Nel Codice Atlantico custodito all’Ambrosiana di Milano, qualche zuzzurellone, evidentemente della parrocchia che fu di S. Carlo Borromeo, nell’800 o giù di lì ha infilato di straforo il disegno d’una bici. Ma prima di scoprire lo scherzetto hanno invaso la stampa scientifica fiumi di parole sul  genio dell’invenzione del moto giroscopico che sarebbe stato anche il padre di quella del più importante mezzo di locomozione mai inventato al mondo. Il fatto è che non siamo solo la patria dei geni, ma anche quella dei comici e ce ne sono di vaglia sia nell’uno che nell’altro campo.

 

Comunque sia, parlando della macchina in questione (non inquinante né acusticamente, né atmosfericamente e alimentata da energia rinnovabile con un semplice consumo di bistecchina o, dai vegetariani, di qualche stufato d’erbe), non si dovrebbe dire patria, ma patrie. Esempi: a Milano arrotano quotidianamente i malcapitati, che si ostinano coraggiosamente a usare il mezzo tra l’indifferenza delle amministrazioni pubbliche a qualsiasi colore appartengano, e a Ferrara, anzi per la verità in tutta l’Emilia Romagna, il manubrio delle biciclette è il galeotto di molte belle ragazze (sull’altro versante però, quello sacro, i funerali si seguono con lo stesso mezzo, con la lentezza suggerita dalla triste circostanza ma non a mano, e si orna il manubrio con un nastrino nero). E non è questione di salite e discese, perché un’altra patria, la più diffusa su tutto il territorio nazionale, è quella del blocco domenicale delle strade statali e provinciali, per lasciar passare la miriade di corse locali che la attraversano in lungo e in largo e dall’alto in basso (sono tutti mascherati con colori vivaci e si stagliano mobili sullo sfondo di qualsiasi paesaggio, alpino, appenninico, lagunare o lacustre che sia): è tutto un girovagare di girini, che secondo me farebbero meglio a impiegare le loro energie a produrre quella elettrica: una fonte rinnovabile che purtroppo il genio nazionale non è ancora arrivato a prendere in considerazione.

 

Le storie personali non interessano nessuno. Per cui non vi riferirò nemmeno che esattamente da cinquant’anni, da quando cioè sono capitato, malcapitato meglio, in questa patria dei lumbard, ho comprato come minimo cinquanta biciclette in sostituzione di quelle che mi hanno fregato, mentre la salvata dal fedele lucchetto viene eletta a mio principale mezzo di locomozione urbana: questo mi regala, ho fatto il conto, la bellezza di almeno sei cadute l’anno, la metà delle quali, per colpa della scivolosità delle rotaie e l’altra della volontà omicida degli arrotini motorizzati (portiere aperte all’improvviso, chiusura contro i marciapiedi, specchietti retrovisori nella schiena e via andare). Fanno in tutto trecento cadute e sono ancora qui: in gamba il vecchietto!

E nemmeno mi va di riferirvi che ho assistito, per caso, ad almeno una decina di raduni urbani di amanti del mezzo: si davano annualmente convegno per un giro dimostrativo in centro. Purtroppo, incredibile visu, c’era sempre anche il sindaco, di qualsiasi colore vestito, e non ho mai visto nessuno, dico nessuno del gregge dei partecipanti, dare sfogo alla propria rabbia repressa buttandolo giù dalla sella. Non ve lo riferirò perché è una questione personale: infatti anche a me girano le palle, ma per non finire a fare la cyclette a S. Vittore ho preferito soprassedere: non vado in bicicletta per sport io e non ho nessuna intenzione di prestare le mie energie rinnovabili per produrre quella elettrica. Quindi, sillogismo, anch’io sono una pecora.

 

Allora se non devo trattare questioni personali vi segnalo almeno due fatti.
Il primo è l’incontro di Julio Cortazar con tre ragazze sedute sul sellino delle loro bici, ma ferme sul margine della strada. Lo scrittore non si capacita delle ragioni della straordinaria allegria reciproca esternata dalle ragazze che parlano l’una all’altra dei loro incontri probabilmente amorosi (lui è uno spettatore puro), finché non si accorge degli strani movimenti di una di loro, la più carina, sul sellino che ne sostiene le dolcezze. Non mi era mai capitato un pensiero così perverso legato al mio amato mezzo finché la penna di quel grande, con la delicatezza partecipativa del maschio adulto e la lingua raffinatissima che possiede, non ha operato anche in me, e purtroppo solo nell’immaginazione, un’affascinante sostituzione.

 

Il secondo è la visita più o meno quindicinale che ricevo in studio da Antonio: a bordo della sua Graziella percorre in lungo e in largo la città alla ricerca di rame e leghe dello stesso, i cui resti elemosina da vari laboratori per far su qualche lira rivendendoli ai raccoglitori. E’ completamente afasico, perché un buco da cui fa uscire ed entrare l’aria per respirare (l’aria!?) gli è stato praticato al centro della gola sotto le corde vocali e quindi gli è impossibile proferire suono alcuno:  non so nemmeno come sono riuscito a captare il suo nome, evidentemente dal movimento delle labbra, ma forse mi sbaglio. Antonio è piccolissimo, come la sua bicicletta, in contrasto comico con l’enorme cassetta di legno legata al portabagagli: questi ravattieri, rottamai, pescatori di avanzi della società dell’usa e getta (chiamateli come volete), son sempre animati da una caparbia speranza nell’affare e lui non fa eccezione. Ma non si lascia fregare dalle false elemosine: gira con una piccola calamita che accosta a tutto ciò che luccica giallo, perché nella sua ignoranza sa almeno che solo il ferro è magnetico e Galvani, altro genio, ha preso tutti per i fondelli. Mi è molto simpatico, mi è simpatica la sua modestia di vecchietto volonteroso sempre sulla breccia. Probabilmente era stato un operaio della Falk, ma certamente la pensione non gli è sufficiente: anche lui è un ravatto scaricato dalla società dei consumi ai margini della vita e si dà da fare come può, rispolverando sotto la sua anima semplice quella più nascosta del cacciatore. Cerco di dargli una mano e quando altrove mi capita raccolgo resti per lui. Non è pietà o compassione, ma pura partecipazione: anch’io in fondo sono un gran ravattiere.
Sono tre mesi che non lo vedo ed è gioco forza preoccuparmi: Antonio mi manca. L’altro giorno mi capita fra le mani uno di quei giornaletti che distribuiscono gratis alle metropolitane. In prima pagina una notizia: un vecchietto è stato stritolato da un tram, era scivolato sulle rotaie.
Mi sono tranquillizzato: non si chiamava Antonio, ma Federico.
La dedica è sottintesa.

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