Donne fotografe: pioniere, rivoluzionarie visionarie

Sono tre volumetti e più di 180 donne a comporre un excursus della fotografia al femminile da metà Ottocento fino ai giorni nostri.

Volendo partire dalle fondamenta, si scopre che il progetto editoriale di Donne Fotografe è stato curato e diretto da Sarah Moon, pilastro della fotografia di moda e vedova di Robert Delpire, ideatore della collana di divulgazione fotografica Photo Poche – arrivata in Italia col nome di Foto Note ed edita da Contrasto, di cui questi tre libri fanno parte.

Con Donne Fotografe ci si trova di fronte come a una piccola enciclopedia tascabile, agile e accessibile, che non ha bisogno di troppe spiegazioni: si vuol tirare fuori dal dimenticatoio o semplicemente ricordare l’esistenza di tutte le donne fotografe da quando la fotografia è nata, probabilmente sfruttando un periodo fertile e particolarmente attento al tema del femminile. 

Per farlo, la struttura utilizzata è molto semplice: si associa a ogni fotografa una nota biografica e una sola immagine della sua produzione. 

 

La curatrice dell’apparato critico, Clara Bouveresse, così annuncia nella premessa del primo libro: “Questi piccoli volumi non hanno l’intento di ‘riparare’ o ‘rendere giustizia’, ma cercano di essere complementari alla pubblicazione di opere monografiche consacrate alle fotografe, che devono ormai essere una priorità.” E ancora, un'altra importante dichiarazione: “Abbiamo incluso autrici di tutto il mondo, nonostante a predominare siano le occidentali, e soltanto perché a oggi sono quelle meglio integrate nei circuiti di diffusione del mondo dell’arte e della fotografia.” 

Saputo ciò, si può iniziare a ragionare su quanto segue. 

Abbiamo così una sintetica carrellata di nomi, biografie e immagini, volte a una prima divulgazione per iniziare a rendere orecchiabili nomi fino ad ora ignoti o sentiti poche volte, associandoli a fotografie fino ad ora non abbastanza considerate, andando così a rinfoltire l’immaginario e l’archivio mentale di storici o semplici appassionati. 

 

Ha in effetti il sapore del primo passo, della sicurezza che dà avere una prima panoramica generale del mondo che si vorrà poi andare ad approfondire e scoprire meglio. 

È probabilmente un’operazione editoriale più facile da accogliere oggi che non fino solo a un paio di decenni fa, dato che la curiosità stimolata di pagina in pagina, di fotografia in fotografia, può venire saziata subito coi mezzi d’informazione, così da colmare quel senso di incompiuto lasciato volutamente attorno a ogni singola immagine e stimolato invece dal breve testo che le accompagna. 

Ogni volume ha un sottotitolo: “Pioniere”, “Rivoluzionarie” e “Visionarie”.

Leggendo le varie biografie nel primo volume ci si rende conto di un paio di aspetti cruciali, ovvero il successo che le fotografe donne potevano ottenere in vita in campi commerciali come il ritratto o la moda, o artistici, venendo accolte dai più importanti movimenti di ricerca sia artistica, sia fotografica. 

Ci sarebbe un terzo “sia” da aggiungere, il più importante, che unisce i primi due e nato proprio nel primo decennio del Novecento grazie ad Alfred Stieglitz, che per primo volle unire il concetto di fotografia a quello di arte, innalzando il valore della prima a quello della seconda e togliendo dal pantano della mera riproduzione mimetica la tecnica fotografica. 

 

 

Molte donne, si scopre leggendo, presero parte al movimento di Stieglitz, la Photo Secession, nata nel 1902, ed è curioso vedere intrecciarsi più nomi attorno ad esso scorrendo man mano le molte vite del primo volume, quasi ritrovando più personaggi all’interno di un’unica trama.

Per l’appassionato non ancora avvezzo alle fasi della storia della fotografia inizieranno a essere familiari termini come “Pittorialismo”, o nomi di fotografi di riferimento come Laszlo Moholy-Nagy, o ancora i principali temi di discussione su cui si basavano le prime ricerche formali in fotografia, come il “fuori fuoco”, vera innovazione espressiva capace di dividere l’opinione pubblica. Si ritrova così la radice autentica dei passi che si stanno compiendo oggi in questo campo, riuscendo a visualizzarli in modo fresco e diretto. 

