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David Harvey: geografia del dominio

Geografia del dominio (Ombre corte 2018) raccoglie quattro brevi saggi di un autore di valore, David Harvey: geografo, ma esploratore di molti aspetti del contemporaneo nelle sue diverse declinazioni. Il suo libro più noto, The Condition of Postmodernity (1989), univa la lettura del postfordismo ai fenomeni culturali, artistici e architettonici del postmodernismo. Mostrava in fondo che questa corrente di pensiero – così influente nelle arti applicate, nell’urbanistica e nell’architettura di fine Novecento – era direttamente riconducibile a forme di produzione e a modelli di accumulazione flessibile tipici del tardo capitalismo. Negli anni, Harvey si è sempre più riferito a Marx: non al marxismo ma al testo marxiano, fonte inesauribile di analisi e profezie di quella che chiamiamo ora tutti “globalizzazione”. Nell’ultima occasione che ho avuto occasione di ascoltarlo, a Urbino davanti a un pubblico di studiosi dei fenomeni urbani, Harvey ha svolto una lezione sul Secondo Libro del Capitale, quello in cui Marx analizza il fenomeno della circolazione del capitale. E ha spiegato con quegli strumenti marxiani l’attuale finanziarizzazione delle città globali: sedi oggi di immensi investimenti di capitale immobiliare non per fornire alloggi ad abitanti (anzi quei grattacieli resteranno in parte vuoti), ma per far circolare il capitale finanziario globale.

 

Anche nel volumetto qui commentato, il saggio più bello è La geografia del potere di classe (1998). Compare – come se Harvey ne fosse un ‘doppio’ – un Marx geografo, quello che nel Manifesto, e poi nel Capitale e nei Grundrisse, vede lo sviluppo inesorabile del capitalismo nelle sue dimensioni spaziali, geopolitiche e geostrategiche. Marx ha già colto quello che noi ora vediamo dispiegarsi: l’interna necessità del capitale di essere “mondiale”, e del mercato di divenire “mondiale”. Non di una parte del mondo, ma di tutto il mondo. Di poterlo dominare, materialmente e spiritualmente, tutto.

È, detto tra parentesi, la stessa idea che sviluppa Walter Benjamin nel frammento sul ‘capitalismo come religione’ (1921), frutto della finanziarizzazione di ogni cosa e dell’indebitamento cui esso costringe l’uomo.

 

Perché è importante la geografia nel capitalismo? La domanda è fatta risalire da Harvey ai Lineamenti di filosofia del diritto di Hegel, in cui viene posta per la prima volta – senza risolverla – la “soluzione spaziale”. La dialettica della società civile europea, polarizzata tra proprietari di ricchezza e plebe, spinge l’Europa affamata come un leone a “cercare consumatori e con ciò i necessari mezzi di sussistenza fuori di essa in altri popoli, che le stanno addietro nei mezzi dei quali essa ha eccedenza, o in genere nell’industria”. Il colonialismo, l’imperialismo del capitale nascono da questa interna necessità di espandersi per superare le proprie contraddizioni: passando dal radicamento locale in una terra e in cerchie limitate della vita civile all’elemento della fluidità, del pericolo e del naufragio. In questi termini preveggenti Hegel annuncia così l’epoca, che è la nostra, della piena mobilità del capitale – con tutto ciò che ne è derivato negli ultimi due secoli per l’uomo. Per il mondo.

 

Hegel non risolve la questione se la “soluzione spaziale”, lo spaziare dal locale al globale diremmo oggi, sia quella che permette la stabilizzazione del capitalismo nel breve-medio periodo. Lo fa successivamente – ma sulla sua scia – Marx mostrando che il mercato mondiale, la colonizzazione di ogni terra al modo di produzione capitalistico, permettono di spostare in avanti le contraddizioni. Per Harvey in realtà Marx esclude che la colonizzazione sia la soluzione di quella che è la contraddizione fondamentale tra capitale e lavoro, perché si limita a moltiplicare l’alienazione del lavoro a scala globale.

