Albicocca, bicicletta, Cuba

Sei cose sullo scatto fisso

0.

Prendi una bicicletta da strada, coi copertoncini lisci per minimizzare l’attrito; togli le luci, togli il campanello, togli i parafanghi se ci sono; togli la ruota libera, cioé il meccanismo che permette di andare avanti per inerzia, senza pedalare: resta una specie di scheggia sottile e quasi invisibile nel traffico, velocissima, che costringe chi la guida a un movimento costante e integrato, il corpo solidale con la ruota posteriore. Fatto? Bene. Ora togli i freni.

1.

Da qualche anno sono apparse nelle città italiane delle biciclette diverse. Sono molto essenziali nella forma; sono vintage; sono spesso senza freni, e sempre senza la ruota libera. Sono un adattamento urbano di quelle usate nelle competizioni su pista, che fanno a meno di freni e ruota libera perché votate alla velocità; per frenare si fa forza ai pedali in senso contrario a quello di marcia, rallentando o bloccando del tutto la ruota posteriore. Se si continua dopo la fermata, si parte all’indietro.

Le biciclette a ruota fissa si sono diffuse negli Stati Uniti nelle cooperative di portalettere, per ragioni pratiche (minor manutenzione) e identitarie (riconoscibilità). C’era anche la questione dei furti: andare su una bici a ruota fissa, per chi non l’abbia mai fatto, è particolarmente controintuitivo, ed è probabile che chi provasse a rubarne una lasciata un istante accanto a un portone si ritrovi con la faccia a terra nel giro di pochi metri. L’abitudine a usare un tipo speciale, difficile, identificabile di bicicletta ne ha generate altre, fra cui quella di fare gare informali di velocità e agilità, su tracciati urbani. Come capita, queste abitudini sono diventate una comunità, poi una sottocultura, poi una moda; e questa è arrivata in Italia.

La cosa non sarebbe particolarmente rilevante, se non fosse per due fattori. Da una parte, è una moda diversa dalle altre. Le biciclette a ruota fissa richiedono una certa manutenzione, e anni fa erano difficili da reperire: o si cercavano vecchie bici da pista nel garage dei nonni, o si costruivano da sé. In entrambi i casi c’era una componente orizzontale, fatta di riuso e di sviluppo personale, in contrasto con le logiche verticali e acquisitorie della “normale” moda consumistica. E però era una moda diversa dalle altre anche perché non era solo di importazione: era di re-importazione. Uno degli elementi cruciali della sottocultura “messenger” (detta così anche in Italia, perché “postino” fa pensare a Troisi) è infatti proprio la mitizzazione della cultura italiana delle biciclette da pista, fatta di vecchie Bianchi, velodromi e cappellini con la visiera ribaltabile. Anche quelli, adesso, sono tornati in produzione.

2.

Chi usa una bicicletta da pista (e non fa né l’atleta, né il postino a Manhattan) sosterrà di usarla perché è più semplice. Questo, ovviamente, è falso: la maggiore semplicità del meccanismo non si traduce in una maggiore semplicità d’uso, altrimenti un calcolatore valvolare da sessanta metri cubi sarebbe più user-friendly di un iPhone. Il meccanismo di frenata è scomodo e inefficiente, poiché frena solo la ruota posteriore, e quindi fa perdere aderenza. La catena è sottoposta a sollecitazioni per cui non è stata progettata, e spesso si spezza, lasciandoti senza alcun modo di fermarti; lo stesso vale per le ginocchia, logorate dello strano sforzo necessario a bloccare le ruote durante la corsa. Tutto questo lo so per esperienza: sia dei problemi, che delle scuse accampate per ignorarli.

E in cambio cosa si vince? Be’, la ruota fissa offre una serie di possibilità precluse a una bici normale: andare all’indietro, che è comunque difficilissimo, o restare in equilibrio a lungo sui pedali senza mettere il piede per terra, pratica nota come surplace, e molto diffusa nelle gare su pista, prima di essere vietata perché rendeva le gare noiose. Adesso il surplace compare con una certa frequenza ai semafori di Milano, chiudendosi il più delle volte in uno schianto, ma ogni tanto no. C’è, poi, la cosiddetta pedalata tonda – l’andatura regolare, elegantissima della bici a ruota fissa, che costringe la gamba a un movimento continuo e più omogeneo di quello consueto; c’è una certa dose di agilità in più, derivante dalla possibilità di sfruttare lo slancio impresso dai pedali (che girano sotto i tuoi piedi) per gettare in avanti il corpo a contrappeso in curva, al contempo frenando e stringendo la sterzata in un movimento inconfondibile della ruota fissa; e però è tutto.

