Forlì - Trieste

Un'avventura in bicicletta

La mattinata è limpida, l'aria frizzante, il cielo sornione, insomma, il solito! E io che mi sentivo, invece, prossimo a una grande prova... Due mesi prima avevo con gran piglio proposto questa impresa, pentendomene un attimo dopo, ed ora ero qui, polpacci pronti e rosario in mano. Perché per alcuni arrivare a Trieste in bicicletta dalla romagnolissima Forlì potrebbe essere una passeggiata, ma per me proprio non lo era. Mi sentivo invece di far parte con tutti gli onori della  schiera di eroi che han fatto grandi le lettere greche, ero pronto a menar fendenti, a far cadere nemici come neve natalizia, a immolarmi in baccanali dagli esiti sulfurei. Tre giorni e mezzo per arrivare a Trieste ed entrare di gran diritto nel mito, tre fulminati in fila indiana sulla romea per vedere la mostra su Nereo Rocco, tre mountain bike sotto a culi irsutissimi come neanche l'orso marsicano.

 

Si parte tonici, sembriamo veramente una squadra sgangherata e urliamo 'A Comacchio!', credendo che la paludosa cittadina pontuta possa fare da scenario al nostro pranzo a base di anguilla rigorosamente fritta. E invece facciamo il lungo fiume sino a Ravenna, tutto sterrato da piegare in due un mulo, iniziano a cadere le prime geometrie, siamo in ambiti poco euclidei, il sole mena duro e il cricricri potrebbe essere una base per sinfonie elettroniche, rumore di ruote e razze che girano vorticosamente e intanto la mente annebbiata pensa che forse anche Ravenna potrebbe bastare per un bel pranzo... Viene perso il primo cimelio, il cellulare del Ragionier Pini va a sfruffole, momenti di tensione, primi smadonnamenti e poi, miracolo, il Conte Alan Moreno Brodetti lo ritrova... e firmiamo un trattato di non belligeranza con madonne varie e tutto il sancta sanctorum. Si arriva a Ravenna: sciancati, ma si arriva. Vorremmo soltanto un attimo di pace, ma no: ci si appioppa un barbone che non la finisce più con le sue tiritere sul mare che è bello e lui vorrebbe stare solo al mare e mira mare quant'è bello.... Ne usciamo stremati, gambe affaticate e orecchie fumanti.

 

Prendiamo la Romea. Qui iniziano le visioni di morte che mi accompagneranno per tutto il viaggio: mi vedo già travolto da un camion, action painting sul muso del mastodonte... faccio outing, che fa molto figo...i miei compari mi maledicono e intanto io comincio il mio mantra speranzoso... Facciamo una 'intelligentissima' deviazione, fra l'altro suggerita dal Don Selvi, cioè io me medesimo. Appena entrati nella riserva di Punta Alberete capisco che è stato un errore gravissimo, ma ormai ci siamo...prendiamo un sentiero largo sì e no 50 cm e attorniato da foresta in stile camel trophy...veri e propri arbusti giganti di ortica ci aspettano abbracciandoci per intero, i rovi non vogliono essere da meno col loro carico di spine, siamo alla frutta: il paesaggio però merita e il cra cra delle rane ci rasserena col mondo e con le tibie sanguinanti! Via che si va, passiamo da Sant'Alberto e arginiamo le valli, ho la prima vera e propria crisi di nervi e piagnucolo come un bambino, mandando giù una sbobba energetica senza farmi vedere. Ora provate a starmi dietro!, penso mentre nascondo la bustina vuota sotto al sellino. Ma il buon Ragionier Pini è peggio di un agente della Stasi e mi addita subito... la bustina, di un verde un po' indiscreto, spunta da sotto il sellino, facile preda dello sguardo inclemente del ragioniere. Sono sputtanato! Me la pagherai, penso fra me mentre pedalo torvo.

 

Si arriva a Comacchio come tre bestie da soma, si mangia una orrenda piadina a prezzi da sceicco,  e si inizia a cercar di capire dove si può dormire. Purtroppo il Carlton e il King Palace sono pieni, così appena notiamo un casale abbandonato ci appropriamo del prato... composto, incredibile, per un 99% da spighe che si infilano presto dappertutto. Il buon Ragioniere se le ritroverà a distanza di giorni in orifizi impensabili ed insondabili: giustizia è fatta!! Facciamo il fuoco come piacerebbe anche ai maledetti boy scout, la stanchezza ci abbranca, fra il rumore perpetuo del cricri e l'ipnosi da fiamme ci addormentiamo contenti dei primi 110 km, lasciando il posto a sogni dove si viaggia rigorosamente in macchina.

