Del Giudice racconti e silenzio

Fino a qualche tempo fa chiedevo ai suoi amici come stava, poi a un certo punto ho capito che non era più il caso. Già la domanda mette una gran tristezza a chi la ascolta e che, per rispondere, proprio non troverebbe le parole. Di parole ci devono bastare quelle che Daniele ha scritto tempo fa, e oggi tornano sui banconi delle librerie.

Ho conosciuto Daniele Del Giudice perché l'ha deciso lui. Non so bene come sia successo: mi ha mandato un suo libro in uscita e mi ha anche invitato alla cena milanese di presentazione. Si vede che amici comuni gli avevano parlato di me. Quel libro, oggi, mi richiede sempre un attimo di riflessione: non mi ricordo mai se si intitoli Mania o Anima, secondo l'anagramma del titolo che gli avevo offerto come un timido mazzolino di fiori, per ringraziarlo di quell'invito. Del libro mi vengono subito in mente soprattutto alcuni dettagli: il doppio senso di «Fuga» nel titolo di un racconto di ambientazione napoletana e l'apparato ottico del racconto ambientato a Edimburgo che apre la raccolta. Poi ricordo l'impressione che mi faceva quella sintassi avvolgente, che ti tira dentro – o anche sopra, se penso ai racconti aviatori di Staccando l'ombra da terra. Una sintassi che apre spazi volumetrici attorno al lettore, in un miracoloso equilibrio di naturalezza e artificio. «Mi viene così», mi disse lui, ed ebbi il dubbio di essere stato indiscreto a chiedergliene. Ora rileggerò tutto nel libro che Einaudi gli ha confezionato mettendo in fila tutti i suoi racconti (I racconti, collana Letture), non vedo l'ora.

L'ultima volta che ho visto Daniele è stato per un incontro casuale, mentre camminavo per Venezia. Erano i giorni di una sua terribile disavventura con il premio Strega, a cui era stato candidato con un libro che fu poi affondato in modo indegno da siluri provenienti da quella schiera dell'anticonformismo normativo che in Italia è sempre uno degli eserciti meglio armati. Sa come far male; lo fa. Quella volta Daniele andò, lui, sul discorso: un po' ne rideva, un po' era offeso davvero. «Signori, io mi occupo di letteratura!»: non saprei mai come rendere per iscritto il tono della sua protesta, struggente, ed esattissimo, per nulla arrogante, ma ironico e drammatico assieme. Tutto lì, all'impiedi, in un campiello, in mezzo a qualche sciame di turismo asiatico leggermente fuori stagione, prima di offrire cioccolata con panna buonissima al caffè di fronte. Poi venne a teatro ad assistere a una mia certa Sfinge, ma non accettò l'invito a cena. «Duccia mi aspetta», disse; «venite voi domani a pranzo». Ma l'indomani c'era il treno. E ciao.

 

Ora non so se qualcuno scriverà mai una storia degli ultimi vent'anni di eventi culturali italiani. Sarebbe necessario: spiegherebbe tanto, di noi. Ne dispero, ma se succederà sarà il caso che il nome di Daniele Del Giudice venga fatto fra i primi. Sì, perché alla fine degli anni Novanta, il suo «Fondamenta» a Venezia stabilì subito uno standard altissimo, con reading di autori come Andrea Zanzotto o Luigi Meneghello o Ian McEwan, spettacoli in piazza San Marco di Paolo Conte e Patti Smith. L'allora sconosciuto Zygmunt Bauman invitato a tenere una conferenza speciale, per battezzare la quale Daniele si era riferito alla tradizione accademica e aveva rispolverato la denominazione di Lectio Magistralis. Per dire, una volta mi sono bevuto un bicchiere assieme a Jean-Pierre Vernant, prima della sua conferenza. Sarà che sono provinciale, ma mi ha davvero fatto un certo effetto. In fondo il bello dei festival è l'informalità. Ci vuole solo un centro storico, e come battere Venezia, al proposito? Dopo di che, e per quanto uno sia un genio, ci va volentieri e sorridente e la sua bibliografia all'improvvisto non è più una paratia ma un ponte.
Oggi, una lectio magistralis non si nega a nessuno (lo dico per esperienza personale).


Tutte le volte che mi capita di imbastire un programma per un festival, penso al rigore, alla competenza e alla leggerezza sdrammatizzata, e combatto quel po' di sgomento con un muto ringraziamento interiore. Nonché il rimpianto di non poter invitare lui, che pressoché circa ogni argomento saprebbe dare contributi memorabili.

È che lo scrittore, in quel caso là, era anche un grande lettore. Mi ha parlato spesso della sua passione per i manuali tecnici, come si vede già dal suo esordio letterario e dalle spiegazioni su come minare i ponti, direi già nel primo capitolo del suo primo romanzo, Lo Stadio di Wimbledon. Il resto lo conosceva a menadito.
Parliamo di un'epoca in cui uno dei suoi talenti poteva passare anni a fare il giornalista culturale, e per una testata non di prima linea, come Paese Sera. Oltre a raccogliere il suo edito, bisognerebbe prima o poi raccogliere anche il semi-edito, cioè le sue collaborazioni giornalistiche. Chi ha il pane non ha i denti, diceva un proverbio terribile. Bene: ora per i Del Giudice ci sarebbero le pagine che negli anni Settanta o Ottanta non c'erano. Peccato che noi facciamo fatica a riempirle.

 

Ora Daniele è da tanti anni dentro a un silenzio che non ha scelto. Prima di esserne sommerso ha fatto in tempo a cogliere, e patire, la degenerazione che è intervenuta nel dibattito italiano – che pure tanto elevato non è stato davvero quasi mai. La si imputa alla scarsa preparazione di noi che siamo venuti dopo, e ancor più a quelli che sono arrivati dopo di noi: ma è una mossa convenzionale. Il tono del discorso culturale, specie di quello polemico, è invece ampiamente dato dai coetanei di Daniele e occorre resistere alla tentazione di pensare che la sua sia stata una ritrazione volontaria da una cultura e da una letteratura che derogava oramai regolarmente dai propri minimi canoni di decenza. No, lui certamente sarebbe andato avanti volentieri.

Per quanto poi riguarda la qualità dei suoi scritti, sono tutti lì e basta leggerli. Scrittori così non nascono a ogni stagione.

Daniele Del Giudice.

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