C’è anche tutta l’epica della sottocultura, fatta di gare ed esortazioni filosofiche ad amare il silenzio e la semplicità di qualcosa che è tutto fuorché semplice, ed è silenzioso solo se usato fuori dal traffico – quindi, mai. Quest’epica circolava in una mailing list in cui si discuteva molto, anche, di tecniche per costruirsi lo scatto fisso da sé (non è semplice come sembra); lì ho imparato quasi tutto quello che so, quando, tornato da un viaggio negli Stati Uniti, mi decisi anni fa a farmi anch’io una bici di quelle, che adesso spira in cantina con tutti i resti delle versioni noi stessi che non siamo più.

3.

Ho scritto in quella mailing list una sola volta – in occasione di una discussione piuttosto animata nata, se non sbaglio, quando un ragazzo di Torino aveva postato una foto che raffigurava la vetrina di un negozio di moda con, in bella vista, una bicicletta a ruota fissa. Era accompagnata da un messaggio esultante; l’idea era che un’opera di diffusione fatta partire dalla sottocultura fosse arrivata al successo, raggiungendo il mainstream. Le risposte sono arrivate subito. Quasi nessuno la pensava così.

I partecipanti alla mailing list si sono subito divisi in modo molto netto; alcuni parlavano di svendita e di assimilazione. C’erano molti tentativi di distanziarsi da questi nuovi arrivati, che compravano biciclette costose e colorate senza il tempo e la voglia di imparare a costruirsele da sé – e che quindi, in qualche modo, erano immeritevoli di possederle. Altri, invece (fra cui mi sono messo anche io), sostenevano che la moda, in questo caso, fosse un bene: certo, idealmente la gente dovrebbe andare in bici per ecologismo o per passione, e non per sembrare più cool. Ma la distinzione è arbitraria: quello che conta, credo, è che si vada il più possibile in bicicletta. Penetrare in un immaginario dominante è parte cruciale di questa battaglia, e lì si entra solo dalla porta della moda. Non importa perché lo fai: basta che tu lo faccia. Ma davvero?

4.

Una digressione come pausa, per lasciar sedimentare a fondo la domanda: le albicocche.

Una delle cose che più mi hanno affascinato, quando all’inizio dell’università ho studiato linguistica, è stato il fenomeno dei prestiti di ritorno. L’esempio che ricordo era quello dell’albicocca. Detta nel latino spagnolo praecoquus (perché primo dei frutti tardoprimaverili), gli invasori arabi ricalcarono il termine in al-barqûq, apponendovi l’articolo; di questo gli spagnoli fecero albaricoque, e noi albicocca, perdendo traccia di quel “precoce” che pure era, in origine, già nostro. Volendo forzare una lettura morale di questa storia di mari e conquiste, potremmo vederci il caso di qualcosa di buono che ci eravamo scordati di avere; o, anche, di qualcosa che prima disprezzavamo e ci sembra buono soltanto perché lo usa qualcuno che ammiriamo.


5.

Sono passati cinque o sei anni. Ho lasciato la mailing list e la bicicletta a ruota fissa, per pigrizia o inutilità; il sito della comunità ha chiuso. Suppongo che gli appassionati di ciclismo, quale che sia la loro ruota, continuino a scorrazzare con agilità e circospezione nel traffico del nord-Italia; suppongo che gli odiatissimi latecomers saranno in realtà molto felici delle loro bici costose e colorate; suppongo che gli appassionati di sottoculture esclusive ne abbiano trovata un’altra da presidiare prima dell’arrivo del popolo bue.

E le biciclette? Be’, quelle se ne vedono un po’ di più in giro, alcune con la ruota fissa, altre senza. Hanno cominciato a comparire sempre più spesso nelle vetrine e nelle pubblicità, segno che in qualche modo questa colonizzazione dell’immaginario commerciale sta avendo successo – e probabilmente le due cose sono legate, e la causa dell’ambientalismo di certo ne è aiutata. Chissà quanto ha aiutato la causa cubana, il primo venditore di magliette del Che.

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