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Parco Nazionale del Doi Phu Kha

Spettacolo ambientale e sicurezza alimentare

In Thailandia ancora non esiste, come nella maggioranza dei paesi del Sud Est asiatico, una legge nazionale che regolamenti in modo democratico l’accesso dei locali – in gran parte agricoltori residenti nelle aree rurali – alle abbondanti risorse del territorio. Questa lacuna ha come conseguenza la sistematica violazione dei diritti umani delle popolazioni (in gran parte gruppi etnici non T’ai) nelle aree (anche costali e insulari) in cui sorgono riserve naturalistiche regolamentate dallo stato. 

 

Thailandia – Provincia di Nan                              Bacino fluviale del Chao Phraya

 

Le leggi preservazioniste dello stato considerano molte comunità locali come illegali occupanti dei Parchi Nazionali e proprio per questo negli ultimi 20 anni i conflitti tra i Parchi Nazionali e le popolazioni rurali residenti dentro o nei pressi delle riserve naturalistiche sono aumentati. Parallelamente si assiste al progressivo istituzionalizzarsi di network di attivisti e militanti in difesa dei diritti consuetudinari dei contadini thailandesi all’accesso alle risorse d’acqua, foresta e terra per l’auto-sussistenza. Le numerose mobilitazioni della società civile per l’approvazione di una legge sull’uso comunitario di parte delle foreste nazionali (in thailandese: paa chumchon, inglese: community forests) vanno dunque ricondotte alle forti restrizioni legislative sulla delimitazione delle aree coltivabili e sull’uso delle risorse legate alla foreste e sfociano oggi in un acceso dibattito sulla sicurezza alimentare delle popolazioni che vivono all’interno delle riserve naturalistiche.

 

Il monte Doi Phu Kha visto dalla valle di Santisuk

 

Ciò su cui voglio qui riflettere è il fatto che politiche preservazioniste sono strategicamente rafforzate da regimi di spettacolarizzazione della natura mutuati dalle mode ambientaliste occidentali e largamente utilizzati nella promozione eco- turistica. La Thailandia non offre l’unico caso suscettibile di essere preso in esame in questi termini, ma, nondimeno, essendo destinazione privilegiata del turismo transnazionale di massa e in virtù dei suoi rigogliosi ambienti tropicali, questo paese offre molti esempi paradigmatici della creazione di nuovi “idoli” ecologici che competono con le specie agricole come il riso, elemento base della dieta locale.

 

L’area dove ho svolto le mie ricerche di dottorato – la Provincia settentrionale di Nan al confine settentrionale con la Repubblica Popolare del Laos – offre come esempio l’estemporanea creazione e pubblicizzazione (dal 2000 in poi) del mito mediatico-ambientale del Ton Mai Chompu Phu Kha (l'albero rosa di Phu Kha, denominazione botanica Bretschnaidera Sinensis Hemsl), una pianta estremamente rara (pressoché sconosciuta fino agli anni Cinquanta) e in via di estinzione. La fragilità della nicchia ecologica in cui prolifera la Bretschnaidera, minacciata – secondo i responsabili del parco – dalle pratiche di agricoltura nomade dei risicoltori non T’ai che popolano le colline del bacino del fiume Nan, ha motivato la costituzione del Parco Nazionale del Doi Phu Kha nel 1999.

 

Il poster sul Parco Nazionale del Doi Phu Kha esposto fuori dall’ufficio di polizia turistica Nel centro cittadino di Nan

 

E’ intorno ai conflitti relativi a questo parco che si era volta la mia curiosità all’inizio del mio primo soggiorno di ricerca in Thailandia, dove mi ero recata per raccogliere dati sull’attivismo ambientalista locale nel novembre 2007. L’area di Nan è conosciuta a livello nazionale per la forte partecipazione della società civile al dibattito sulla gestione delle risorse, e il leader della Rete Nazionale delle Foreste Comunitarie, Pat Khansalee, proveniva proprio da un villaggio collocato ai margini del parco del Doi Phu Kha, Ban Na Kham, nel distretto di Pua. Appena arrivata in Thailandia e dopo circa un mese di documentazione sull’attuale evoluzione delle lotte contadine per la riappropriazione dei beni comuni, avevo trovato un articolo di giornale in cui Pat esprimeva la propria rabbia contro la nuova legge sulla gestione delle foreste comunitarie (khot mai paa chumchon – approvata nel novembre 2007) e minacciava di inscenare azioni di protesta.

 

Mi sembrò opportuno incontrare l’attivista per conoscerlo e intervistarlo e a questo scopo mi recai a Nan, nel dicembre 2007. Giunta in città cercai come prima cosa alcune informazioni sull’area del Doi Phu Kha e i padroni della mia Guest House mi indirizzarono all'ufficio di polizia turistica gestito dai dipendenti del Parco Nazionale e collocato in un luogo di estrema visibilità per i turisti, poiché è situato di fronte alla dimora dell'ultimo Governatore del principato di Nan (divenuta poi la sede del Museo Civico) e al Wat Phu Min, un celebre tempio in stile T’ai Lue.

 

Quando mi sono seduta davanti alla scrivania dell'ufficiale forestale per chiedere informazioni sulle tensioni tra abitanti dei villaggi e le guardie del parco, intravidi dietro la sua testa un cartellone con la foto di un grosso fiore rosa. E una gigantografia dello stesso fiore era posta all’ingresso dell’ufficio. L’ufficiale, forse sospettoso, fu vago sulla questione dei villaggi e mi diede alcune informazioni su come raggiungere la zona e alcuni opuscoli sul parco. Il titolo di uno di questi era: 'Doi Phu Kha National Park in the Nan Province – Visit the amazing Chompoo Phukha flowers and the enormous ancient trees'. L’opuscolo descriveva la storia, la topografia, la Flora e la Fauna del parco. Tra le specie arboree descritte nell’opuscolo spiccava lo Chompu Pu Kha definito come un albero “molto difficile da trovare. In Thailandia si incontra questa specie solo in una zona, il Doi Phu Kha National Park nella Provincia di Nan. La rosa del Phu Kha cresce fino a 25 metri. I suoi fiori crescono da gennaio a marzo”.

