Sensi unici in contromano

Tornata dall’Erasmus nel 2005, fuori corso di un anno, la laurea in Lingue mi sembrava sempre più distante e meno necessaria alla mia esistenza. Già allora era evidente che non ci avrei fatto molto con quel pezzo di carta. In Francia avevo conosciuto il mio futuro marito, mio coetaneo, marocchino, solo che lui a differenza di me l’università non la poteva finire perché mancavano i soldi, che mamma dal Marocco non mandava più da anni. Fuori dal normale corso di studi in Francia il permesso di soggiorno non viene rinnovato, quindi comincia la vita da clandestino. Al mio rientro in Italia decide di venire con me, sperando che i vari zii emigrati a Milano lo possano aiutare a trovare un lavoro, ma tutti si dileguano e lui rimane da solo, senza un posto dove stare, senza documenti, in un paese che non conosce e di cui non parla la lingua. Decidiamo quindi di sposarci per regolarizzare la sua posizione in Italia, a 23 anni, entrambi senza lavoro, senza soldi, senza una casa e senza una laurea. Non pretendo che la mia scelta sia stata la più sensata e ponderata che potessi fare, anzi, ma non sento nemmeno il bisogno di venire compatita. È stata una decisione che mi ha portata lontana dal normale corso della vita dei miei coetanei e tutto sommato ne sono fiera. Così mentre i miei ex compagni di liceo erano impegnati in master e stage tra Milano e Londra, io passavo giorni in lunghe e demoralizzanti attese al consolato marocchino e in questura per un permesso di soggiorno.

 

Dopo aver ottenuto il titolo di soggiorno mio marito trova un lavoro in una ditta di ponteggi (lui studiava ingegneria meccanica, niente a che vedere) dove il titolare sa a mala pena fare di conto e i colleghi sono dei simpatici illetterati neofascisti che gli fanno ben capire quanto il clima sia diverso in termini di tolleranza tra la Francia e l’Italia, uno spasso. Si fanno tutti di coca per sopportare il lavoro, che è molto faticoso e logorante, guardano Il Grande Fratello e fanno le addizioni sulla punta delle dita. Anch’io comincio a lavorare in una ditta di ricami come segretaria, lasciando in secondo piano l’università. I miei però ritengono indispensabile che io termini i miei studi, nei quali avevano riposto una certa quantità di soldi e di speranze, quindi, per non perdere la sessione di laurea invernale, mollo il lavoro (i miei erano disposti a pagare per il mio mantenimento) e mi concentro sugli esami e sulla tesi. Mi laureo nel gennaio 2007 con 103/110.

 

Trovo un lavoro nel marzo 2007 in aeroporto come impiegata di banco presso un’importante azienda di autonoleggio. Lo stipendio è buono, se mi comporto bene (ergo testa bassa e lavorare senza lamentarsi) potrebbero anche trasformare il mio contratto in indeterminato. Anche in quell’occasione però le mie priorità erano diverse e così rimango incinta. Di nuovo non pretendo che la mia sia stata la scelta più condivisibile, ma all’epoca il pensiero di avere un figlio veniva prima di quello di avere un lavoro fisso, non c’era ancora la paura della recessione e la disoccupazione alle stelle che ci sono adesso, pensavo che un lavoro del genere in aeroporto l’avrei sempre ritrovato. Dopo la nascita del bambino nel 2008 passo due anni in cerca di lavoro, saltando da un posto all’altro, mai per più di due mesi di fila: commessa, postina, bidella, cameriera ai piani in un albergo... quest’ultima esperienza è stata sicuramente la peggiore, perché in una delle camere che dovevo pulire sparirono dei gioielli e tutti gli addetti al piano furono interrogati dai carabinieri in commissariato, ebbi veramente paura che qualcuno volesse fare ricadere su di me, che ero l’ultima arrivata e ancora un po’ ingenua, la colpa del furto.

 

