Alfabeto Pasolini

Lista d’attesa

Tra due settimane torno a lavorare. Ho sempre lavorato, io, da quando si ha l’età per lavorare, ma lavoravo anche prima, durante le vacanze d’estate, è da quando ho sedici anni o giù di lì che lavoro, lavoricchio, tiro a campare, tiro il fiato tra un lavoro e l’altro, un lavoretto e l’altro, un’occupazione qualunque. In genere resto disoccupata per troppo poco tempo per dire che sono anche disimpegnata dal lavoro, che me la godo e non ci penso. Ma non ho soldi per un totale disimpegno, voglio dire che a mio parere uno l’idea della libertà ce la può avere solo con i liquidi, una libertà contante in cui le cose quotidiane non ti preoccupano. Insomma, la libertà è benestante, mentre io sono povera e nel mio caso il lavoro non nobilita, il lavoro non ti indebita se ti piace infilare la mano in tasca e tirar fuori qualcosa oltre i pallini di polvere e filo. Io se mi metto a ravanare nella borsa oggi che scrivo per questa rubrica ho un centesimo e un biglietto per il tram già vidimato, perciò inservibile. So che in Inghilterra la gente butta i centesimi per strada. Io non mi azzardo, ma pure mi chiedo perché con un centesimo non si possa comperare nulla, perché, se di lavoro ce n’è poco e la crisi è comune, il negozio del “tutto a mille lire” non è diventato del “tutto a un centesimo”, in modo da permettere anche a me un disimpegno vero, la libertà dall’euro.

 

Invece per fortuna potevo tornare a casa a cucinarmi il brodo di dado e pensare a cosa scrivere per la rubrica, dato che in tasca ho un centesimo ma almeno l’affitto l’ho pagato.

Invece per fortuna tra due settimane torno a lavorare, ché quando si smette di lavorare all’inizio sei sempre contento, ti senti libero di impiegare il tuo tempo, ti senti libero di scegliere, ti senti il personaggio dello spot di un energy drink. Solo dopo qualche giorno scopri l’ovvio, cioè che senza soldi non hai la libertà di andartene in vacanza quando vuoi, goderti le mostre di lunedì, ciondolare al negozio di dischi il martedì, tirare l’alba il mercoledì o il giovedì. La verità è che ti mancano i soldi per godertela: che è vero che non rivedrai più quello stronzo del tuo capo, che non verrai assalito da un’inferocita folla impiegatizia salendo sul tram alle sette e mezza del mattino, ma è anche vero che senza soldi il tuo tempo non è l’eterna vacanza che credevi. Niente personaggio da energy drink per te. La tua espressione farebbe la sua porca figura in uno spot sui prestiti. Il tempo non disimpegnato diventa allora tempo perso. Ciondoli, sì, ma sei a tasche vuote e nessun prodotto sullo scaffale dei supermercati è stato concepito per te. Se il mercato fosse di chi non ha un soldo, sarebbe un territorio di libero scambio o una specie di “arraffa e scappa” o un negozio a “tutto un centesimo”.

 

È per non pensare a questo slittamento di significato del tempo e alla condizione delle mie tasche che quando sono disoccupata faccio le liste. Certo non la lista della spesa, ma la lista di cose utili da fare per avere l’impressione di impiegare bene il mio tempo da disoccupata. Io nelle mie liste metto di tutto, è una specie di stufato all’irlandese, una specie di sfida, vinci se arrivi alla fine della giornata depennando ogni voce. Spolverare, farsi le unghie, cercare lavoro dagli annunci dei giornali, cercare lavoro da internet, andare al colloquio di lavoro, scrivere un pezzo per questa rubrica, scrivere un racconto per l’antologia, cambiare la lampadina, telefonare a tizio. A quel punto il tempo acquista un senso, ti allontani sempre più dal disimpegno e dal cazzeggio libero, ma pure quando metti la mano in tasca e trovi solo un centesimo o i pallini di polvere e filo ti dici ‘sticazzi, mi sto impegnando per un futuro più roseo, non sarà così per sempre, tra un mese sarà risolto, tra un mese sarà arduo trovare il tempo per pisciare, altro che smalto alle unghie, tra un mese sarà daccapo il lavoro, il carcere, il via vai tramviario e il solito tritacarne umano. Solo a quel punto smetti di fare le liste e sorridi. Sei di nuovo in pista, eh? Stanno riempiendo gli scaffali per te, povera scema.

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