Sfaticato sketches

Il lavoro nobilita l’uomo (detto italiano).

 

Non sei mai stato tanto impegnato come da quando sei sfaticato. E no, non è la vecchia battuta “anche cercare lavoro è un lavoro, peccato che nessuno ti paghi per farlo”. È proprio che tieni che fare: finisci una cosa rimasta in sospeso dal vecchio lavoro, fai una cosuccia per un sito che per il momento non ti promette niente ma domani chissà, fai un piacere a un amico, dai una mano in casa, tempo ne hai, no? No.

 

Sfaticato - agg. e s. m. [f. -a] (region.) che, chi non ha voglia di lavorare, di far nulla. Etim.: senza fatica, cioè senza lavoro, da cui poi nell’uso corrente il passaggio dalla condizione oggettiva a quella soggettiva.

 

Sicché quando ti hanno proposto di scrivere un pezzo sulla tua condizione di sfaticato, hai subito chiesto: Maaa.... pagate? Eh no, ti hanno risposto, altrimenti non saresti disoccupato. Logica ferrea, sti intellettuali post-contemporanei.

 

 

 

Hombre que trabaja, perde tiempo (detto messicano).

 

Te lo ricordi quando preparavi l’esame di Diritto del lavoro (o era Economia politica?) che si faceva una distinzione tra inoccupato e disoccupato: il primo non ha trovato ancora un impiego, il secondo è colui che aveva un’occupazione, l’ha persa e non riesce a trovarne altra. Quello che il testo universitario ometteva di spiegare, è che a te sarebbe capitato di sperimentare entrambi gli status.

 

Te l’avevo detto io...! Ma cosa, mamma? In generale.

 

Non sei mai stato tanto impegnato come da quando sei sfaticato. Certo, alcune cose si dilatano: a leggere il giornale ci metti una mezz’ora in più, e anche a cucinare inizi un’oretta prima. Ma la maggior parte del tempo la passi a cazzeggiare su Facebook. Però ti accorgi che quasi tutti i tuoi amici sono lì, e a postare articoli del Guardian, o pezzi progressive di venticinque minuti. O sono disoccupati come te, o si stanno arrubbando lo stipendio.

 

Com’è bello lavorare sulla tangenziale, con le mani rosse che ti fanno male, e i ricordi che camminano a duicient’all’ora / e ti entrano dentro senza far rumore (Pino Daniele, E il mare).

 

Nel giornale locale ho sentito parlare di quattro euro e mezzo ad articolo, si lamenta un tuo amico su Facebook. Le operaie di Barletta morte sotto il crollo di una palazzina lavoravano in nero per quattro euro all’ora, titolano i giornali. C’è una differenza, e non è solo di mezzo euro: per fortuna, te ne rendi ancora conto.

 

 

 

 

Arbeit macht frei (scritta tedesca).

 

Te lo ricordi quando preparavi Economia politica (o era Diritto del lavoro?), la disoccupazione detta fisiologica. Il manuale spiegava: una parte di questa percentuale è data da quelli che hanno perso il lavoro e non ne hanno ancora trovato un altro, la restante parte da quelli che hanno rinunciato a cercarlo (cd. disoccupazione volontaria). E anche allora il manuale non diceva che pure questo ti sarebbe toccato di provare.

 

L’Italia è una repubblica democratica fondata … (omissis).

 

Ma insomma si può sapere, che cavolo fai dalla mattina alla sera? Ti ricordi quando faticavi, e dicevi ah, tenessi un poco di tempo libero: farei volontariato, riprenderei a giocare a tennis, leggerei i Fratelli Karamazov, metterei su un trio bossa-nova, farei un piccolo orto sul balcone. Mo’ di tempo ne hai non poco, ma da casa esci meno di prima perché ti senti in colpa. La chitarra è lì che s’impolvera, perché appena inizi a suonare ti senti in colpa. Se prendi un libro prima delle dieci di sera ti senti in colpa, e anche se un amico posta su Facebook un pezzo progressive non lo metti perché poi si capisce che non stai facendo niente e ti senti in colpa. Insomma, pare che il principale lavoro di chi è senza lavoro non è cercare lavoro, ma sentirsi in colpa.

 

(alla fine perché l’hai scritto così, tutto a pezzettini? Eh, perché fare un articolo vero era troppo una fatica)

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