Sadiq Kahn sindaco musulmano

Lunedì 19 aprile scorso un ragazzo di vent’anni è stato accoltellato e ucciso a Tooting, a poche decine di metri dalla casa di Sadiq Kahn. Il ragazzo si chiamava Lewis Elwin, era di colore, e il 5 maggio Kahn sarebbe diventato il primo sindaco musulmano nella storia di Londra.

 

Quando ho letto la notizia sull’Evening Standard, andando a lavoro il martedì, mi è subito sembrato che questa coincidenza racchiudesse un significato di qualche tipo: ho pensato a Tooting, il quartiere del sudovest londinese che avevo frequentato brevemente qualche anno prima. Negozi halal, un grosso centro per l’impiego, un common simile a molti altri a Londra se si fa eccezione per una piscina all’aria aperta costruita nel 1906, una delle più antiche nel Regno Unito. Elwin stava studiando per diventare un elettricista, ma aveva avuto un passato turbolento. Khan è il quinto di otto figli di un autista di autobus pakistano immigrato in UK negli anni Sessanta. Gli omicidi di adolescenti di colore appartenenti a gang rivali sono una costante nella vita londinese, dove la violenza giovanile è equamente distribuita tra zone ricche e zone povere: un sindaco musulmano, invece, prima d’ora non si era mai visto.

 

Ho seguito intensamente la campagna elettorale per il nuovo sindaco perché non avevo mai avuto così forte l’impressione che l’Europa si trovasse a una svolta che segnerà i decenni a venire. Qualche mese fa un amico inglese che lavora a Whitehall mi diceva, parlando di Brexit, che sostenere la lista Leave EU non è un comportamento suicida se credi che l’Europa sia in declino e che il futuro sia l’apertura ai capitali asiatici: «il principio è quello di rendere più semplice gli investimenti verso orizzonti extraeuropei, spostare il magnete della bussola verso Est». Questa conversazione capitava verso la fine di ottobre. Il 13 novembre gli attentati di Parigi avrebbero ucciso 130 civili, persone che abitavano in un quartiere simile al mio, avevano una professione paragonabile alla mia, frequentavano il mio stesso genere di ristoranti e locali. Novembre è stato forse il momento più difficile della campagna elettorale di Kahn, che tra il 1997 e il 2005 ha lavorato come avvocato per i diritti umani e per questo motivo, visto che la political correctness britannica avrebbe impedito di attaccarlo puramente su base religiosa, è stato accusato dal suo principale competitore Zac Goldsmith di «assecondare gli estremisti».

 

A questo punto della corsa le mie impressioni non erano delle migliori. Negli ultimi anni il partito laburista ha collezionato errori clamorosi nelle candidature (un uomo percepito “debole” come Milliband dato in pasto all’aggressività di Cameron, Jeremy Corbyn che rifiuta per principio l’uso della violenza anche nell’ipotesi di terroristi armati sul suolo britannico) e un sindaco musulmano nell’epoca della guerra all’Isis sembrava un terribile autogol. Anche perché il voto è segreto, e dentro l’urna la tua paranoia ti osserva: nel quartiere a larga popolazione musulmana dove lavoro, a pochi passi dalla più grande moschea d’Europa, anche i gesti più piccoli possono assumere significati minacciosi. Confetti lasciati sui banchi delle biblioteche universitarie con una frase del Corano, ad esempio, o rose distribuite in strada per ricordare la morte di Hussein ibn Ali a Karbala in Iraq, sono echi di un altro mondo, sconosciuto ai più anche nella città più cosmopolita del mondo.

 

Quella che Sadiq Kahn si troverà a guidare, ho pensato nelle prime ore di sabato 7 maggio dopo la proclamazione, sarà una città diversa da quella guidata da Boris Johnson negli ultimi otto anni. Johnson è stato il sindaco della crisi finanziaria, quando nel 2008 i broker si suicidavano dalle finestre dei grattacieli di Canary Wharf, ma anche della crisi edilizia e delle Olimpiadi del 2012, degli edifici di Renzo Piano e Zaha Hadid. Quella di Sadiq Kah sarà una città sempre più complessa in un’epoca in cui molti, dai foreign fighters emigrati in Siria ai portavoce dell’UKIP, vogliono abdicare alla complessità e alle sue contraddizioni. 

 

Ecco perché, leggendo sull’Evening Standard di Lewis Elwin ucciso per strada alle tre di pomeriggio a Tooting, qualcosa dentro di me veniva colpito: perché questo groviglio indistricabile di etnie diverse, background culturali in conflitto e tensioni sociali mai sopite fanno parte della Londra del Terzo Millennio tanto quanto la sagoma irreale dello Shard, il simbolo della forbice crescente tra la città dei ricchi e quella dei poveri visibile come un monito anche dai suburbi più lontani. Londra è tradizionalmente laburista, e ai candidati sindaci conservatori richiede un’apertura mentale non comune: Zac Goldsmith è un fervente ambientalista, Boris Johnson è stato per anni direttore dello Spectator, uno dei principali periodici in lingua inglese del mondo. Ma, a differenza di quello che succede in Italia dove i confini sono sempre sfumati, nel Regno Unito la chiamata alle urne è una scelta di campo: Goldmisth è figlio di un milionario e Kahn di un autista di autobus, Johnson discende da Re Giorgio II. Anche la genealogia di David Cameron ha radici nella famiglia reale: invece Ed Milliband, il suo oppositore nelle elezioni politiche del 2015, è figlio di immigrati polacchi ebrei e marxisti. In un paese ancora pacificamente classista, alle soglie del possibile declino dell’Europa, eleggere un nuovo sindaco significa decidere quale città, e forse anche quale mondo, vuoi lasciare al tuo ipotetico figlio.

 

Quindi il 5 maggio sono andato a votare Sadiq Kahn perché era la cosa giusta da fare: perché nel mio quartiere la riconversione dei vecchi estates popolari in appartamenti di lusso procede a ritmi inquietanti e perché l’affitto del mio piccolo appartamento si prende da solo metà del mio stipendio. 

Dopo aver votato, in una serata resa troppo calda e troppo improvvisamente dal riscaldamento globale (solo la settimana prima aveva brevemente nevicato) la mia ragazza e io siamo andati a cena in uno dei tanti ristoranti turchi della zona. Il proprietario si lamentava del fatto che gli immigrati curdi ottengono sgravi fiscali grazie allo status di rifugiati, quindi gli ho chiesto se era andato a votare. Ha risposto di no, ma fraintendendo la domanda ha aggiunto che se potesse votare al referendum del 23 giugno, quello che sancirà la permanenza o meno del Regno Unito nell’Unione Europea, lui voterebbe per l’uscita: il problema, ha detto, sono «tutti questi immigrati dell’Est: i polacchi a Bristol, i moldavi a Newcastle, i rumeni dappertutto». Gli ho chiesto se era musulmano: ha detto di sì, ma non praticante.

 


Ho pensato che Sadiq Kahn avrà un compito difficile davanti a sé, quello di tenere insieme tutti i pezzi di un mosaico che minaccia sempre di frantumarsi. E ho anche pensato che è un bene che abbia vinto il buonsenso sulla paura di eleggere sindaco un musulmano, perché qui davvero la religione non c’entra niente. Per affrontare un compito del genere l’adolescenza a Eaton di Zac Goldsmith non è altro che un fardello: il figlio di un autista di autobus con un postcode poco prestigioso è senza dubbio più equipaggiato.

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