Corso: il più mariolino dei tiri

«Una sola figura si esime dalla regola: è l’uomo in più, il fantasista dal tocco magico, il primo violino che suona una melodia tutta sua mentre l’orchestra segue disciplinatamente lo spartito. È un individuo che lotta contro l’omologazione, un allevatore di lucciole».

 

Di chi sta parlando Edmondo Berselli quando così scrive in una pagina del suo Il più mancino dei tiri, libro pubblicato da Il Mulino nel 1995, con il coraggio – dell’autore e dell’editore – all’epoca molto poco in voga in Italia di «parlare di calcio per parlare d’altro»? Ovvero di usare con colto understatement il passe-partout dello sport nazionale, più parlato che praticato, per aprire il sipario sull’Italia del dopoguerra, tirando fili tra Giulio Andreotti e Omar Sivori, Carlo Emilio Gadda e Helenio Herrera, Felice Gimondi e Romano Prodi?

Chi è il «fantasista dal tocco magico», l’anarchico «primo violino», ma soprattutto, formidabile immagine, quell’«allevatore di lucciole» che già fa intuire dove si potrebbe andare a parare, varcando la linea bianca dell’out e passeggiando dal breve spazio erboso del campo per destinazione verso altri campi semantici e altri contesti storici?

Lo si capisce poco dopo nella frase: «Infatti, per sfuggire all’omologazione con un personale e individualistico sberleffo, Mario Corso ha portato a una perfezione ultraterrena il calcio di punizione a palombella».

 

 

Uno dei libri più felici di Edmondo Berselli – da venticinque anni un saggio best seller sul costume italiano – prende le mosse proprio da un’azione di Mario Corso, detto Mariolino, ma anche, attingendo al repertorio della retorica calcistica, “il piede sinistro di Dio”.

Mario Corso che oggi, 20 giugno 2020, è uscito dal campo per l’ultima volta, a quasi 79 anni – li avrebbe compiuti il prossimo 25 agosto – dopo essere stato uno del calciatori più “iconici” del formidabile decennio vincente degli anni Sessanta, quello degli scudetti e delle Coppe della sua Inter e dei cugini rivali del Milan, ma anche della Nazionale che vince gli Europei nel ’68 e gioca “la partita del secolo”, a Mexico ’70, contro la Germania Ovest, nella semifinale della Coppa del Mondo, esattamente cinquant’anni fa.

Mario Corso tuttavia, per una di quelle inspiegabili censure calcistiche, non dispensò mai in maglia azzurra il suo indubbio ma alquanto alterno talento. Dalla Nazionale visse sempre come esiliato: sole 23 estemporanee presenze in dieci anni, dall’esordio nel 1961 al 1971, mai in un Europeo o in un Mondiale, e soli 4 gol, tre dei quali peraltro alla stessa squadra, la non eccelsa Israele, nel doppio confronto di qualificazione ai Mondiali del ’62.

La sua casa fu l’Inter, con la quale giocò ininterrottamente per sedici annate – dall’esordio, in Coppa Italia, alla fine della stagione 1957-58 al 1973, mettendo insieme ben 514 partite complessive, tra campionato e Coppe, 96 gol, ma soprattutto 3 scudetti, 2 Coppe dei Campioni e 2 Coppe Intercontinentali conquistati nella trionfale epoca di Helenio Herrera, tra il 1962 e il 1966 – a cui si aggiunse un ultimo scudetto, tardivo e insperato, nel 1970-71.

 

Mario Corso era nato alla periferia orientale di Verona, a San Michele Extra, dove “extra” sta appunto per extra moenia, fuori le mura. Un’eccentricità anagrafica che si portava addosso con naturale disinvoltura, preferendo anche sul campo le posizioni defilate, marginali, che si sintonizzavano meglio con la sua indolenza atletica. Non che il calcio anni Sessanta fosse tutta quella vigoria e quella frenesia dinamica che oggi, di certo, impedirebbe a Corso non solo di accedere all’eccellenza calcistica, ma forse anche di trovare spazio nei vivai di belle speranze. Erano gli anni in cui Gianni Brera sostenitore della prestanza pedatoria contro le eteree figure dei cosiddetti “abatini” – Rivera su tutti, ma anche Bulgarelli, Mazzola, Fogli, e tutti quei centrocampisti belli di stile ma carenti sul piano atletico – coniò per il numero 11 dell’Inter un folgorante e impietoso calembour: «Corso è il participio passato di correre».

Erano anche gli anni in cui, più per segno di affetto filiale che per diminutio semantica, quel tipo di calciatore veniva vezzeggiato col diminutivo: Giacomo Bulgarelli diventata “Giacomino”, Sandro Mazzola “Sandrino”, Giovanni Lodetti “Giovannino” – solo l’apollineo Rivera ne era risparmiato, indorato com’era nella venerazione da Golden Boy.

