Dialogo con Riccardo Muti

Da trentaquattro anni Riccardo Muti non dirigeva un’opera a Napoli, sua città d’elezione. Riporta ora al San Carlo il Così fan tutte di Mozart con la regia di Chiara Muti, sua figlia, con la quale aveva già collaborato in passato. L’inaugurazione della stagione era attesissima non solo per il ritorno in una città che gli è molto affezionata, ma soprattutto perché Muti non dirige opere in forma scenica dal 2015. 

La prima al San Carlo (il teatro più bello del mondo, come il direttore d’orchestra ama ripetere) ci offre l’occasione per parlare della musica di Mozart, di Napoli e dell’Italia, di fronte a uno squisito caffè. Fuori splende il sole, ma il mare è in tempesta.

 

B. Perché per ritornare a Napoli la scelta è caduta su Così fan tutte?

R. Offrendo la regia a Chiara che non solo è cresciuta ascoltando la musica di Mozart ma lo conosce bene anche grazie a Strehler e Ronconi, mi sembrava naturale che la scelta cadesse su quest’opera. Si tratta di una coproduzione con l’Opera di Vienna (dove la si ascolterà nel 2020, in seguito andrà a Tokyo, NdR). Il fatto che il Così fan tutte si svolga a Napoli non ha molta rilevanza: come saprà, un musicologo mi raccontò che la vicenda pare sia realmente accaduta nel distretto di Neustadt, a Vienna, e che l’ambientazione a Napoli – Neapolis sarebbe la traslitterazione di Neustadt – sia il risultato di uno spostamento geografico.

 

B. Quanta Napoli c’è in questa regia e in queste scene?

R. La scena non è “da cartolina”, col Vesuvio e la baia di Napoli, Sorrento, etc., nella sua concezione registica sono soprattutto i colori, il bianco e lo sfavillio del mare in lontananza, sul fondo della scena, a dar l’idea dell’ambientazione mediterranea, idealizzata. La regia suggerisce un’atmosfera, la evoca, non la descrive. Nell’opera Napoli è citata una volta sola, il Vesuvio un paio di volte.

 

B.  È un dramma giocoso. Prevale l’elemento drammatico oppure quello buffo?

R. Non mi pongo questo problema, se sia meglio porre l’accento sul dramma o sul giocoso. Percorro il cammino musicale badando al rapporto verticale che c’è tra musica e parola, e viceversa. A parte qualche situazione iperbolica, come la vicenda del notaio o quella del medico, situazioni surreali, smaccatamente buffe, trovo che la comicità stia soprattutto nella perfidia di Da Ponte e di Mozart che usano frasi molto innocenti dandogli un significato erotico con doppi sensi evidentemente voluti.

 

B. Quali sono i passi più impervi dell’opera?

R. Il terzetto “Soave sia il vento mette alla prova il direttore: se hai a disposizione dei buoni musicisti e dei cantanti capaci di afferrare il “volo” esistente in partitura, che porta da una situazione semplice, concreta, a un’altra metafisica, si può creare un momento di grande emozione. Il passo più difficile è però il “Finale”: i giochi si sono ormai rivelati, la situazione è veramente amara, senza possibilità di recupero (“Te lo credo, gioia bella, Ma la prova far non vo'”) e ognuno ha una totale sfiducia nell’altro. Mozart evidenzia, in senso negativo, a cosa possono condurre i rapporti umani. Qui, quando le due protagoniste cantano assieme, Despina si vergogna, Don Alfonso si rammarica, anche se in fondo nel suo proposito è vittorioso, esattamente in quel momento… ho come la sensazione di sentire il canto delle sirene di Ulisse nel golfo di Napoli! La tradizione tedesca sceglie un andamento scorrevole, come fosse una specie di gioco, ma non sono d’accordo con questa lettura, bisogna prestare assai attenzione ai tempi (“Ah, signor, son rea di morte”, Andante e “V’ingannai, ma fu l’inganno”, Andante con moto, NdR). 

 

Chiara Muti.


