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Dove crede di andare con quella bici?

Grazie al predominio dell’economia finanziaria su quella reale e al conseguente impoverimento diffuso, è in costante aumento il numero di coloro che usano la bicicletta per gli spostamenti in città. È diventata una facile impresa fare proseliti fra gli indecisi, è sufficiente farli ragionare in lire; un’ora di sosta nella zona blu: 1936,27 x 2,5 = 4840 lire; un litro di benzina: 1936,27 x 1,98 = 3834 lire; un biglietto del tram: 1936,27 x 1,5 = 2904 lire. Per fortuna, nonostante l’oramai consistente numero di convertiti alla sana pratica di spingere sui pedali, la scelta della bicicletta in città resta un gesto che ha qualcosa di eversivo, quasi di rottura del contratto sociale. In pratica con quel gesto io mi ribello all’accattonaggio indecente delle autorità municipali e centrali: da questo momento voi siete liberi di aumentare i vostri balzelli finché volete, di fare cassa con gli autovelox piazzati persino nei bagni, la faccenda non mi riguarda più. I pubblici amministratori non oseranno mai imporre una tassa di circolazione sulle biciclette, come aveva fatto il regime fascista negli anni Trenta.


Anzi. I politici sul tema della circolazione delle biciclette in città hanno il fianco scoperto, non possono permettersi di regalare agli ambientalisti il monopolio dell’ecologia e della lotta all’inquinamento. In prossimità del voto si fanno fotografare per i manifesti elettorali e i santini in sella a improbabili biciclette e col piede saldamente posato a terra, salvo, una volta eletti, farsi scorrazzare in auto. Bisogna colpirli nel ventre molle delle loro contraddizioni, ricavandone peraltro grandi soddisfazioni.

Sventolando l’invito a una conferenza stampa indetta dal sindaco di Torino per annunciare la costruzione di nuove piste ciclabili, organizzata nella sala del consiglio comunale, infilavo pedalando il portone del palazzo comunale, subito bloccato da un comandante dei vigili urbani, in evidente affanno:
«Dove crede di andare?».
«Alla conferenza stampa del sindaco. Non è qui?».
«Sì è in Sala Rossa. Però questa (indicando con uno sguardo vergognoso la bicicletta) deve lasciarla fuori, non può metterla nel cortile».
«Perché? È vietato? Dov’è il cartello del divieto?».
«Non c’è bisogno del cartello. È ovvio che nel cortile del Palazzo di Città non si entra con la bicicletta».
«È ovvio che se non posso andare in bicicletta a una conferenza sulle piste ciclabili me ne vado. Scriverò nella mia cronaca che non ho potuto assistere alla conferenza perché il sindaco vieta il parcheggio delle biciclette nel cortile del Comune».
L’ufficiale dei vigili sembra roso da un tarlo: «Aspetti un momento».
Rientra nell’ufficio da cui era sbucato di corsa, intravedo dalla porta a vetri che sta telefonando con un certa concitazione. Ritorna sconfitto: «Almeno la metta lontano dalla macchina del sindaco».


Per molti anni, nella città della Fiat, la vista di persone in giacca e cravatta che si muovevano in bicicletta pur avendo i mezzi per usare l’automobile era disturbante, una tessera fuori posto nel puzzle ordinato della città. Sarebbe stato tollerabile se fossimo stati degli «artisti», gente strana, che alle 8 del mattino non è ancora al suo posto di lavoro (per un piemontese dire di qualcuno che è un «artista» è peggio che dargli dell’assassino perché quest’ultimo può sempre redimersi). Invece no, eravamo degli impiegati, delle madri di famiglia, dei professionisti, dei medici, molti di una certa età, con la borsa di pelle nera appesa al manubrio e le mollette per stendere la biancheria strette attorno alle caviglie per impedire ai pantaloni di impigliarsi nei raggi. Ah, il supremo piacere di pedalare in smoking verso il Teatro Regio per l’apertura della stagione! E mentre gli amici, dopo lunghi giri, trovavano un posto libero per parcheggiare a tre chilometri di distanza, legare la bicicletta, sotto feroci sguardi di riprovazione, all’artistica cancellata di Umberto Mastroianni (finalmente un’opera d’arte moderna di qualche utilità). Una decina di anni fa, uscendo dal teatro a mezzanotte dopo le sei ore dei Maestri cantori di Norimberga di Wagner, abbiamo avuto la sorpresa di trovare una spanna di neve per terra. «E adesso come farete a tornare a casa?», ci chiedevano i motorizzati attorniandoci giulivi mentre aprivamo i lucchetti per liberare la bici. «Pedaleremo sotto i portici», è stata la risposta. «Ma è proibito!», reagivano scandalizzati. «Va bene, dite ai vigili di prenderci la targa».


