Io vado a lavorare con la macchina. Poi torno da lavorare, sempre con la macchina. E mentre faccio avanti e indietro vedo queste persone disperate che si muovono in bicicletta. Mi danno un’idea precisa di precariato, i ciclisti, che mette l’angoscia. Soprattutto quelli con gli zaini e le valigie agganciate ai lati delle ruote. Io passo col braccio sinistro fuori dal finestrino, tre bottoni della camicia slacciati e gli occhiali da sole saldati dietro le orecchie, e sudo. E sudano pure loro, delle volte stanno lì a rigirarsi tra le mani la cartina unta di fatica, piegata a piacimento dal vento caldo all’ombra di una pianta secca a bordo strada che uno li vede, non ci pensa a queste cose e dice, Ah i cicloturisti in vacanza, mi piacerebbe farlo, mentre nello stesso istante realizzi e pensi col cazzo che lo farò. Che infatti se li osservi vedi che gli ronzano intorno api, zanzare e l’acqua non è più fresca, e ci sarebbe bisogno di una doccia, di una veranda, un letto, eccetera.

I ciclisti sono molto rumorosi. La meccanica del mezzo, proprio, tutti quei cigolii, rumorini metallici, fiato corto e colpi di tosse, che se sei steso a prendere il sole ti alzi e guardi la strada un po’ allarmato. Ah, no, è solo un ciclista. Io mi domando sempre, quando li vedo a faticare, specie le mogli dietro di qualche centinaio di metri, dov’è che vanno a morire la sera, quando fa buio, i ciclisti. Dove.

Ci sono pure quelli che vanno in bicicletta il sabato e la domenica. Che sono diventati arroganti da dimenticare la fila indiana preferendo un’ammucchiata a centro carreggiata. Secondo me dicono tra di loro, Tanto vale sorpassare una macchina, un trattore o dei ciclisti. Una volta quando ero più piccolo io mi ricordo il ciclismo come le maglie Del Tongo, le station wagon della Fiat al Giro d’Italia e l’Estathè. Ecco cos’era il ciclismo. Ed erano uomini soli con la fatica. Come Vona che zigzagava sfiatato sui tornanti. Sarà che ai tempi non avevo la patente. Poi sono diventato adolescente e sono andato in mountain bike con degli amici fino a Castiglione del Lago. Ci siamo buttati in discesa con le gole secche verso la pianura. Io ero l’ultimo e ho allargato una curva rischiando di finire sotto uno Scania che infatti ha suonato. Vibrava la ruota di dietro e tutto il telaio e vibravo forte pure io. Poi siamo arrivati a Castiglione del Lago e abbiamo chiamato a casa per farci venire a prendere in automobile che sennò faceva buio.

Quelli bravi invece arrivano in piazza col petto gonfio di autostima e parcheggiano vicino la fontanella e sembrano dire guardatemi che ho fatto la salita, adesso mi gusto un piatto freddo al bar, mi riposo e poi ripartiamo, che noi siamo cicloturisti e vediamo il mondo da questa prospettiva più lenta e voi invece andate forte e siete tutti frustrati e della vita non avete capito un cazzo. Ecco cosa pensano i cicloturisti. Che poi loro secondo me non gli piace nemmeno dirsi cicloturisti ma qualcos’altro tipo viaggiatori.

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28 Agosto 2012