Margherita Hack: dall'Arno alle stelle in sella alla "ciuca"

Margherita Hack è una scienziata di fama mondiale. Qualcuno direbbe: è una signora che gioca con le stelle come certi anziani anche di alto rango giocano coi trenini elettrici. Ma questa campionessa dell’astrofisica con i m ondi che stanno lassù non ha mai giocato, non è roba da giocarci quella. Il suo gioco, il suo amato gioco che le è stato sempre compagno, è la bicicletta. Andare in bicicletta. Pedalare per pianure e per colli all’ombra degli alberi, al suono di ruscelli o giù a capofitto da piazzale Michelangelo al Lungarno.
 
 
 
 
La mia vita in bicicletta (pubblicato un anno fa da Ediciclo) è un dono della scienziata a chi ama l’arte di pedalare, quindi è anche un dono a se stessa, al suo ininterrotto amore per le due ruote, dalla sognante giovinezza di Firenze alle straordinarie realtà dell’età adulta. Oggi è Trieste la città in cui Margherita Hack, professore emerito di astronomia, vive. Dal viale dei Colli a San Giusto, un lungo percorso con tappe una più divertente, emozionante e commovente dell’altra.
 
 
Fu il fiorentino viale Machiavelli, da Porta Romana a piazzale Galileo, che la immerse nella felicità ciclistica. Pedalando non si illuminava d’immenso. «Certo, di immenso è un po’ esagerato. Però mi illuminavo di contentezza. Facevo un bel pieno di allegria e di entusiasmo, veri ricostituenti dell’animo».
 
 
Margherita Hack, luogo e data di nascita Firenze 1922, non ha mai smesso di far girare i pedali, da quando, conquistato il liceo, i genitori le regalarono l’agognata bicicletta. E prima? Prima la bici se la faceva prestare. «Il mio interesse per la ciuca e per il ciclismo è cominciato molto presto, prima che avessi compiuto dieci anni. Ero per Binda. Il ragazzo che conobbi al Bobolino giocando a palla prigioniera, e che doveva diventare mio marito, era invece per Guerra. Adesso a palla prigioniera non giochiamo più, ma siamo sempre marito e moglie».
 
 
 
 
E vennero i quindici anni e i venti e tutti gli altri di una vita traboccante di lavori in corso, ma la ciuca, la biciciua, aspirando sino a farne restare un refolo di consonante l’ultima «c», come si chiamava e da qualche parte ancora si chiama in Toscana, continuava a essere il Leitmotiv d’un’esistenza intensissima in cui trovavano spazio anche il salto in lungo, quello in alto e la pallacanestro che a quei tempi fascisti nessuno si sarebbe azzardato a chiamare basket. Sport e studio, poi studio e sport e poi studio e bicicletta. È dolcissima la malinconia, dolcissimo il rimpianto di gite memorabili oggi non più possibili. Ma la ciuca non vuol saperne d’essere appesa al chiodo. Margherita ha tre bypass e protesi al titanio nelle ginocchia, però non si arrende.
 
 
Gli innamorati di albe e tramonti non devono meravigliarsi se la studentessa Margherita Hack preferisse alla luna la bicicletta finalmente di sua proprietà che i genitori le regalarono il giorno in cui conquistò l’entrata al liceo. «Era una sottomarca della Bianchi. La Bianchi era la casa per la quale correva Guerra. Io avrei preferito una Legnano, la marca di Binda, ma la gioia di possedere una bicicletta era così grande che non potevo andare tanto per il sottile».
 
 
Pedala e pedala, scendi e risali dal Poggio Imperiale al liceo e viceversa, il tempo se ne andava via come se a farlo scorrere fossero le ruote della bici. E arrivò il primo giorno all’Università. Per desiderio dei genitori e per via di una sua propensione alla narrativa, la futura scienziata s’era iscritta a Lettere. Ma il destino, presentatosi sotto le sembianze dell’emerito professore Giuseppe De Robertis, critico e firma di punta della terza pagina del Corriere della Sera, le chiarì subito che la sua strada, l’avesse percorsa a piedi o in bicicletta, era indirizzata verso ben differenti traguardi.
La verità arrivò a Margherita perentoria come un attacco di Binda.
 
 
Prima lezione. «De Robertis» (è un ricordo che la diverte) «parlò per un’ora di fila di un libro di Emilio Cecchi, Pesci rossi. Di quello che disse non ricordo nulla, solo una gran noia che mi fece capire che stavo sbagliando percorso. Mi rammentai solo allora che al liceo la materia che m’interessava di più era fisica. Corsi in segreteria a informarmi come si faceva a cambiare e quanto costava in più per via del laboratorio. Il babbo e la mamma mi dissero: non preoccuparti e fai quello per cui ti senti portata». Non si preoccupò e procedette. In bicicletta, si capisce. Dall’osservatorio di Arcetri all’Università in piazza San Marco e poi a casa, macinando la salita di Poggio Imperiale.
 
 
Lo studio, il matrimonio, nel 1944, la laurea, gennaio 1945. Assistente volontaria all’osservatorio di Arcetri, poi nel ’48 assistente incaricata e nel ’50 vincitrice del concorso per assistente di ruolo alla cattedra di astronomia. È l’ingresso a corte. Da Firenze all’osservatorio di Merate, poi Utrecht in Olanda con una bici nera e pesante come una moto, costeggiando i canali e infilandosi in un festival di piste ciclabili, poi Berkeley in California e i corsi di fisica alla Statale di Milano e ancora Firenze.
 
 
Nel 1964 Margherita vince il concorso per la cattedra di astronomia all’Università di Trieste, c’è tanto lavoro da fare, la bici è messa da parte ma la nostalgia della ciuca è profonda e Trieste è un continuo invito a pedalare e vedere e conoscere. Ora la professoressa ha una bici con il cambio e il manubrio sportivo. Va al Congresso dell’Unione astronomica Internazionale in Canada, la chiamano a Dublino, a Mosca, ancora a Berkeley, in Australia e al ritorno eccola in bici diretta ai Topolini per la nuotata fino al bivio di Miramare. Eccola felice che pedala lungo la costiera di Grado o verso Cormons o in mezzo ai borghi carsici di Aurisina e Opicina.
 
 
«Mi buttavo giù per la discesa verso Cologna e Roiano. Soltanto la bicicletta può dare la sensazione di libertà, di immedesimarsi nella natura, di correre con il vento in faccia e tra il profumo dei fiori e dell’erba. In bicicletta si ha il tempo di vedere il paesaggio, di scorgere la lucertola che quasi ti taglia la strada, di sentire il canto delle cicale e quello dei grilli. E bisogna ogni tanto fermarsi per mangiare di gusto un bel panino col formaggio».
 
 
Studia il cielo Margherita Hack e ama le piccole, care cose della vita. Ha amato tanto un gattino che si chiamava Cicino e il cane Dick e un altro cane che si chiamava Lilli. Se si ascoltano attentamente la voce, le parole di Margherita Hack si capisce come sia stato facile per lei scendere da una discussione sull’energia nucleare da fusione e salire sulla bicicletta per pedalare verso il mare e poi, al ritorno, dare la pappa a Cicino che, essendo un gatto, riguardo all’energia nucleare doveva avere un elegante disinteresse.
 
 
Questo articolo appare oggi anche su La Stampa
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