 

Il secondo giorno si deve arrivare a Venezia, dove cara bimbetta ci aspetterà nel suo appartamento cosparso di topazi e lettighe romane. Con questo obiettivo partiamo con slancio, e alé! Il barista ci regala l'acqua, mangiamo bomboloni a nastro, due chiacchiere, tre stronzate, quattro denari e cinque  pistole! Il caldo oggi è proprio tremendo, iniziano i primi miraggi mentre le mie previsioni di morte galoppano. Si arriva a Chioggia con una fame da bufalo, passiamo dal mercato del pesce... sui bancali, bestie incredibili boccheggiano guardandoti con gli occhi a metà fra la sofferenza e la minaccia. Non provo nemmeno ad avvicinarmi! Una signora ci indica un ristorantino dove dobbiamo dire che ci manda gianni! Arriviamo tronfi della nostra soffiata, ma nessuno avrà il coraggio di tirare in ballo santo gianni. Mi allontano per chiamare, mentre i miei prodi compagni rimangono seduti. Quando torno le facce sono da furbetti, il Conte e il Ragioniere stanno macchinando qualcosa... devono dirmi qualcosa... sono curioso... la bimba ha chiamato...dice di non stare bene e quindi... mi tengo... non mi tengo... mi tengo... faccio il signore non bestemmiando, ma dentro di me le auguro ogni tipo di malattia venerea! Mangio con astio degli ottimi bigoli freschi mentre la bile straborda!!!

 

Si va verso Pellestrina, incredibile lingua di terra lunga 10km e strettastretta... la salsedine ha rovinato le case, dando un che di decomposizione e decadenza al piccolo paese...e il tutto crea una vera e propria meraviglia. Si corre fra le minuscole stradine del paese, pronti a travolgere ogni forma di vita con entusiasmo un po’ bambinesco ed un po’ malandrino. Il buon ragioniere intanto riprende tutto, si sghignazza e si pedala forte fra le porticine e i vicoletti abitati da qualche pescatore e dal silenzio fino a quando, visione, siamo abbagliati da dolce signorina che si toglie la maglia…  Che dire? siamo tre uomini, sudati a più non posso e con le traveggole da caldo e fatica: ci si accontenta di poco!!! Ora che la nostra benefattrice veneziana se ne è completamente volatilizzata, dobbiamo decidere dove si dormirà; io amando il cinema penso subito al lido, e infatti proprio lì ci dirigiamo. Non abbiamo ancora preso il traghetto, ancora a Pellestrina, stanchi in maniera indicibile, quando all’orizzonte si staglia un mostro: è un titanic mancato, nave-sogno-incubo gigantesca, alta mille piani, dall’impatto ambientale enorme (almeno visivo), copre san marco, copre venezia, copre il veneto, copre la visuale, delirio di oblò, castello ambulante dall’andamento dinoccolato, roccaforte della vacanza avventurosa quanto fare la spesa alla Lidl coi buoni pasto, regno del comfort imbecille, balli di gruppo, casinò mangiasoldi, marinai dolce e gabbana... Il Conte si esalta, mai vista nave così enorme, sarà lunga più di duecento metri, il Ragioniere storce la bocca e, con sguardo dal calcolo infallibile, dice che è impossibile, al massimo 50-70 metri, toh.... è così sicuro che io gli vado dietro, mentre il Conte non molla! Intanto però bisogna capire, fra un sillogismo e l'altro, dove poter dormire al lido... troviamo a fatica un camping, dove dolce signorina dal petto quantomeno audace ci attende in reception: è inutile, potrebbe farci pagare centomilleduemila euretti a cranio che non riusciremo a dirle di no... siamo in balia della carne!

