Polidori sull'Anticavallo alla scoperta del mare verde

Le Fiandre e la Romagna, terre di ciclisti, sono piatte, viceversa le Marche hanno appena il tre per cento di pianura mentre il resto è collina. Qui, dalla balconata di Cupramontana, pochi chilometri da Jesi, nell’epicentro della produzione del verdicchio, è un mare verde a saliscendi, dense macchie di olmi, castagni, e di viti a filari scoscesi da cui si profila in lontananza il mare vero, appena uno spicchio sullo sfondo, cioè la chiazza slavata dell’Adriatico che si apre tra Senigallia e Falconara. Nella Marca profonda, la celebre tesi di Brera che vedeva nella bicicletta un Anticavallo non ha senso perché nella terra dei piccoli borghi e della mezzadria diffusa che tuttora disegna il paesaggio l’Anticavallo è stata la moto o l’automobile, semmai, due alternative modernizzatrici che hanno affiancato la bici o paradossalmente l’hanno preceduta, tant’è che nel secondo dopoguerra si è passati dal «biroccio», il tradizionale carro agricolo, alla Guzzi o all’utilitaria Fiat lasciando magari la Graziella alle donne di casa: che di bici brulicasse da sempre la costa, specie tra Fano e Pesaro, non conta perché appunto le Marche sono una regione al plurale e lì è già quasi Romagna.

Si potrebbe dire che Giancarlo Polidori, primo genius loci del ciclismo marchigiano, abbia imparato a correre prima ancora che a stare in bicicletta. Non ne aveva una, quando ha cominciato, cinquant’anni fa, su indicazione di un amico delle scuole industriali, perché da ragazzo Polidori correva a piedi su e giù per i calanchi di Sassoferrato (dove è nato nel ’43, un picco antipode a Cupramontana, oltre la valle dell’Esino) e per lui la bici era solo una prosecuzione della corsa campestre con altri mezzi. Un medesimo mare verde, uno stesso e continuo saliscendi, un’identica solitudine che rivive, a settant’anni, inforcando il modello al carbonio di cui va orgoglioso e che lo lancia ogni giorno fra le sue colline verso il mare (Barbara, Mondavio, Senigallia) per riportarlo a casa, immancabilmente, all’ora di pranzo.

Questo signore longilineo, coi capelli brizzolati, ancora in piena forma, guarda di là dalla finestra e confessa, divertito, che la bicicletta gli serve oggi per vedere e godere tutto ciò che non ha mai potuto permettersi correndo da professionista: «Sì, faccio i miei giri anche se cerco di evitare il più possibile le salite, ma da queste parti non è facile… Adesso posso vedere il paesaggio, sento il piacere di guardare, di respirare, di spaziare, perché allora non vedevo niente, vedevo solo delle ruote davanti a me. Ho girato più volte l’Italia, la Francia, la Spagna, la Svizzera ma si può dire che non ricordo nulla, a parte qualche panorama intravisto dagli alberghi… al massimo certi paesaggi della Francia meridionale o dei Pirenei che potevano farmi venire in mente le colline di casa…».

Va detto che Giancarlo Polidori è stato un corridore di primo piano anche se costretto nei suoi dieci anni di professionismo, fra il 1966 e il ’76, a rimanere costantemente in seconda fila. Questione di carattere, per un atleta che non ha mai pianificato nulla e amava la bagarre per la bagarre, e questione soprattutto di scarsa docilità o difficoltà ad assoggettarsi a un gioco di squadra che poi voleva dire il dispotismo sui gregari da parte dei capitani, si chiamassero pure Gimondi, Motta, Adorni. E qualcuno ha detto, in proposito, che il ciclista Polidori somigliava maledettamente per le sue intemperanze al calciatore Roberto Mancini, infatti nato a Jesi: «Non risparmiavo niente, ho sempre speso tantissimo e ho raccolto troppo poco… Ero un professionista ma mi era rimasta la mentalità del dilettante marchigiano, insomma ero e mi sentivo sempre un isolato. E poi davo fastidio, rompevo le scatole, non mi sottomettevo facilmente ai capitani e allora i capitani me la facevano pagare. Anche per questo andavo molto più d’accordo con gli stranieri, per esempio Roger De Vlaeminck, grande campione e gran signore del ciclismo, con cui c’era feeling, uno che rinfacciava sempre ai giornalisti il fatto che mi sottovalutavano…».

Tre volte in nazionale ai Mondiali (e quarto classificato a quello di Mendrisio 1971, un ricordo che non gli dà pace per avere accettato di fermarsi e favorire la fuga di Gimondi dietro a Merckx, il quale avrebbe vinto a mani basse), Giancarlo Polidori ha partecipato a undici Giri d’Italia e a tre Tour de France. Proprio alla Grande Boucle del ’67 è legato il ricordo più bello della sua carriera, la maglia gialla portata per un giorno, e perciò quando l’amico Sandro Panci (prima che appassionato, un filologo del ciclismo) gli squaderna davanti Le maillot jaune, volume ufficiale con allegato un gigantesco poster di tutte le maglie gialle dove c’è anche una sua foto d’epoca, ecco che gli si illuminano gli occhi e rammenta il suo quarto d’ora di autentica celebrità: «Ero appena un ragazzo, non mi rendevo conto di nulla e però mi sentivo al centro del mondo… Lì cominciarono a scrivere di me, articoli che conservo in un album, Dante Ronchi, il giovanissimo Mura, Gian Paolo Ormezzano e Luigi Gianoli, un poeta…». Ma si tratta soltanto di un attimo, poi Polidori si rabbuia perché il Tour ’67 anche per lui significa la morte di un collega e di un amico, Tom Simpson, caduto sui tornanti del Ventoux fra nude pietre e sole a picco: «Ci eravamo parlati, in un mezzo francese, anche il giorno prima e lui non faceva che ripetere le soleil, le soleil… quando è caduto ero con gli altri nel gruppo e neanche me ne sono accorto…».

Nonostante i trascorsi da atleta, l’impressione è che Polidori guardi al suo passato dalla giusta distanza. Confessa di seguire il Giro e il Tour in tv e talora di immedesimarsi, biasimando più di sempre il tatticismo e la dittatura dei capitani sui gregari, però quello che davvero gli interessa non è tanto lo sport dei campioni professionisti quanto la vecchia bicicletta, anzi il piccolo prodigio al carbonio che ogni giorno, all’ora di pranzo, riporta in garage. Con gli anni, a forza di scendere e salire nel mare verde delle sue colline, deve essersi convinto anche lui che si tratti sul serio dell’Anticavallo.

 

L'articolo appare oggi anche su La Stampa

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