 

 

“La borghesia trascina nella civiltà tutte le nazioni, anche le più barbare. I bassi prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con la quale spiana tutte le muraglie cinesi”: questa profezia marxiana si realizza con la conquista capitalistica Otto-Novecentesca dell’Asia (Cina, Giappone, India), e oggi si inverte nella conquista da parte del nuovo capitalismo cinese dei mercati occidentali. Comunque sia, sostiene Harvey citando il pensiero di Henry Lefebvre, “il capitalismo è sopravvissuto nel XX secolo con un solo mezzo: occupando spazio, producendo spazio. Che ironia se si dovesse dire la stessa cosa alla fine del XXI secolo!”.

 

Solo che la produzione di spazio, su scala talmente allargata da occupare il globo, comporta una tale creazione di “eccedenze” di capitale e di forza-lavoro (analizzate al cap. 3, La geopolitica del capitalismo) da spiegare sia la disoccupazione-sottoccupazione massiccia nel mondo contemporaneo, sia l’urbanizzazione forzata di masse rurali con tutte le conseguenze sociali, ecologiche ed epidemiche che questo processo porta con sé.

Harvey solleva anche critiche e obiezioni al discorso marxiano. Tra l’altro a proposito della sottovalutazione, soprattutto nel Manifesto, del ruolo autonomo che le istituzioni di regolazione, statali e sovranazionali, hanno nel dare forma ai flussi finanziari del capitale. Queste istituzioni sono a base territoriale, statale e sovrastatale, e possono quindi imporre modelli di sviluppo geografico ineguale attraverso il loro comando sull’assemblaggio e sui flussi di capitale. Un aspetto certamente cruciale, che peraltro è ben presente in altri testi di Marx come i Grundrisse.

Un altro aspetto critico è il rapporto tra centri e periferie mondiali. Marx coglie il tentativo borghese di rompere l’unità di classe attraverso lo spazio: delocalizzazione, frammentazione, dispersione sono fenomeni già presenti nell’Otto-Novecento, ma giunti a conclusione con la globalizzazione attuale. Harvey la definisce così: “il recente assalto geografico e ideologico alle forme di potere della classe operaia attraverso la globalizzazione”.

 

Infine il punto critico dell’unità o frammentazione del lavoro prodotta dallo sviluppo capitalistico, è affrontato mettendo in risalto l’approccio meccanicistico di Marx. Per cui la spinta all’uniformazione del lavoro a scala mondiale prodotta dal capitale sarà la base per una risposta non più nazionale e antagonistica, ma internazionale e cooperativa tra le nazioni del mondo. Giustamente Harvey rileva l’astrazione logica del discorso, che viene smentito dalla permanente divisione – sociale, etnica, religiosa, di genere etc. – del lavoro nell’attuale fase globale.

 

Cosa manca all’analisi di Harvey, che è circoscritta ai primi anni 2000 (l’edizione inglese di questo libro con il titolo Spaces of Capital uscì nel 2001)? Manca innanzitutto il capitalismo delle piattaforme digitali, che ne ha trasformato molti aspetti anche se non ha necessariamente fornito nuove risposte. Le imprese globali di Harvey sono ancora Nike, Levi Strauss o Reebok che decentrano lavoro a basso costo in India, Bagladesh e Vietnam, non ancora Google, Amazon, Facebook (e Alibaba in Cina) che oggi dominano la divisione mondiale del lavoro con centri di produzione e ricerca, data mining e logistica disseminati nel mondo. Una nuova geografia capitalistica si è insediata, e anche una nuova geografia del dominio è stata scritta. La loro forza monopolistica risiede nell’economia della velocità che esse praticano (anche oggi che stiamo tutti fermi a casa, essi ci riforniscono di beni e servizi immateriali e materiali: è la potenza di Ermes rispetto a Estia!).

 

Un secondo aspetto mancante è l’esplosione nel frattempo intervenuta della crisi finanziaria globale, nel 2008 e per tutto il decennio successivo. Questa esplosione era in parte prevista nel cap. 3 del libro di Harvey a proposito di circolazione del capitale e creazione di “capitale fittizio” (titoli, mutui, debiti), ma la creazione di nuovo debito, la distruzione di capitale che essa ha prodotto e la stagnazione secolare che essa ha innescato hanno assunto nel frattempo forme nuove e dilemmi di potenza-anche geografici e geopolitici: si pensi al rapporto conflittuale decisivo tra America e Cina per il dominio mondiale – non presenti nel libro e che l’analisi successiva del capitalismo è chiamata a sciogliere.

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