B. Mozart ha viaggiato molto per l’Italia. Qual è stato su di lui l’influsso della musica napoletana?

R. Sappiamo che sia Mozart sia il padre Leopold avevano come obiettivo l’Italia, come del resto quasi tutti i musicisti dell’epoca. Da un lato Mozart desiderava che i grandi compositori del tempo riconoscessero il suo genio (a Napoli c’erano Cimarosa, Jommelli, Paisiello), dall’altro non si può negare che egli sia stato influenzato dalla musica napoletana di quel tempo. Credo che le sue opere, soprattutto quelle della Trilogia dapontiana, siano il risultato della combinazione della conoscenza di Mozart della scuola napoletana e, ovviamente, dell’influenza della musica austro-germanica. Quando portai Il ritorno di Don Calandrino di Cimarosa, primo titolo nel progetto relativo alla scuola napoletana al Festival di Pentecoste di Salisburgo (opere oltralpe del tutto sconosciute, eccezion fatta per i titoli più noti, come Il Matrimonio segreto), Jürgen Flimm, l’allora sovrintendente, uomo di grandissima cultura, affermò di aver capito che Mozart non fosse del tutto piovuto dal cielo e di quanto Cimarosa avesse influito sulla sua formazione. Senza la scuola napoletana la musica di Mozart sarebbe diversa.

 

 

B. Questa mi sembra una città molto calorosa (lo si percepisce dall’affetto rumoroso, tributato già durante la prova generale del Così fan tutte, aperta alle sole famiglie dei lavoratori del Teatro San Carlo e ad alcuni ragazzi del carcere minorile di Nisida che Muti è andato a trovare il giorno precedente, oppure dallo striscione srotolato alla prima dai ragazzi del liceo Margherita di Savoia). A Napoli si sente a casa?

R. Napoli non è più la città nella quale sono cresciuto, il mondo era allora diverso. Ma certo vedo molti segni d’affetto, come ad esempio la targa in pietra apposta nel mio liceo Vittorio Emanuele II che mi ricorda tra i vari allievi illustri (gli altri son tutti morti! – ride – oltre a Mercalli, Di Giacomo, e c’è anche un santo, Moscati!). Le persone mi fermano, mi salutano e questo mi fa piacere ovviamente.

 

B. Cosa la rende felice e orgoglioso dell’Italia?

R. Anzitutto la fortuna di essere nato in questo Paese, il più grande Paese del mondo per quello che ha donato in millenni di storia. Sento un forte legame con la cultura latina. A Chicago, quando esco dalla sala da concerto, vedo di fronte a me, dalla parte opposta della strada, l’Art Institute: i nomi degli artisti scolpiti nella pietra sono Michelangelo, Raffaello, sono artisti italiani! Mi inorgoglisce e produce in me una specie di calore interno… piacevole in una città il cui clima può arrivare d’inverno a meno trenta sotto zero! L’Italia dovrebbe avere una grande responsabilità verso la sua storia. Del resto, mi rendo conto che oggi siamo in difficoltà perché non è facile essere all’altezza del nostro passato. Bisogna riprendere in mano le redini della cultura di questo Paese, dell’Italia tutta, ma in particolare del Sud, il quale dal punto di vista culturale ha una ricchezza incomparabile, che va dai musei, alla storia, alla cucina, ai tanti luoghi di culto antichi. La qualità dei tesori nascosti di Napoli è semplicemente impressionante, la città ha una storia millenaria e la sua importanza è stata riconosciuta in tutte le epoche.

 

B. Progetti per il futuro immediato?

R. Mi aspetta una tournée con la Filarmonica di Vienna che toccherà, oltre a Vienna, Berlino, Monaco di Baviera e Colonia, con la Settima Sinfonia di Bruckner in programma e il Concerto per flauto in sol maggiore di Mozart, poi a gennaio una lunga tournée in Asia con la Chicago Symphony Orchestra. L’accademia operistica (la Riccardo Muti Italian Opera Academy si rivolge a direttori d’orchestra, maestri accompagnatori e pubblico, NdR) fa tappa questa primavera anche a Tokyo (in Italia si tiene ogni estate a Ravenna, il titolo scelto sarà lo stesso in entrambi i luoghi, NdR), inaugurando un ciclo triennale. Per il 2019 abbiamo già ricevuto centoquaranta domande d’iscrizione! In controtendenza rispetto agli anni passati, ho scelto per la mia accademia dedicata all’opera italiana un’opera di Mozart, Le nozze di Figaro

 

Così fan tutte è in scena al Teatro San Carlo da domenica 25 novembre al 2 dicembre 2018

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