 

Foto di Imogen Cunningham

 

In un viaggio inizialmente concentrato tra il Regno Unito, la Francia e gli Stati Uniti, ci si sposterà sempre di più verso i paesi tedescofoni, Germania e Austria in primis, come anche in Ungheria, Polonia e Spagna approdando al secondo volume, quello delle “Rivoluzionarie”. 

Nell’arco dei decenni tra il 1937 e il 1970 e nel loro marasma socio-politico si muovono donne in fuga dai regimi totalitari, potendo sviluppare solo altrove la propria ricerca, o donne verso i regimi totalitari, come reporter di guerra, e tante altre. 

Si noteranno filoni di indagine etnografica molto diffusi e forse favoriti dalle migrazioni dall’Europa, e si noteranno altri nomi ricorrenti, come il Gruppo f/64, in opposizione al Pittorialismo, attorno al quale di nuovo girano numerose donne attratte dall’innovativo tipo di sguardo che proponeva.

Si inizieranno così a intravedere sempre più vicine le basi della fotografia che ancora oggi usiamo come modello di riferimento, nella moda come nella street photography. 

La sensazione cui si arriva e verso cui si è guidati naturalmente – naturalmente e necessariamente, nel senso di conseguenza indispensabile – è quella di non fare più riferimento con stupore alla ricerca delle donne fotografe nella storia della fotografia e alla sua qualità, bensì assimilarlo come tacita consapevolezza. 

 

Sfogliando i tre volumi, infatti, si ripassano o si scoprono le varie tappe della storia della fotografia quasi senza accorgersi che si sta parlando soltanto di donne. 

Ciò di cui ci si rende conto nel substrato di questo percorso, quindi, avendo molto o poco presente il tipo di ricerca e i risultati dei pilastri maschili della fotografia è che non si rilevi alcuna differenza di qualità estetica, formale o contenutistica. 

Ovvero, pur essendo una carrellata di sole donne, vale come percorso per addentrarsi nella storia della fotografia in generale, e non unicamente circoscritta a un discorso di genere. 

Tanto che, tenuto conto di questo primo affaccio al panorama della fotografia al femminile, sicuramente col valore di “accenno” e non di approfondimento sulla poetica e sulle immagini di tutte le donne riportate, la diretta conseguenza e quindi il secondo passo sarebbe quello sicuramente di dedicare opere monografiche e mostre a molte di loro, ma soprattutto di integrarle in un discorso totale della storia della fotografia. 

 

Foto di Sarah Moon

 

Afferma sempre Clara Bouveresse nella premessa al terzo volume, quello delle “Visionarie”, che ripercorre le vite delle fotografe tra il 1970 e il 2010: “Inoltre le politiche volontaristiche che pongono l’attenzione sulle donne possono avere risultati perversi che fanno pesare su di loro il sospetto di un riconoscimento indebito, semplice frutto di misure paritarie.” Anticipando così la possibile – ma infondata – critica a questo riguardo. 

È un primo passo che serve a consegnare al lettore una panoramica accurata dalla quale potrà o meno muovere autonomamente successive ricerche, azione che nasce spontaneamente dalle prime pagine. 

Il terzo volume è quello aperto, quello in cui si riconoscono la maggior parte dei nomi perché ancora molto in circolo nell’immaginario, nelle riviste, nei musei contemporanei.

Anche geograficamente si ha un’apertura e un’inclusione di Paesi prima non ancora citati, come l’Iran, il Giappone, la Lettonia, la Finlandia, il Portogallo.

Le tematiche, sempre più vicine a noi, spaziano dalle conseguenze nefaste della Seconda Guerra Mondiale a indagini sociali sull’onda del nuovo umanesimo fotografico di metà Novecento fino a ricerche sul mondo intimo del quotidiano. 

 

Tenendo conto che la fotografia è indubbiamente tra le arti più giovani e tra quelle ancora meno esplorate, nonostante l’esplosione di interesse nei suoi confronti soprattutto nell’ultimo paio di decenni, un’operazione simile a quella di Donne Fotografe avrebbe un significato forse anche al maschile? 

Molte realtà di divulgazione fotografica di massimo livello come la galleria Il Diaframma di Lanfranco Colombo a Milano (o l’Agorà di Torino, che io stessa, torinese, conosco solo come leggenda) non esistono più, facendoci assistere così a una progressiva perdita di terreno sotto i piedi, un terreno in continua concimazione dalla seconda metà dell’Ottocento. Perdita che lascia fluttuare nel vuoto le molte mostre di fotografia contemporanea promosse in tutto il mondo. 

Che stia, quindi, Donne Fotografe iniziando a colmare una lacuna presente su entrambi i fronti? 

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