si trova su “off” ma può essere continuamente foraggiato se non vi è mai stata una sua negazione. Il polo vista-cecità è da considerarsi come unico se viene pensato in una logica della visualizzazione, in uno sforzo creativo in cui il mondo esteriore viene ripensato e rappresentato all’interno, a dispetto delle patologie neuronali e visive.
Un invito, lieve, a declinare l’essere-nel mondo attraverso una straordinaria immaginazione, osando la scoperta di una nuova identità e di una nuova libertà.

Evgen Bavcar

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