 

Nel documento non erano presenti riferimenti a esseri umani fatta eccezione per i turisti. Non venivano nemmeno menzionate le decine di Foreste Comunitarie stabilite nell’area dalla gente dei villaggi prima e dopo la data di fondazione del parco (17 giugno 1999). Nessuna informazione sui gruppi etnici residenti nel parco, sulle forme di agricoltura ivi praticate e ben visibili – come avrei appreso durante le successive frequentazioni della provincia – nella forgia del paesaggio.

 

Cercavo informazioni sul villaggio di un attivista all’interno del parco, ma le notizie più facilmente ottenibili sul Doi Phu Kha – anche dopo aver consultato altre fonti e informatori – riguardavano i fiori rosa dello Chompu Phu Kha. Molte immagini del fiore ridondano nei luoghi pubblici della città (nella stazione degli autobus, in aeroporto, nei negozi, nelle scuole, nella biblioteca pubblica). La forma grafica di queste riproduzioni conferma il protagonismo assegnato a questa specie arborea quasi estinta nell’immaginario ambientale contemporaneo dell’area di Nan: la rosa del Phu Kha si propone al senso comune come un iconema paesaggistico consolidato, pur essendo di nuova fabbricazione.

 

In questa prospettiva la disseminazione di poster e cartelloni, di molte trasmissioni televisive, di siti web e di articoli di guide turistiche e di riviste specializzate che promuovono l’immagine del fiore, può essere vista come una diffusione di segni e segnali di un’ideologia sociale egemone, arboreizzante, dendrocentrica, capace di mettere in evidenza alcuni valori condivisi e ritenuti positivi (la preservazione della natura selvaggia e della wilderness), mettendone in secondo piano altri (la tutela della sicurezza alimentare delle popolazioni locali e della diversità culturale delle minoranze).

 

L’esemplare di Chompu Phu Kha in un punto panoramico della strada tra i distretti di Pua e di Bo Kluea che attraversa il Parco Nazionale.

 

Il mito dello Chompu Phu Kha offusca i conflitti sorti tra gli ufficiali del parco e le comunità dei gruppi etnici minoritari Hmong e Lua/Htin, che da secoli praticano diverse forme di agricoltura nomade sulle colline del Phu Kha. La gente dei villaggi esistenti all'interno o ai margini del parco non viene quasi notata dai turisti che vanno a visitare gli esemplari di Chompu Phu Kha, perchè le agenzie interessate a fomentare il turismo dai centri urbani (Nan, Chiang Mai e Bangkok) esigono che il parco stesso venga rappresentato come un luogo il più possibile incontaminato.

 

Lo spettacolo voluto dal Ministero delle Risorse e da quello del Turismo si fonda sulle rappresentazioni selettive di un contesto ambientale che storicamente include molti altri elementi oltre alla Bretschneidera Sinensis Hemsl (come villaggi, strade e sentieri, campi di riso glutinoso, campi di mais, orti, frutteti). Esso, infatti, epurando le rappresentazioni del parco e dell’albero dalla presenza umana, depoliticizza il contesto del parco.

 

L’ipertrofia del mito mediatico dello Chompu Phu Kha ha contribuito negli anni a spingere sotto silenzio i sempre più numerosi conflitti che contrappongono le guardie del parco e le popolazioni locali: arresti, espropri, multe sono all’ordine del giorno per i contadini locali che utilizzano la foresta come “banca del cibo” e come “supermercato” (come risuona negli slogan apposti dagli attivisti nelle aree consacrate – illegalmente – alla funzione di foreste comunitarie).

 

I campi colivati (angolo in basso a sinistra) dai Lua di Ban Don Klang e la Foresta Comunitaria (macchia verde chiaro) sono collocati entro i margini del Parco del Doi Phu Kha, che si estende in direzione delle colline retrostanti (macchia verde scuro)

 

Eppure la sussistenza delle popolazioni che risiedono nei villaggi posti all’interno e ai margini dell’area naturalistica dipende da queste risorse da molto tempo prima che il parco fosse fondato. Il loro spettacolo ambientale è uno spettacolo minore, che interferisce con quello delle istituzioni. Il mantenimento dell’autorità morale dello stato in materia ambientale, dunque, si configura sempre più come un lavoro di immagine volto a legittimare l’accentramento nelle mani dello stato della gestione delle foreste, un lavoro che – a quanto pare – incide anche sulla sicurezza militare delle aree remote come Nan.

 

Grazie al mito dello Chompu Phu Kha, la provincia di Nan – teatro della ribellione maoista all'esercito thailandese (1965-1990) – gode di una nuova colorazione nell’immaginario nazionale: da roccaforte dell’Esercito di Liberazione Popolare della Thailandia, in meno di vent’anni la provincia è diventata simbolo della wilderness nazionale e da "rossa" si è tinta di "rosa" . Lo spettacolo della natura genera in quest’area un appariscente paradosso: sei in passato la Bretschnaideira Sinensis è stata minacciata dall’attività umana, oggi questa fragilissima specie arborea, e ancor più le immagini della stessa, sono divenute una minaccia quotidiana per le famiglie di risicoltori nell’area del parco del Doi Phu Kha.

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Il paeasaggio “sbagliato” forgiato dalla tecnica”taglia e brucia” praticata dagli agricoltori semi-nomadi Lua e Hmong

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