raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

Luddismo 2.0 (alter)

“Voglio rifugiarmi sotto il patto di Varsavia
voglio un piano quinquennale
la stabilità”.

(CCCP)

 

 

Prima c’è Aleksej Stachanov, che raccoglie 102 tonnellate di carbone in cinque ore e quarantacinque minuti. Poi c’è Sergej Scemuk, che estrae 170 tonnellate di carbone in una sola notte. E poi ci sono io che mi sveglio, con la mascella indolenzita dal bruxismo, la mia ragazza che non occupa più la sua porzione di letto e lo sciacquone che rumoreggia al di là del muro. Non vivo in un appartamento infestato dai fantasmi bensì condiviso con un amico che incrocio nel corridoio, mentre lui esce dal bagno e io oscillo verso la cucina, e con cui scambiamo i soliti mugugni intrisi di sonno. In cucina preparo e trangugio il caffè come se dovessi predisporre il mio organismo a chissà quale traguardo – a parte la sigaretta, a parte la susseguente sosta al bagno.

 

Tirato lo sciacquone – è forse questo il suono dei giorni correnti, la traccia nascosta della colonna sonora di queste giornate da intrattenere – ed effettuate le mie abluzioni esco dal bagno e, nel turbinio neuronale innescato dall’orgia di saccarosio, caffeina e nicotina, accendo il portatile. Circondato dalle coliche di amici e conoscenti che cercano lavoro e trovano soltanto stage e stipendi che assumono le sembianze di buoni pasto da cinque euro al giorno – l’esatto inverso di quando le nonne ti porgono una banconota da cinquanta euro e dicono che con quella ti ci puoi comprare le caramelle – mi sono psicoticamente abbarbicato agli ultimi scampoli di vita universitaria: due idoneità da conseguire e la scrittura della tesi. Non mi decido a conseguire le idoneità e a finire la tesi perché fuori dal guscio delle cose da fare impazza la pestilenza delle cose che non ci è concesso fare.

 

La mia forma di luddismo consiste nel suo ribaltamento: accendo il portatile e lo uso. Giro su facebook, mando mail, scrivo e riscrivo parti della tesi, conduco verso il finale il mio nuovo romanzo, scrivo i racconti che mi chiedono, scrivo il pezzo che state leggendo – questo mugugno, questa tirata di sciacquone che state leggendo –, chiacchiero su skype, ascolto musica, vedo qualche serie tv. Così, fino a quando non mi accorgo che dovrei mangiare, uscire per comprare le sigarette, chiamare la mia ragazza. E allora faccio anche queste cose.

 

Cos’hai sempre da mormorare nel sonno che mi svegli, chiede la mia ragazza quando la chiamo. Non ricordo mai quello che sogno, le rispondo. E non le dico che sogno di continuo che mi laureo e, dopo aver festeggiato con parenti e amici, esco dalla facoltà e tutt’intorno trovo una specie di deserto post-atomico e a quel punto, di continuo, mi casca dalla mano il bicchierino di plastica col brachetto dentro. E il liquido, versatosi sull’arida terra post-atomica, sembra una macchia di sangue.

 

di Roberto Mandracchia  [TerraNullius]

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10 Febbraio 2012