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Chiusure

All’inizio non c’erano proprio. Del resto, spesso non c’era nemmeno l’asfalto, il che ci rendeva esperti della devianza indotta sulle bici dai solchi; fini intenditori dell’acutezza dei sassolini che ci avrebbero tagliato la pelle cadendo; e conoscitori di parecchie altre faccende derivanti sia dalla profondità delle ferite sia dal felice abbandono delle bici nei prati.



Il primo non me lo ricordo bene. Benché mio fratello ne avesse uno, a cerchietto, sulla ruota posteriore della sua snella bici celeste, e dunque possedesse una chiave che a me non era concessa anche perché l’avrei subito persa, come quella del diario, io non credo di averlo veramente né voluto né capito fino ai vent’anni, quando arrivai nella città dove vivo, poco dopo la metà degli anni Settanta.



Nella città arrivai quando l’epoca del felice abbandono delle bici – nei prati lungo i muri nei cortili sul lungomare alla stazione – era già universalmente data per finita. Poiché venivo da un paese, io non mi ero accorta affatto che l’epoca si fosse conclusa. Del resto, di fronte alle conclusioni io ero e rimango lenta, insicura e fondamentalmente incredula.
Mi ci adeguo solo per ubbidienza. E così, sebbene dentro di me continuassi a ritenere sacrosanto il felice abbandono delle bici, tuttavia per generale raccomandazione dotai la mia di una specie di laccetto forse blu – mi pare che fosse di metallo rivestito di plastica – che, certo, aveva una serraturina a cilindretto e una chiavetta. E di sicuro ricordo che la serratura si arrugginì presto. E la chiavetta la perdevo, sia che la aggregassi al mazzo delle chiavi di casa, di cui ero diventata fresca reggente, sia che la dotassi di un proprio vistoso portachiavi. In ogni caso tendevo a perdere le chiavi della bici.



Quando i primissimi anni Ottanta ci portarono nuove serrature, io le trovai eleganti. I dispositivi a  combinazione mi evitavano l’ansia di custodire le mie chiavi, ma mi imponevano di ricordare una serie numerica che adesso rammento: 3-6-9-3, era facilissima, ma che allora dimenticai di punto in bianco, senza rimedio. Ogni tentativo di far saltare il blocco del ricordo si rivelò inutile, e dovetti trascinare la bici dal meccanico, che tranciò di netto la chiusura. Cominciavo a capire i nuovi tempi: bisognava ricordare, anzi: ricordarsi di controllare di non aver dimenticato. Sempre controllare di non aver dimenticato la serie, la password, il codice d’accesso, il numero utente, il pin e il puk.



Non si controllava mai abbastanza, negli anni Novanta.
“Ma con cosa l’avevi legata?!” “…” “Ma è burro. Si taglia come il burro. Trenta secondi ci avranno messo!”, mi fu autorevolmente detto al furto della Prima. “Devi prendere una catena e un grosso lucchetto.”
“Con la plastica intorno!!”, mi fu consigliato dopo il furto della Seconda.
“Devi sempre, e dico sempre, legarla a un palo!”, dopo il furto della Terza.
Dopo la Quarta: “Un palo alto, non uno di quei paletti bassi, che te la sfilano alzandola!”. Qui replicai: “Ma… ma… ma… con il seggiolino dietro! Non si rubano le bici con il seggiolino dei bambini!”. E pacatamente mi fu spiegato: “Eh no: di più. Si rubano di più, cara. Ricordati di legarla a un palo alto. Un segnale stradale. Ma prima controlla che il palo non si sfili dal terreno, controlla sempre”.



Il furto della bici con il seggiolino da bambino segnò, si può dire, una svolta: molto lentamente, sordamente, mi arrabbiai. E il rancore avviò pratiche segrete e addirittura clandestine di ignoranza della realtà. Il felice abbandono delle bici voleva la sua vendetta, e malamente, oh sì, infelicemente, direi, la ebbe – un giorno funestissimo in cui, affrettandomi, lasciai la Quinta (una bellissima bici da città, ruote sottili) così platealmente aperta di fronte alle Poste Centrali.
“Non è solo arroganza, è protervia!”, mi fu fatto notare. “Alla Granduchessa la bici non la rubano, no!, lei può lasciarla aperta — tutto il mondo deve chiuderla ma lei può lasciarla aperta! Lei sì che può!”



Questa Quinta mi ha lasciato veramente un segno, mi ha trasformato. A questo punto della mia vita, il felice abbandono delle bici ha ormai perso ogni traccia di felicità, e senza aggettivo si rivela nella mia tarda maturità per quel che è: sventatezza infantile, giovanile imprudenza, protervia degli anni più ricchi.
Ho ben pagato il mio accesso alla realtà.
Con le orecchie basse e i talloni sui pedali mi avvio fuori dagli anni zero, così prudente, lenta, rassegnata, pronta a tutto. Ora ho una Berma Energy, non so se mi spiego, una porsche di bici, con un nome e due lucchetti.
“Tutto si taglia, per carità signora, ma noi abbiamo fatto la prova: per questa catena qui ci vogliono dodici minuti e per questo archetto qui, questo a U, almeno nove. Se loro sono in due, ci mettono dodici minuti e già sono molti; se invece è uno solo, ce ne mette ventuno che sono moltissimi, è impossibile che non passi nessuno per ventuno minuti. Certo, se poi passa uno con la flex, allora… ma dove si attacca alla corrente?”

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