 

Appena finito coi pagamenti si va in spiaggia, dove il ragioniere ci illumina con un ragionamento piuttosto pignolo sulle polveri che secondo lui stanno sull'occhio... e sui peluzzi... Trovo che dormire sia l'unica soluzione per non dover sorbire tutto ciò. La sera pizza, a tavola il Conte tira fuori un cavallo di battaglia che ormai mi ero dimenticato: la nave!!! 50 metri o duecento almenoalmeno? Guarda su internet, se l'è proprio legata...oltre i trecento metri! Varata il giorno stesso dalla pettosissima sofia loren il mostro dei mari sbalordisce me e il Ragionier Pini, che mangiam mesti la nostra pizzetta fra gli sproloqui di vittoria del Conte Brodetti. Il giorno dopo si parte con una colazione da ercolini, pizzette e spianata e via di lì, abbiamo calorie per arrivare sino al Congo belga, arriveremo invece soltanto a Monfalcone! Le biciclette rispondono alla grande, diversamente dai conducenti: non una foratura, non un problema, niente uscite di catena, nulla! Peccato che non pedalino anche da sole!!! Inizia la prima pioggerellina intanto che siamo fermi a Latisana, ci rifugiamo in un bar qualsiasi e, fra un krapfen e un bombolone, facciam passare il tempo necessario alla scrollatina divina. Il bar è un luogo ben strano; il tempo pare fermarsi in questo non far nulla, risparmio completo di lavoro neuronale e sbiascichio inciabattato delle fauci che rilasciano discorsi triti peggio del pesto, sperando e annaspando contro le lancette che non girano mai, ferme e cocciutamente immobili e poi, magia, il rintocco della campana fa capire che, alé, un'altra ora è passata, un'altra di meno ad ingrigire ancora di più... così passa la vita al bar, se ne sguscia via dalla porta di servizio! La pioggia non crede troppo nelle proprie potenzialità, è piuttosto timida, e al minimo accenno di fine noi si riparte da quella tomba di selz ed orridi stuzzichini.

 

Quando a Monfalcone vediamo un ponte piuttosto lungo, con arcate potenti a sostenere l'umana formichina mentre sotto scorre possente l'Isonzo, capiamo che è il momento per accamparci. Come Dei dell'olimpo ci immergiamo nelle acque sino al basso ventre, l'insigne ragioniere dice essere rimedio potentissimo all'infiammazione muscolare, che del resto dopo 3 giorni in sella era quantomeno indubbia! Sono scettico ma non voglio fare troppo il san tommaso, mi bagno anche io praticamente fra i ghiacci... ora, data la mia stazza e il freddo inclemente delle acque, ipotizzo subito un'analogia con le foche monache.... Spero che almeno il wwf mi aiuti, portandomi una copertina... Montiamo la tenda mentre io già mi rodo per l'ansia di incontrare nutrie, cosa che potrebbe procurarmi morte per infarto fulmineo: odio qualsiasi tipo di roditore che assomigli a un topo, figuriamoci ad un topo gigante e per di più umidiccio, brrrrr!

 

La notte ci accoglie con i suoi mille rumori, mentre il fiume ci culla con lo sciabordio delle acque, ricordandoci che basta un attimo per spazzarci via... il conte intanto vaneggia sulla possibilità di incontrare glanys nelle acque semi-alpine dell'Isonzo, mentre col ragioniere si prova a liquefare il vetro di una bottiglia di birra nel fuoco per poi manipolarlo... Ormai l'acido lattico ha preso il posto del liquor cerebrale! Buonanotte.

 

La mattina il risveglio è mesto, ci prepariamo quasi in silenzio mentre il ragionier Pini tenta in tutti i modi di infortunarsi, col vetro incandescente e con i simpatici becchi del bestiame alato friulano: si sveglia infatti con un labbro gigante da far invidia a James Brown, praticamente ha mezza faccia deforme...Solo questo ci rallegra e ci fa dimenticare il fatto che oggi si arriverà a Trieste e la pacchia sarà finita! Ora si pedala, si pedala forte col mare alla nostra destra, le ultime fatiche, le ruote impavide, le stringhe imperterrite, l'occhio lucido a fotografare ogni cosa per stamparla su immaginarie cartoline da rimandare poi mille e più volte a se stessi per ricordare l'immane vittoria dell'apparire del molo vecchio e delle rive istriane. Trieste, mai t'ho così amata.

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07 Agosto 2012