Donnellan: un vendicatore al tavolo da tè

Ricordate il protagonista di Sottomissione di Houellebecq, quel disilluso professore universitario esperto di Huysmans? In François possiamo facilmente riconoscere una beffarda e trasparente rappresentazione del ceto medio intellettuale di sinistra: mentre i rivolgimenti della Francia distopica proseguono giorno dopo giorno, François continua a comprare Libération e a bere vino, e infine si scoprirà disposto a ‘sottomettersi’ ai nuovi dominatori purché la sua carriera accademica e la sua vita possano continuare.

In queste settimane, mentre la lettura della cronaca politica sposta ogni giorno di un poco il nostro orizzonte del possibile, rischiamo di incarnare François: continuiamo per lo più a portare avanti le nostre attività lavorative e intellettuali, come se non fosse in atto una sistematica erosione di alcuni dei diritti che reputiamo inalienabili e fondamentali. 

E persino il teatro – quel teatro che difendiamo con forza, e di cui siamo disposti a dichiarare l’utilità politica – rischia talvolta di diventare come la lettura di Libération di François: un rito per pochi, la confortante rassicurazione che la nostra vita, in fondo, non è tanto diversa da prima. L’impressione di un insanabile iato tra ciò che accade nelle nostre sale e quello che sta continuando ad avvenire fuori è, di volta in volta, più o meno forte; e non è un’impressione legata necessariamente all’oggetto o all’argomento della messa in scena.

 

 

Declan Donnellan, invitato al Piccolo Teatro per un’importante coproduzione internazionale, sembra essersi posto il problema: la star internazionale della regia shakespeariana ha infatti dichiarato, tra interviste e conferenze stampa, che la sua Tragedia del vendicatore ha molto da dire alla contemporaneità. Il testo di Thomas Middleton (un quasi contemporaneo di Shakespeare qui rielaborato dallo stesso Donnellan), contiene secondo il regista trasparenti similitudini con la politica attuale, e tocca nel vivo la questione del consumismo: “la natura umana ci fa sempre comportare nello stesso modo”, si legge nel libretto di sala, “e il consumismo non ha intaccato l’animo umano dai tempi più remoti?”. Qualcosa, in effetti, risuona. C’è un vecchio duca che non esita davanti a nulla pur di appagare le proprie voglie (il sempre ottimo Massimiliano Speziani); ci sono i rampolli della famiglia che non risparmieranno nessuno pur di ottenere potere; ci sono madri che, di fronte alla prospettiva del guadagno, sono disposte a rivedere il proprio sistema educativo in un batter d’occhio, e si rivelano pronte a spronare le figlie affinché diventino più disponibili e meno bacchettone. Ma il motore di tutto è la vendetta, tremenda vendetta: e se non fosse sufficiente il titolo dell’opera a ricordarcelo, e se non fosse sufficiente neanche il nome del protagonista (Vindice, qui un convincente Fausto Cabra) ci pensa una scritta a caratteri cubitali che viene proiettata sulla scenografia proprio all’inizio dello spettacolo. 

 

 

Difficile sostenere, in effetti, che sete di potere e desiderio di vendetta non siano questioni universali e sempre attuali. Ma è sufficiente, questa dichiarazione d’intenti, per aprire un vero dialogo con il contemporaneo, con il pubblico di oggi, con la vita là fuori? Lo spettacolo, ben recitato da una squadra di quattordici attori italiani, ha un’estetica tutt’altro che polverosa e paludata: Donnellan, da ottimo professionista, sostiene con ritmi a orologeria un’ora e cinquanta, divertendosi a giocare con una pennellata di dark, un pizzico di grottesco, e una spolverata di splatter; le scene e i costumi di Nick Ormerod non cercano una forzata attualizzazione, ma sono indubbiamente contemporanei. Quello che vediamo sul palco è ben fatto e funzionale alla storia: si aprono e si chiudono porte, intere stanze vengono sbalzate fuori con tanto di carrelli, compaiono dipinti proiettati di Tiziano, Piero della Francesca, Mantegna, in omaggio all’ambientazione italiana dell’opera. 

Eppure nulla, di quello che vediamo, ci comunica urgenza; abbiamo l’impressione, al contrario, di inseguire la complessa trama di Middleton con il solo scopo di sapere come va a finire, di perderci nella rete dei legami parentali e nei fili del diabolico piano di vendetta come potremmo perderci tra le pagine d’intrattenimento di un romanzo di Faletti. Guardiamo i personaggi, seduti a un tavolino, parlare di moralità mentre sorseggiano tè e ci domandiamo, in definitiva, perché mai tutto questo dovrebbe toccarci in profondità. 

 

Certo Middleton non è Shakespeare, e al testo manca forse la capacità far emergere a sbalzo dalle intricate vicende profili di sorprendente altezza e bassezza umana. Questo non toglie la sensazione, quando di esce dalla sala, di aver avuto di fronte una rodata operazione di raffinato mestiere; ma ci sono momenti storici in cui fare il proprio mestiere – anche se lo si fa molto bene – può non essere abbastanza.

 

La tragedia del vendicatore è in scena al Piccolo Teatro Strehler fino al 16 novembre.

Le fotografie sono di Masiar Pasquali

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