In quegli anni in cui noi ciclisti eravamo delle mosche bianche, lavoravo alla sede della Rai di Torino con la qualifica di programmista regista e talvolta mi toccava l’incarico di curare la ripresa delle partite di calcio di minore importanza dallo stadio Comunale (nato come stadio Mussolini e ora stadio Olimpico). Un lavoro semplice, con due telecamere issate in alto sopra la tribuna stampa e una terza a terra, a bordo campo. Dalla sede di via Verdi partiva l’auto blu con autista che trasportava il telecronista; era previsto che su quell’auto salisse anche il regista ma io preferivo inforcare la mia bicicletta; senza affannarmi arrivavo sempre almeno un quarto d’ora prima dell’auto bloccata nel traffico verso lo stadio.
Al cancello di servizio, dove sarebbero entrati l’autobus dei giocatori, le auto dei dirigenti e quella della Rai, gli addetti alla sorveglianza mi bloccavano: «Dove crede di andare?».
«Vado sul pullman delle riprese della Rai, là in fondo, sotto le tribune. Sono il regista».
Sguardo carico di disgusto alla bicicletta: «Lei sarebbe il regista?».
«Ecco i miei documenti e il pass della società».
La constatazione di doversi arrendere all’evidenza scavava un solco di autentico dolore sulla fronte del sorvegliante («di questo passo dove andremo a finire?»): «Va bene, passi. Ma questa deve restare fuori».
«Scusi, ma se io fossi arrivato con l’auto di servizio come mio diritto, l’avrebbe fatta passare?».
«Be’ sì, per l’auto è previsto il parcheggio interno».
Bluffavo: «Se non mi lascia entrare con la bici torno in sede e non si fa la ripresa. Le dispiace favorirmi il suo nome? Dovrò scriverlo nel rapporto per spiegare i motivi della mancata trasmissione».
La voce del sorvegliante usciva strozzata, incrinata dal pianto trattenuto: «Almeno la nasconda dietro il pullman, che da qui non si veda».


Eravamo in pochi e il ciclista di città era il briccone divino, il folletto, l’impunito. L’impiego della bicicletta nel mare di lamiere provoca euforia, senso di onnipotenza, induce a credere di essere invulnerabili. Si arriva alla perversione di augurare la presenza di blocchi stradali per stravincere. Il piacere impagabile di trovare venti automobili ferme a un semaforo rosso e superarle tutte sulla destra, nel corridoio fra loro e il marciapiede. Su quelle auto, sovente, accanto al guidatore siede un passeggero che, essendo quasi arrivato alla meta, decide di scendere e proseguire a piedi. Pensiero e azione: spalanca di colpo lo sportello dell’auto senza dare uno sguardo allo specchietto retrovisore, da quella parte non può arrivare nessuno. Invece no: arrivo io che non faccio in tempo a frenare e m’infilo nell’auto. Anche questo è un modo per allargare il proprio giro di conoscenze.

 

 

#salvaiciclisti è il nome della campagna lanciata in Italia a febbraio, sulla scia dell’analoga iniziativa inglese Cities fit for cycling, promossa pochi giorni prima dal Times di Londra. Un esempio unico di partecipazione democratica, che ha portato in piazza migliaia di persone. Un movimento nato dalla Rete, arrivato alle prime pagine dei giornali e nei palazzi del potere. L’esperienza di quella campagna è ora diventata un libro, Salva i ciclisti, sottotitolo La bicicletta è politica, in uscita per Chiarelettere (pp. 192, € 7,90). L’autore si firma Pietro Pani, uno pseudonimo scelto per evitare qualunque possibilità di identificare la campagna con chi semplicemente l’ha raccontata. Nel  volume, oltre a scritti  di Edmondo De Amicis, Curzio Malaparte, Dino Buzzati e Andrea Camilleri, anche  un «Elogio della bicicletta» di Bruno Gambarotta, combattivo ciclista  che non è raro veder pedalare per le vie  di Torino. Ne anticipiamo qui uno stralcio in uscita oggi anche su La Stampa.

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