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Ciclo vitale di un’inoccupata

Le fasi sono chiare, è la durata indefinita che mi preoccupa

Mi presento, sono una venticinquenne entrata nel girone degli ufficialmente disoccupati in un assolato ma freddo mattino del dicembre 2011. Ricordo ogni nanosecondo di quel giorno e ripensando alla scena oggi avverto un retrogusto che ha un non so che di apocalittico. All’indomani del tanto agognato traguardo della laurea specialistica, mi siedo davanti al computer e compilo ingenuamente una candidatura in rete. Con soddisfazione inserisco il titolo di studio conquistato con tanta fatica e sul più bello… un fulmine a ciel sereno: sullo schermo appare l’espressione situazione occupazionale. Amara scoperta, la definizione di “studente” non mi donava più, e mi calzava a pennello quella di laureata in cerca di prima occupazione.

 

Dopo la triennale avevo già compilato molte candidature e inviato tanti curriculum, ma volete mettere l’alibi e la rassicurazione di essere ancora una studentessa? E improvvisamente cos’ero diventata? Una nullafacente, bis-patentata, ma pur sempre una nullafacente. Non ero pronta per questa presa di coscienza e i sensi di colpa e la frustrazione col tempo sono diventati insopportabili. Quando si sono trasformati in vocine martellanti, infine, ho deciso di chiedere aiuto. Curriculum alla mano, ho cominciato la processione in tutti gli uffici di job placement, orientamento al lavoro e collocamento che conoscessi, senza però ottenere nulla, visto che anche per loro, non avendo in dotazione una bacchetta magica, è impossibile dare risposte positive. Mi spiego meglio, capisco che il periodo non è dei migliori, ma sono veramente stanca di sentirmi dire: “Vuole trovare lavoro? Ora? Ma se fa parte della percentuale fortunata di studenti che si laureano alla magistrale entro i venticinque anni e col massimo dei voti vorrà investire un altro po’ nella sua formazione, no? Si prenda un’altra specialistica! Di tempo per lavorare ne avrà”.

“Di tempo per lavorare ne avrà…”

 

 

Convinta fautrice della non-violenza e aperta al dialogo come sono, colgo l’opportunità per descrivere a tutti, con calma e cura dei dettagli, le varie fasi del ciclo vitale di un’inoccupata. Fase 1: mania ossessiva-compulsiva di invio di almeno quattro tipi diversi di cv (regola numero uno del bravo job seeker è non presentare lo stesso cv a diverse tipologie di azienda). Fase 2: attesa trepidante di telefonata fissa-colloquio con conseguente fase 3, quella rabbiosa, perché l’inoccupata si trova costretta a rifiutare molte offerte, quelle di fatto senza stipendio o con spese esorbitanti o quelle che richiederebbero investimenti di dubbio genere e altrettanto dubbia utilità. Arriva poi la fase 4: la depressiva. Durante questo periodo la nostra inoccupata inizia a soffrire di gastrite con annesso a) nodo alla bocca dello stomaco a qualsiasi cosa le venga in mente di comprare perché è un’uscita finanziaria che non sa quando e se riuscirà a compensare con un’entrata; b) mal di testa strategico ogni qual volta la invitano fuori per una pizza o un film; c) crisi di panico, pianto e isteria a piacimento. Fase 5, o dell’ottimismo. L’inoccupata si impone di pensare positivo. Si dice “Perfetto non ho un lavoro, non so che piega prenderà la mia vita, dovrò accontentarmi di qualcosa che sarà lontano dalle mie aspirazioni e dai miei studi (d’altronde ricordiamoci che se mi sono laureata e sono giovane sono fortunata), avrò un microstipendio penoso da schiava e dovrò pure dire “grazie”, rimarrò incastrata a casa dei miei fino a data da destinarsi, vivrò un’esistenza da frustrata e poiché non avrò mai una pensione infine morirò dentro un cartone o sotto un ponte. Ma pensiamo al lato positivo. Ho tanto tempo libero…

 

L’inoccupata continua a ripetersi: “Calma, ragazza, nervi saldi, domani, domani andrà meglio, sarà tutt’un’altra storia”. Che poi, migliore, uff… con i suoi nuovi hobby e passatempi le giornate sono così piene! Peccato che, quando arriva la sera, e l’inoccupata chiude l’ultima pagina del libro che avrebbe sempre voluto leggere e che finalmente sta scoprendo grazie all’enorme quantitativo di svalutatissimo tempo libero che ha a disposizione, riemerge più potente di sempre il senso dell’inadeguatezza, e la paura che l’attesa di un lavoro che la nobiliti potrebbe anche non finire mai diventa una consapevolezza profonda, e il terrore che questa fase del ciclo vitale la intrappoli e si trasformi in una carta moschicida prende il sopravvento. Non vorrei essere scortese, miei cari signori “investi nella tua formazione”, ma vorrei darvi un piccolo consiglio: forse per la fretta o per la scarsa conoscenza della materia avete scelto male il “tempo”, perché giustappunto di tempo per trovare un lavoro l’inoccupata POTREBBE averne tanto, non dimentichiamoci che finché c’è vita c’è speranza... quella almeno ce la lasciano.

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