Intanto naturalmente il grosso delle entrate veniva dal lavoro di mio marito, molto duro ma ben pagato, e da mia madre, che preoccupata dalla mia situazione precaria aveva deciso alla nascita del bambino di comperare un appartamento dove noi potessimo vivere senza doverci preoccupare di pagare il mutuo o l’affitto. Nel 2010 ritrovo lavoro in aeroporto, stesso settore, stesso impiego, solo la società è diversa. Ci lavoro per un anno e mezzo, anche lì lo station manager è un illetterato cocainomane con cui alla fine entro in contrasto perché non tollero la sua presunzione neofascista, il quotidiano sfoggio della sua ignoranza e la sua abitudine a truffare i clienti. Alla scadenza il mio contratto non viene rinnovato, il mio capo mi dice chiaro e tondo che in quell’ufficio, finché ci fosse stato lui, non avrei mai più potuto lavorare, che sono un’impiegata valida ma che non so tenere le mie considerazioni personali per me. Certo, avrei potuto tenere la bocca chiusa... In realtà però la società è in grossa crisi, vende la maggior parte dei veicoli in flotta, riduce l’orario dell’ufficio da sedici a dodici ore al giorno, comincia a ritardare i pagamenti degli stipendi, obbliga i colleghi a smaltire tutte le ferie residue per non doverle pagare, si dice che l’anno prossimo verrà assorbita da un’altra società e cambierà nome, che si aspetta solo la capitalizzazione da un grosso investitore brasiliano... insomma io ero in esubero, e la prima dei dipendenti a tempo determinato con il contratto in scadenza, quindi in realtà il mio silenzio non sarebbe valso un rinnovo.

 

Adesso ho quasi trent’anni e sono disoccupata da due mesi, mio figlio ha quasi quattro anni, mio marito continua a lavorare nei ponteggi. Ecco, lui nel frattempo si è fatto strada in quel mondo, è andato a lavorare in una ditta dove lo pagano meglio, è diventato caposquadra, impresari e ingegneri lo conoscono e vogliono lui nei loro cantieri, perché è preciso, di poche parole ma schietto, e sa fare il suo mestiere. Io divido la mia giornata tra la gestione del budget famigliare, ovvero come risparmiare su luce-gas-acqua-telefono-internet-spesa, l’assistenza a mia nonna ottantasettenne in piena demenza senile con una badante a cui manca l’Ucraina, mio figlio di quattro anni, che ha sempre voglia di giocare e nonostante abbia una madre a volte un po’ depressa non si perde mai d’animo, lunghe passeggiate e giri in bici nei boschi in cui fotografo tutto ciò che vedo. Ho pensato anche a iscrivermi alla Laurea magistrale in Lingue, dato che con la mia Laurea triennale non posso accedere all’insegnamento (merito di una famosa riforma che avrebbe dovuto agevolarci e parificare l’Italia al resto d’Europa), perché non si sa mai che un giorno o l’altro decidano di riaprire i concorsi per l’assunzione di nuovi insegnanti nella scuola pubblica, ma l’università costa troppo (a differenza degli altri paesi europei, dove lo studio è un diritto e non un lusso), e sarebbe comunque un investimento a fondo perduto, visto che per il momento servirebbe solo a passare il tempo e non di certo ad assicurarmi un lavoro.

 

Non ho bisogno della sfera di cristallo per capire che per mia madre, che ritiene l’indipendenza economica una condizione indispensabile alla vita di una donna, sono una specie di fallimento, una che prende sempre i sensi unici in contromano e si trova poi a sbattere la faccia contro il muro della realtà... Il suo sguardo è significativo quando pensa: “Non capisco proprio dove posso aver sbagliato, le ho pagato le vacanze studio a Londra e a Dublino, il corso di sub a Nizza, l’Erasmus a Strasburgo, le ho dato tutti i mezzi materiali a mia disposizione per avere una vita lavorativa di successo e per essere una donna realizzata e invece... questo è il risultato, mantenuta dal marito marocchino, senza aspirazioni professionali, completamente priva di spirito di competizione, le piace cucinare, leggere, è intelligente, ma cosa ci vuoi fare di queste cose nella vita?”.

 

Io intanto penso che a marzo forse mi assegneranno un pezzo di orto comunale, dove vorrei sperimentare la coltura sinergica e coltivare i miei ortaggi biologici, penso che ho appena ordinato su internet una grammatica teorico-pratica di arabo – visto che metà della famiglia è marocchina perché non approfittarne? – e non mi sento poi tanto male pensando al futuro. Non provo più l’angoscia di qualche anno fa davanti alla prospettiva di non trovare lavoro, ho trovato un punto di equilibrio che mi fa valutare le mie scelte insensate, ma anche il contesto storico attuale, in una prospettiva più ampia, non mi tormento più con i sensi di colpa per non aver saputo tenermi il lavoro quando c’era, non mi lacera più il pensiero di non poter essere utile economicamente al mantenimento della mia famiglia. Faccio la mamma e lo faccio nel modo migliore che conosco, insegnando a mio figlio il rispetto per la natura e per tutti gli esseri viventi, ascoltandolo, imponendogli delle regole e dei limiti, trasmettendogli la mia cultura.

Penso che quando ho voluto un figlio mi sono impegnata in un progetto di vita che devo portare avanti in modo coerente, quindi cerco di essere coerente, il lavoro prima o poi verrà.

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