 


Ma come ben ha intuito Berselli, Corso era una naturale eccezione. Mancino assoluto – la gamba e il piede destro erano poco più di una stampella al servizio dell’altra estremità – Corso era extravagante anche rispetto ad altre mezzepunte, mezzali, rifinitori, fantasisti che gli allenatori – già fin d’allora troppo preoccupati degli schemi e delle “visioni” tattiche – facevano fatica ad accettare e spesso dovevano mal sopportare in squadra. Fu anche il suo caso: non ebbe vita facile con il Mago Herrera, ma poteva contare sulla benevola protezione del “mecenate” Moratti, che per Mariolino invece stravedeva.

Per dirla ancora attingendo alla cava di parole nuove inventate da Brera, Corso era un atipico, un fuori da coro. Era soprattutto indolente: si diceva prediligesse le zone ombrose del campo, che non si degnasse di un contrasto o di un recupero a palla persa. Indolente e anche insolente: tutti si ricordano il gesto plateale rivolto al CT Ferrari che nel 1962 lo aveva escluso dai ventidue convocati per i Mondiali in Cile. Durante un’amichevole dell’Inter contro la Cecoslovacchia, a cui assisteva anche il Commissario tecnico, Corso, dopo aver segnato un gol dei suoi, ovviamente con un tiro mancino, trotticchiò verso la tribuna e gli indirizzò l’eloquente gesto dell’ombrello.

Tuttavia le intermittenze del genio lo rendevano capace di molte cose, alcuni compagni dicono di tutto. Al mediano Tagnin, anima operaia della Grande Inter, si attribuisce questa affermazione: «Quando Suárez era in forma sapevamo di non perdere, ma quando Corso era in forma sapevamo di vincere».

 

Dei suoi quasi cento gol in maglia nerazzurra alcuni restano nella hall of fame della memoria calcistica. Come quello su punizione che, il 12 maggio 1965, aprì le danze nel 3-0 inflitto nella seconda semifinale di Coppa dei Campioni, a San Siro, al Liverpool, e che spianò la strada verso la conquista del secondo trofeo europeo. Il calcio da fermo era la sua specialità: quando il pallone veniva piazzato nei pressi del limite dell’area non c’era portiere che non temesse di venir trafitto da quei colpi molli che si alzavano facendosi beffe delle barriere e inopinatamente si depositavano nei pressi del palo o dell’incrocio, comunque fuori dalla portata dell’estremo difensore. Erano palombelle, o meglio “foglie morte”, come quelle cantate da Prévert e da Montand; erano leggere e imprendibili come una piuma di Forrest Gump.

 


Perché Mario Corso, detto Mariolino – ma anche Mandrake, quando estraeva dal cilindro un coniglio sotto forma di gol o di assist – era davvero un inclassificabile, un fuori quota. Pier Paolo Pasolini in famoso articolo sul “Il Giorno” del gennaio del 1971 – anno in cui Corso prese per mano l’Inter portandola allo scudetto dopo un’incredibile rimonta ai danni del Milan nel girone di ritorno – provò a definire il calcio come un codice di segni, distinguendo due tipi di linguaggio “calcistico” in prosa e in versi. PPP, che praticava assiduamente e appassionatamente un calcio tutto corsa e nervi e – a quanto dicono alcuni testimoni – assai poco tecnico, descrisse così alcune tipologie “semiotiche” di calciatori: «Bulgarelli gioca un calcio in prosa: egli è un “prosatore realista”; Riva gioca un calcio in poesia: egli è un “poeta realista”. […] Rivera gioca un calcio in prosa: ma la sua è una prosa poetica, da “elzeviro”. Anche Mazzola è un elzevirista, che potrebbe scrivere sul “Corriere della Sera”: ma è più poeta di Rivera; ogni tanto egli interrompe la prosa, e inventa lì per lì due versi folgoranti». Ma arrivato a Mario Corso dovette ammettere che «gioca un calcio in poesia, ma non è un “poeta realista”: è un poeta un po’ maudit, extravagante».

 

Un maudit senza averne l’aria. Con quella precoce stempiatura che col passare degli anni gli isolò un’aiuola in mezzo alla fronte, il folto cespuglio delle sopracciglia e quella vocina da sifone sfiatato, Mariolino Corso rappresentava l’eccezionalità del calcio quando il calcio apparteneva alla quotidianità di tutti. E quando anche un Mandrake mancino poteva avere l’aspetto di un ragioniere di provincia. Però extra.

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